www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 15-10-08 - n. 245

da Rebelión - www.rebelion.org/noticia.php?id=73995
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR 
 
L’America Latina verso l’integrazione regionale e la parziale autonomia dal mercato capitalista mondiale
 
Imparare la lezione del XX secolo e applicarla agli inizi del XXI
 
di Eric Toussaint
 
09/10/08
 
(Estratto)
 
La crisi economica e finanziaria internazionale, con epicentro negli Stati Uniti, dovrebbe essere sfruttata dai paesi latinoamericani per avanzare nell’integrazione regionale a favore dei popoli, e per iniziare una parziale liberazione.
 
Si deve imparare la lezione del XX secolo per applicarla agli inizi di questo nuovo secolo.
 
Negli anni 30’ - quelli che seguirono la crisi scoppiata a Wall Street nel 1929 - furono ben 12 i paesi dell’America Latina colpiti direttamente e che di conseguenza interruppero il pagamento dei debiti esteri pendenti, soprattutto con i banchieri nordamericani ed europei. Alcuni di quei paesi, come Brasile e Messico, dieci anni dopo riuscirono ad imporre ai loro creditori una riduzione (fra il 50% e il 90%) del loro debito.
 
Il Messico fu quello che portò più avanti le riforme economiche e sociali.
 
Durante il governo di Lázaro Cárdenas, l’industria petrolifera fu completamente nazionalizzata e senza alcun indennizzo per i monopoli nordamericani. Furono nazionalizzati anche sedici milioni di ettari di terra, sotto forma di beni comunali. Tra gli anni trenta e la metà degli anni sessanta, vari governi sudamericani portarono avanti politiche pubbliche molto attive al fine di ottenere uno sviluppo parzialmente autonomo, politiche che più tardi saranno conosciute col nome di “modello d’industrializzazione per sostituzione di importazioni” (ISI).
 
A partire dal 1959, la rivoluzione cubana diede un contenuto socialista al progetto bolivariano di integrazione latinoamericana, contenuto già spuntato nella rivoluzione boliviana del 1952. Fu necessario il brutale intervento statunitense, appoggiato dall’oligarchia e dalle forze armate locali, per chiudere il ciclo di emancipazione sociale di quell’epoca. Embargo contro Cuba dal 1962, golpe di Pinochet in Cile nel 1973, dittature in Uruguay ed Argentina. Il modello neoliberale fu messo in pratica prima in Cile, con Pinochet e l’aiuto intellettuale dei Chicago Boys di Milton Friedman, e poi venne imposto a tutto il continente, favorito dalla crisi del debito scoppiata nel 1982. Quando ci fu la caduta delle dittature negli anni 80’, il modello neoliberale ha però continuato ad imperare grazie all’applicazione dei piani di ristrutturazione e del consenso di Washington. I governi latinoamericani furono incapaci di fare fronte comune, e la maggior parte applicò docilmente le ricette dettate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Il risultato è stato un largo scontento popolare ed una ricomposizione delle sue forze che ha portato ad un nuovo ciclo d’elezioni di governi sinistroidi o di centro sinistra, cominciando da Chavez nel 1988, che s’impegnò a costruire un modello diverso basato sulla giustizia sociale.
 
L’inizio di questo secolo vede un nuovo impulso al progetto d’integrazione dei popoli della regione. Se si vuol portare più lontano questo nuovo ciclo però, bisogna imparare dal passato. Ciò che in America Latina è mancato nei decenni dal 1940 al 1970, è stato un autentico progetto d’integrazione delle economie e dei popoli mischiato ad una vera redistribuzione della ricchezza a favore delle classi lavoratrici. Oggi è vitale avere chiaro che esiste una disputa fra due progetti d’integrazione che hanno un contenuto di classe antagonistica. Le classi privilegiate di Brasile ed Argentina - le due economie principali dell’America del Sud - sono a favore di un’integrazione economica regionale. Gli interessi delle aziende brasiliane, soprattutto, come di quelle argentine, sono molto importanti in tutta la regione: petrolio e gas, grandi opere d’infrastruttura, miniere, metallurgia, agrobusiness, industrie alimentarie, ecc. La costruzione europea, basata su un mercato unico dominato dal grande capitale, è il modello che vogliono seguire. Le classi privilegiate brasiliane e argentine vogliono che i lavoratori della regione competano fra loro per ricavarne il massimo beneficio ed essere competitivi sul mercato mondiale. Dal punto di vista della sinistra, sarebbe un tragico errore ricorrere ad una politica per tappe: appoggiare un’integrazione latinoamericana secondo il modello europeo, dominata dal grande capitale, con l’illusoria speranza di dargli, più tardi, un contenuto d’emancipazione sociale. Questo approccio significa porsi al servizio degli interessi capitalisti. Non si deve fare il gioco dei capitalisti cercando di essere più astuti di loro e lasciando che siano loro a fare le regole.
 
L’altro progetto d’integrazione, che rientra nel pensiero bolivariano, vuole dare un contenuto di giustizia sociale. Questo implica il recupero del controllo pubblico sulle risorse naturali regionali e sui grandi mezzi di produzione, di credito e di commercializzazione. Si deve alzare il livello delle conquiste sociali dei lavoratori e dei piccoli produttori, riducendo, allo stesso tempo, le asimmetrie fra le economie della regione. Bisogna migliorare le vie di comunicazione fra i paesi dell’area, rispettando rigorosamente l’ambiente (per esempio sviluppando la ferrovia e altri mezzi di trasporto collettivi piuttosto che le autostrade). Bisogna sostenere i piccoli produttori privati in numerose attività: agricoltura, artigianato, commercio, servizi, ecc. Il processo d’emancipazione sociale che persegue il progetto bolivariano del XXI secolo pretende di liberare la società dalla dominazione capitalista sostenendo le forme di proprietà che hanno una funzione sociale: piccola proprietà privata, proprietà pubblica, proprietà cooperativa, proprietà comunale e collettiva, ecc. In questo modo l’integrazione latinoamericana deve dotarsi di un’architettura finanziaria, giuridica e politica comune.
 
Si deve approfittare dell’attuale congiuntura internazionale, favorevole ai paesi in via di sviluppo esportatori di materie prime, prima che la situazione cambi. I paesi dell’America Latina hanno accumulato circa 400.000 milioni di dollari. E’ una somma non disprezzabile che è nelle mani delle Banche Centrali latinoamericane, e che deve essere usata al momento opportuno per favorire l’integrazione regionale e blindare il continente verso gli effetti della crisi economica e finanziaria che sta esplodendo in America del Nord ed Europa, e che sta minacciando tutto il pianeta. Purtroppo, non c’è da farsi illusioni: l’America Latina sta perdendo del tempo prezioso, mentre i governi continuano, a parte la retorica, una politica tradizionale: firma degli accordi bilaterali sugli investimenti, accettazione o prosecuzione dei negoziati su certi trattati di libero commercio, uso delle riserve per l’acquisto di buoni del Tesoro degli USA (cioè prestare capitale alla potenza dominante) o credit default swaps il cui mercato è affondato con Lehman Brothers, AIG, ecc., pagamento anticipato al FMI, alla Banca Mondiale e al Club di Parigi, accettazione del tribunale della Banca Mondiale (CIADI) per i contenziosi con le multinazionali, prosecuzione dei negoziati commerciali nell’ambito dell’agenda di Doha, mantenimento dell’occupazione militare di Haiti. Dopo una rumorosa e promettente avanzata nel 2007, le iniziative annunciate in materia di integrazione latinoamericana nel 2008 sembrano aver frenato.
 
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E’ conveniente ristabilire uno stretto controllo dei movimenti di capitali e del cambio, per evitare la fuga di capitali e gli attacchi speculativi contro le valute della regione. E’ necessario che gli stati che vogliono materializzare il progetto bolivariano avanzino verso una moneta comune. Naturalmente, l’integrazione deve avere una dimensione politica: un Parlamento latinoamericano eletto con suffragio universale in ciascuno dei paesi membri, dotato di un potere legislativo reale. Nell’ambito della costruzione politica si deve evitare il cattivo esempio europeo, dove la Commissione Europea (cioè il governo europeo) dispone di poteri esagerati rispetto al Parlamento. Bisogna andare verso un processo costituente democratico per adottare una Costituzione politica comune. Ed anche in questo caso è meglio evitare di riprodurre il procedimento antidemocratico seguito dalla Commissione Europa per cercare di imporre un trattato costituzionale elaborato senza la partecipazione attiva della cittadinanza e senza sottometterlo ad un referendum in ogni paese membro. Al contrario, bisogna seguire l’esempio delle assemblee costituenti di Venezuela (1999), Bolivia (2007) ed Ecuador (2007-2008).
 
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Fino ad ora, coesistono vari processi d’integrazione: Comunità Andina delle Nazioni, Mercosur, Unasur, Caricom, Alba... E’ importante evitare la dispersione ed adottare un processo integratore con una definizione politico - sociale basata sulla giustizia sociale. Questo processo bolivariano dovrebbe riunire tutti i paesi latinoamericani (America del Sud, America Centrale e Carabi) che aderiscano a questo orientamento. E’ preferibile cominciare la costruzione comune con un nucleo ridotto e coerente, piuttosto che un insieme eterogeneo di stati i cui governi seguono orientamenti politici sociali contradditori, quando non antagonistici.
 
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