Cina e India: insieme per tracciare le linee del sistema mondiale del XXI secolo
Andrej Volodin
22/01/2008
Cina e India: insieme per tracciare le linee del sistema mondiale del XXI secolo.
Dal 13 al 15 gennaio 2008 il primo ministro indiano Manmohan Singh si è recato in Cina in visita ufficiale, per la prima volta dalla sua elezione a capo del governo. Alla vigilia dell'incontro a Pechino dei due capi, giornalisti e politologi si sono prodigati nelle più svariate previsioni.
Il giornale «Times of India» segnala come Cina e India ospitino insieme il 40% della popolazione mondiale in età da lavoro e circa il 15% del PIL mondiale ed evidenzia che presto il volume degli scambi fra i due Paesi supererà quello fra India e USA[1]. Allo stesso tempo gli economisti indiani pongono l'attenzione sulle problematiche relative ai rapporti economici con la Cina, in particolare e come diversificare le esportazioni per ridurre il deficit commerciale nei suoi confronti: se nell'anno finanziario 2006/2007 esso ammontava a 9,2 miliardi di dollari, per l'anno corrente se ne prevede un aumento a 12-14 miliardi di dollari (da notare che nei rapporti con gli USA, ancor oggi il maggiore socio in affari per l'India, è stata l'India a vantare un avanzo commerciale di 7,1 miliardi di dollari).
Gli esperti indiani di sicurezza economica hanno sottolineato, alla vigilia della visita di M. Singh, come nel Paese si stia sviluppando una pericolosa «sindrome da dipendenza» dalla Cina in alcuni settori cruciali dell'economia, in particolare nella produzione di oleodotti, reti di comunicazione radio e telefoniche, sistemi telematici, etc. Contemporaneamente gli imprenditori indiani si sono lamentati dell'«impenetrabilità» del mercato farmacologico cinese e nonostante la loro produzione sia altamente concorrenziale: il 40% della produzione farmacologica indiana è infatti esportato nei Paesi sviluppati.
C'è ottimismo per una diminuzione del reciproco «deficit di fiducia» fra i due Paesi, residuo lasciato in eredità dal conflitto armato fra India e Cina del 1962[2]. Un editoriale dell'«Indian Express» poneva l'accento sulle parole di M. Singh riguardo la Cina come maggiore «obbiettivo» della «politica orientale» dell'India («Look East Policy»)[3]. Nella fattispecie uno sviluppo di questa tesi sono queste parole tratte da un articolo apparso sull'«International Herald Tribune»: “L'Asia è grande abbastanza per contenere le ambizioni di entrambi le potenze emergenti”.[4].Insieme a questo la concezione corrente in Occidente dei rapporti indo-cinesi come di un complesso «gioco di guerra», in cui intervengono senza comparire gli interessi degli Stati Uniti, ha spinto Delhi a sottolineare ufficialmente come l'India non fosse la «mandataria» di Washington per le sue questioni con la Cina. M. Singh ha dichiarato: “Ho fatto capire chiaramente alla dirigenza cinese che l'India non partecipa in alcun modo a progetti di contenimento della Cina”.
Allo stesso tempo le personalità ufficiali indiane si sono prodigate, alla vigilia della visita, nel «raffreddare» eventuali eccessive aspettative dal summit, sottolineando come l'agenda dei colloqui fosse sovraccarica di «vecchi rancori e nuove sfide». Lo stesso M. Singh lo ha riconosciuto chiaramente come i cinesi non utilizzino i colloqui al vertice per discutere di «dettagli». Secondo una dichiarazione di Pechino, il miglioramento dei rapporti al vertice può rafforzare le strutture di sicurezza nell'area di interazione dei due Paesi più popolosi al mondo e, in ultima analisi, stimolare la crescita economica cinese. Di quest'«area di interazione» fanno parte i problemi di sicurezza energetica, di lotta al terrorismo, dei mutamenti climatici, etc. E' questo uno spazio, com'è stato sottolineato da entrambe le parti, di «confluenza di interessi e di identità di scopi».
Oltre a trattare questioni prettamente politiche, la visita di Mahmohan Singh in Cina ha avuto anche una dimensione intellettuale e scientifica: il quindici gennaio il capo di governo indiano ha tenuto un discorso sul tema della compatibilità fra crescita economica e giustizia sociale all'Accademia cinese di scienze sociali[5]. Rivolgendosi all'élite intellettuale della RPC egli, come riportato dal giornale «Hindu», ha adottato un originale disegno strategico: prestare maggiore attenzione a capire la generazione successiva di dirigenti cinesi e le loro idee sul futuro delle relazioni indo-cinesi.
Secondo i politologi indiani, alla nuova generazione di dirigenti della RPC peserà meno il ricordo del conflitto del 1962 e darà maggiore importanza al commercio oltre frontiera e a creare un nuovo modello di relazioni economiche con l'estero con la possibile partecipazione dei Paesi confinanti («Accordo di commercio regionale»). Tale approccio, come ritengono gli analisti sia di Delhi che di Pechino, aiuterà in futuro ad allentare possibili tensioni nei rapporti indo-cinesi, che potrebbero sorgere in conseguenza della crescente influenza di ambo i Paesi nel «cortile di casa» del vicino (l'India con i suoi affari in Vietnam e Singapore, la Cina in Birmania, Bangladesh e Sri Lanka).
Come hanno dimostrato i risultati della visita, la tattica delle «minori aspettative», ha funzionato appieno. Oltre a più di dieci accordi siglati, India e Cina si sono reciprocamente impegnati a sviluppare la cooperazione nella sfera del nucleare (il che può giocare a favore per il governo di Singh nel dialogo con i molti oppositori dell'«affare nucleare» fra India e USA) e nella ricerca di una «soluzione giusta, ragionevole e accettabile per entrambi» ai problemi di confine[6]. Inoltre, l'India ha riconosciuto la verità della politica della «Cina unica» e la RPC ha ribadito il suo sostegno ai massimi livelli all'India nella sua aspirazione a divenire membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Simbolicamente i due Stati si sono impegnati a incrementare il volume degli scambi commerciali a 60 miliardi di dollari per il 2010 (i 40 miliardi sono stati raggiunti quest'anno).
Senza dubbio, un evento importante durante la visita è stata la firma congiunta da parte dei due capi di governo del documento strategico «Una visione condivisa del XXI secolo»[7]. Sottolineando i commenti del premier Wen Jiabao (“Noi siamo alleati e non rivali… Dobbiamo imparare a rispettarci e comprenderci reciprocamente, ad avere fiducia l'uno nell'altro…”), alla luce dei non rapidi progressi nella risoluzione della «disputa territoriale» fra i due Paesi, il giornale semi-ufficiale «China Daily» ha scritto, che non sarebbe «realistico» aspettarsi la soluzione di un così complesso problema da un incontro solo, anche se al massimo livello[8]. Inder Malhotra, sempre acuto nelle sue analisi evidenzia: “E ciò proprio perché, in un ordine internazionale in continuo mutamento, la relazione fra i due giganti asiatici non può che essere una tela complessa di cooperazione e competizione, persino rivalità. Il tempo degli scambi ad hoc ed episodici che prescindevano dal lungo periodo, è ormai passato remoto”[9].
La visione prospettica dell'«elefante» e del «drago» sulla complessa situazione mondiale si è chiaramente manifestata nella discussione della «questione pachistana». Come ha sottolineato enfaticamente M. Singh, “Comunità grandi e complesse, l'India e la Cina, sono in grado di dimostrare i vantaggi dati da moderazione politica e coesistenza pacifica”.
Nel suo intervento all'Accademia di scienze sociali, M. Singh ha condotto con sicurezza la platea verso la tesi, secondo cui, agendo congiuntamente, India e Cina priveranno in ultima istanza i Paesi dell'area euro-atlantica dello status di «centro di gravità economico mondiale». Le sue parole sono state: “Viviamo un momento cruciale della storia mondiale, dove il centro di gravità dell'economia mondiale si sta spostando verso l'Asia”. M. Singh ha continuato inoltre dicendo che l'India vede la minaccia fondamentale allo sviluppo mondiale nell'estremismo di ogni tipo, sia esso fomentato in nome della religione piuttosto che con il pretesto di raddrizzare storici torti. Gli osservatori non hanno mancato di osservare la novità di approccio da parte dei due giganti asiatici circa l'attuale politica mondiale. Scrive Malhotra: “A differenza degli Stati Uniti, sotto tiro in Iraq e impantanata in Afghanistan, la Cina ha superato i suoi problemi interni ed esterni senza l'uso della forza militare”.
Il continuo approfondirsi dei rapporti di alleanza strategica fra le due superpotenze del mondo contemporaneo, ha sicuramente sollevato questioni all'interno del Cremlino, per esempio: perché durante il summit non è stata in alcun modo considerata l'ipotesi di una cabina di regia a tre, comprendente Cina, India e Russia? Come vedono i nuovi capi dell'economia mondiale la collocazione della Russia in una configurazione globale delle forze economiche che cambia con lo spostamento del baricentro dello sviluppo economico da Occidente a Oriente? Quanto e a quale prezzo sarà utile per la Russia integrarsi nell'economia mondiale e in particolare nel sistema economico asiatico? Che cosa a parte gli idrocarburi e il legname può essere impiegato dalla Russia come risorsa strategica di influenza geopolitica?
Già importanti di per sé, queste questioni acquistano ancora più significato nel contesto delle elezioni presidenziali russe [10].