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- osservatorio - mondo multipolare - - n. 256
Interessi incrociati sull’Africa
Un continente aperto al saccheggio
Agenzia Stampa del Mercosur
13/01/2009
La carenza di un’organizzazione centralizzata e le sue grandi risorse naturali fanno del continente africano un bersaglio indifeso per il saccheggio e il terreno di scontro fra potenze straniere.
Strategia e risorse sono le due ragioni di fondo che hanno trasformato l’Africa in un oggetto del desiderio. I motivi strategici derivano dalla sua ubicazione nel globo terrestre, delle sue dimensioni e vicinanza ai centri di comunicazione mondiale. Il dominio di posti come lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Suez, la zona del “Corno” e il Capo di Buona Speranza, sono le chiavi del controllo della navigazione e del flusso commerciale mondiale.
Quanto alle risorse, i motivi stanno tutti nel petrolio, i minerali e la biodiversità.
Pertanto, fin da tempi remoti l’Africa è stata terra di conquista per interessi extracontinentali che ne hanno impedito il consolidamento in Stati, e hanno invece seminato fame, miseria e morte su tutto il suo enorme territorio. Ora, agli inizi del secolo XXI, è ancora un luogo indifeso.
In un’epoca storica in cui la riproduzione capitalista ha bisogno di garantirsi e difendere il flusso delle risorse naturali, la situazione africana si delinea come un potenziale campo di battaglia dalle nefaste conseguenze per tutta l’umanità.
Basta ricordare che si uscì dalla crisi del 1929 con la seconda guerra mondiale, l’evento che permise di riattivare le economie dei paesi coinvolti.
La situazione africana è così complessa che per spiegarla può essere utile cominciare dicendo ciò che l’Africa non è. Non possiede unità politica ed economia con regole di gioco interne che facilitino la convivenza delle varietà culturali dei popoli originari, né possiede l’uso equo delle risorse e la vita di un sistema difensivo integrato in grado di dissuadere i potenziali razziatori, costringendoli a negoziare in pace e sullo stesso piano.
Questo ragionamento non è così strampalato, visto che i paesi del mondo stanno consolidando grandi alleanze come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), il Mercato Comune del Sud (Mercosur) o l’Unione Europea (UE).
Essendo un continente con più di cinquanta paesi, l’Africa è composta da zone molto varie e popolazioni con enormi disuguaglianze. I conflitti armati e i colpi di Stato sono diminuiti ma continuano ad essere la causa dell’instabilità politica e il terreno ideale per l’ingerenza straniera, in specie di quella statunitense.
La caccia di Al Qaeda in Africa del Nord è servita come scusa per aumentare l’influenza di Washington sulle questioni interne di numerosi paesi, in particolare di quelli che hanno esplorato o hanno cominciato a sfruttare nuovi giacimenti petroliferi. Un’altra scusa ora di moda è la pirateria in Somalia. (Si veda: Gli eredi di Sandokan“ APM 28/01/09)
I paesi immediatamente al sud del Sahara - la zona nota come Sahel - in cui la speranza di vita si aggira attorno ai 46 anni, sono additati dagli USA come “focolai terroristici”, cosa che motiva l’invio di truppe in Mauritania, Chad, Malí e Nigeria sulla base di un programma chiamato “Iniziativa Pansaheliana.” In questo contesto, è stato aumentato l’aiuto militare a Marocco, Algeria, Tunisia e la strategica isola di Sao Tomé e Príncipe, nel Golfo di Guinea, è stata scelta dall’esercito statunitense per installarvi una base navale. Allo spiegamento militare non sfugge il controllo sul petrolio di Mauritania, Sudan, Algeria, Nigeria e Golfo di Guinea, luoghi dove le aziende multinazionali statunitensi come Chevron-Texaco hanno progettato nuovi investimenti.
Nella Guinea Equatoriale le aziende statunitensi approfittano della corruzione ufficiale per esportare e nascondere i loro enormi profitti. La Banca Riggs, di Washington DC, maneggia quei capitali ed ha comprato grandi proprietà per il Presidente Obiang. La scoperta e lo sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio nell’estuario del fiume Muni, golfo di Guinea Equatoriale, ha scatenato una dura lotta tra le multinazionali francesi e quelle USA.
La Francia è intervenuta a favore delle sue imprese in Guinea Equatoriale, Guinea-Bissau e Angola. Lo ha fatto anche in Ruanda, Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo. (Si veda: ”La pace armata in Congo” APM 30/11/08).
L’appoggio di Washington alle sue aziende petrolifere si è manifestato in Nigeriana, Sudafrica, Ghana, Sierra Leona, Liberia, Gambia e Uganda.
Nel Congo-Brazzaville opera l’azienda petrolifera statale francese Total, che ha indebitato i governati e finanziato entrambe le parti in lotta durante la guerra civile.
La cupidigia che scatena i nuovi giacimenti, ha investito gli interessi di USA e Francia in luoghi tradizionalmente sotto l’influenza francese, come Repubblica Democratica del Congo, Congo-Brazzaville, Senegal, Gabon, Guinea Equatoriale e Angola.
La disputa ha prodotto il prolungamento delle guerre regionali, come quella scoppiata fra i due Congo e i conflitti minori in Senegal e gli Stati del golfo de Guinea, dove sono già operative le aziende statunitensi.
Diventa difficile nascondere che la “guerra al terrorismo” nella regione non è altro che la difesa delle multinazionali e la persecuzione di obiettivi strategici USA per controllare le risorse naturali senza avversari capaci di impedire la loro egemonia.
Questa è la politica attuale in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente, e l’Africa comincia a sentire che la stessa politica viene applicata nel suo territorio. Oltre agli interessi occidentali si è aggiunto ora un nuovo attore di peso: la Cina. Le mosse cinesi per rafforzare i suoi legami con l’Africa hanno tre obiettivi: consolidare fonti di energie e minerarie sicure, diminuire l’influenza di Taiwan nel continente (6 dei 16 paesi con cui Taiwan mantiene pieni rapporti diplomatici) e aumentare il prestigio globale cinese.
Il presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, ha espresso in varie occasioni l’opinione che l’aiuto cinese è soddisfacente: “Ho ottenuto di più con un colloquio di un’ora con il presidente cinese Hu Jintao, di quello che ho ottenuto in tutte le riunioni organizzate dal leader mondiali nella riunione del G8“.
La Cina ha aperto la sua economia agli investimenti stranieri ed ha introdotto un gran numero di elementi del mercato, tanto da trasformarsi in un esportatore netto di capitale. Il commercio cino-africano è cresciuto del 700% negli anni '90, è duplicato fra il 2002 e il 2003 ed ha raggiunto i 32 milioni di dollari nei primi mesi del 2005. Gli investimenti e i rapporti commerciali con la Cina hanno aiutato a stimolare la crescita economica generale del continente a livello record del 5,2% nel 2005. Gli investimenti cinesi si concentrano nella produzione di petrolio, miniere, trasporti, produzione e trasmissione di elettricità, ed altri settori dell’infrastruttura africana. Solo nel 2004 l’investimento cinese in Africa è stato di 900 milioni sui 15mila milioni totali del continente. Rappresentanti cinesi hanno sborsato quasi 2,3 milioni di dollari per acquistare una partecipazione del 45% in uno dei giacimenti marittimi del petrolio nigeriano, cui si sommano 2 mila milioni addizionali per lo sviluppo di riserve.
L’Angola, che ora esporta in Cina il 25% della sua produzione di petrolio, ha ricevuto un prestito di 2 mila milioni di dollari in cambio di un contratto per fornire alla Cina 10 mila barili di petrolio al giorno.
Il Sudan che fornisce il 7% delle esportazioni totali di petrolio alla Cina, ha ricevuto i maggiori investimenti di Pechino. La China National Petroleum Corporation ha una partecipazione del 40% nella Greater Nile Petroleum Company ed ha investito 3 mila milioni di dollari nella costruzione di raffinerie e oleodotti. Inoltre, sempre nel Sudan, ha installato 4.000 soldati dell’Esercito di liberazione Cinese per proteggere un oleodotto.
L’attività di Pechino in Africa ha suscitato gli allarmi occidentali che intravedono un prossimo riassetto del potere nella regione. D’altra parte è preoccupante il voluminoso commercio di armi cinesi in un continente già sovraccarico di strumenti bellici, guerre a bassa intensità, voraci interessi e schermaglie di potenze straniere.
Se teniamo a mente che la fabbricazione e il traffico di armi usate nella seconda guerra mondiale sono serviti per uscire dalla crisi planetaria del 1929, non è assurdo pensare che l’attuale congiuntura economica possa ripetere la storia nell’arretrato continente africano.