www.resistenze.org
- osservatorio - mondo multipolare - 17-02-09 - n. 261
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
L’Africa torna a fronteggiare la via armata dell’ingerenza neocoloniale
L’opinione di Diego Herchhoren
11/02/2009
Il 17 agosto scorso, il Fondo Monetario Internazionale assicurava che almeno otto paesi dell'Africa si sarebbero trasformati in cosiddette "economie emergenti". Questa qualifica, apparentemente tecnica, cela una sinistra dicotomia verbale per distinguere i popoli africani che secondo il FMI hanno scelto la giusta strada.
In effetti, l'Africa continua ad essere una delle riserve più integre di materie prime del pianeta, con un potenziale economico e naturale che potrebbe soddisfare le necessità della popolazione di quasi tutto il pianeta. Tuttavia, le "speranze" del FMI non cessano di essere vane elucubrazioni. Da più di mezzo secolo, i popoli africani portano avanti processi simultanei di decolonizzazione militare, politica ed economica del loro continente, che stanno sfociando in un modello economico che vedrà la luce non appena il sistema capitalista rappresentato dalle antiche potenze coloniali e dagli USA affonderà.
Come accaduto in altre zone del pianeta, dove il socialismo è stato soppiantato da un indefinito sistema economico in teoria a metà strada tra socialismo e capitalismo e sostenuto dagli stessi gestori del precedente modello, molti Stati africani hanno compreso che il modello neoliberale inaugurato con la caduta dell'URSS è stato un disastro, intraprendendo un cammino verso la rinazionalizzazione e la partecipazione in imprese strategiche che, di fatto, minano le fondamenta dei monopoli europei e nordamericani nel continente, ed a ritmi sempre di più accelerati.
Le ripercussioni dell’ascesa di un nuovo nazionalismo pan-africano sono in relazione con le recenti decisioni prese sul piano internazionale rispetto all'Africa che non riguardano solo i piani statunitensi dell'AFRICOM: l'intervento dell'ONU nel Congo, il blocco internazionale al Governo dello Zimbabwe o le operazioni di varie potenze contro la Somalia, sotto il falso pretesto della lotta contro la pirateria.
La generazione dei dirigenti africani odierni sono passati dall’essere "classe in sé" a "classe per sé", e nonostante il mantenimento di una concezione e di una struttura sociale borghese, avvertono con inquietudine che la stabilità della loro posizione sociale non passerà dalla mano del potere militare yankee, sempre più indebolito, bensì da un processo nel quale mantengano il potere di classe in funzione di una grande e disciplinata base sociale che sappia di continuo far fronte al neocolonialismo e alle ingerenze delle grandi potenze. Inevitabilmente, per portare a termine quest’operazione, è necessaria una migliore ripartizione della ricchezza. Hanno imparato che, per progredire come classe, è necessario affrontare l'imperialismo.
Il labirinto africano (1): i cosiddetti "paesi emergenti"
I paesi che il FMI menzionava nell’agosto 2008 erano Botswana, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria, Tanzania, Uganda e Zambia. Questa classificazione fissa senza dubbio un obiettivo nella strategia dei paesi centrali contro l’Africa e le sue risorse naturali. Precisamente, la valutazione che il Fondo Monetario Internazionale fa per questo "G-8" non è in funzione dello sviluppo tecnico, degli avanzamenti qualitativi e quantitativi nell'educazione delle sue popolazioni o degli investimenti in campo tecnologico, bensì in funzione delle innumerevoli risorse non sfruttate, fondamentalmente il coltan (materia prima con la quale si fabbricano i chips dei componenti elettronici), diamanti, petrolio e bauxite.
Dal passaggio di questi paesi all'indipendenza, concordata o strappata dai loro popoli alle vecchie metropoli, i governi europei hanno mantenuto una strategia di contenimento dei precedenti movimenti di liberazione, cristallizzando la memoria dei leader storici del panafricanismo, come il rivoluzionario Kwame Nkruma (Ghana), passando per la corruzione o la promozione del golpismo (Congo). Il FMI identifica questi 8 paesi come la retroguardia geografica e geopolitica per mantenere le vie di dominazione su tutto il continente, diminuite negli ultimi anni a causa dell'influenza economica cinese e per l’ascesa dei movimenti nazionalisti di segno molto diverso.
Il labirinto africano (2): il movimento contro il neocolonialismo
Pensare che gli Stati africani abbiano ottenuto l'indipendenza a seguito delle decolonizzazioni favorite dal Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite negli anni 50, 60, 70 e 80 è una pura finzione. Il controllo delle risorse naturali e la capacità di influenza continuano ad essere il metodo attraverso il quale una parte considerevole dell'Africa seguita ad essere sotto il dominio militare ed economico europeo e nordamericano. Le basi nordamericane nel sud dell'Algeria, l'occupazione militare francese della Costa di Avorio (con 15.000 paracadutisti galli interposti, nel controllo del territorio, alle milizie del Movimento Patriottico della Costa di Avorio), l'occupazione con truppe ONU della Repubblica Democratica del Congo e la missione militare dell'Unione Europea inaugurata di recente, che sotto la protezione del FRONTEX "sovrintende" agli Eserciti dell'Africa Occidentale, Mauritania e del Ciad, stanno destando sospetti tra i popoli africani che già hanno avuto le loro prime manifestazioni di ira anticoloniale, che specialmente in quest’ultimo paese, con il caso della Ong francese "Arca di Zoé" [nel 2007 collaborò al rapimento di 103 bambini ciadiani spacciandoli per orfani, NdT] si è indirizzata contro la presenza di osservatori militari francesi e l'acquiescenza del suo Presidente Regy Debi.
La Repubblica Popolare di Angola, Stato chiave per il futuro di un nuovo progetto di stabilità continentale, è stato il paese pioniere nella rottura delle grandi relazioni di dipendenza con le metropoli. Il Movimento Popolare per la Liberazione di Angola (MPLA), partito al governo con l’80 % dei consensi tra l'elettorato, ha stabilito meccanismi di sviluppo e di mutuo sostegno che stanno facendo di quest’enorme paese uno dei più produttivi dell'Africa, e che, casualmente, non risulta tra gli "emergenti" del FMI. L'Angola ebbe, insieme alla Repubblica di Cuba, un ruolo decisivo nella lotta contro l'Apartheid nel cono sud dell'Africa (Mozambico, Zimbabwe, Namibia, Angola e Sudafrica). Mantenendo ancora legami di amicizia reciproca con il Portogallo, sta aprendo prospettive per uno sviluppo indipendente che si estenderà a tutti i paesi africani di lingua portoghese, tra loro Guinea-Bissau.
L’Angola, che fino al dicembre 2008 ha mantenuto la presidenza temporanea dell'OPEC, è stato uno dei paesi dove l'Indice di sviluppo umano (IDH) dell'ONU è cresciuto in maniera più rapida e, grazie agli investimenti e allo sviluppo continuato che la sua impresa petrolifera statale SONANGOL sta conducendo, si comincia ad intravedere per questo paese dell'Africa sud-occidentale la possibilità di realizzare in meno di una decennio il proprio programma spaziale.
Guinea-Bissau è un altro degli Stati criticabili secondo la dottrina del FMI. Benché negli anni 80, ed in virtù delle graduali diminuzioni della cooperazione economica e politica Guinea-URSS, questo paese assunse il programma di aggiustamenti strutturali di quest’organismo, continua ad essere un paese cui si guarda con sfiducia nei fori internazionali. Il suo governo ha proibito alle corporazioni nordamericane, britanniche ed israeliane l'accesso alle risorse strategiche e la pianificazione statale prevede che nel 2012, secondo la compagnia statale PETROGUIN, sarà già disponibile petrolio guineano per l'estrazione. Guinea-Bissau fu uno degli Stati che affrettò la caduta del fascismo in Portogallo e ha mantenuto il capitale umano necessario per un rapido processo di sviluppo che necessita solo di un elemento: la partecipazione di altri soggetti internazionali allo sfruttamento delle sue materie prime in un regime di equità. La rielezione dello storico combattente del Partito Africano per l'Indipendenza di Guinea e Capo Verde, Joao Bernardo "Niño" Vieira, è visto dagli altri Stati africani e dai movimenti nazionalisti come un sostegno ad un progetto che, a medio termine, può minare in modo definitivo le relazioni di dipendenza.
Africa e post-neocolonialismo
L’indebolimento di queste relazioni di dipendenza tra centro e periferia del potere economico mondiale ha viaggiato parallelamente al processo di collasso del neoliberalismo. Attualmente, gli USA sono presenti in Africa con più di 30.000 soldati, con la possibilità di raddoppiare questa cifra quando si installerà in Spagna l'AFRICOM. La Francia dirige la politica estera delle sue antiche colonie grazie alle filiali ELF sparse per il continente ed è complice di numerosi genocidi. Ugualmente, gli osservatori militari dell'Unione Europea valutano che si renda più necessario che mai concentrare le attenzioni sull’Africa, dato che si prospettano condizioni molto avverse per le antiche metropoli.
Il Comitato Politico e di Sicurezza dell'UE sta facendo grossi investimenti nel campo della cooperazione militare, formando poliziotti e militari degli Stati africani per prevenire eventuali movimenti nazionalisti o di liberazione. Curiosamente, è stato un Generale dell'Esercito spagnolo il designato dall'UE per le riforme nel settore della sicurezza nei vari paesi africani, il Generale Esteban Verástegui [1], che ha già prestato servizio in Guinea-Bissau, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan e Guatemala, sempre in periodi precedenti o posteriori a colpi militari o sommosse.
È evidente che da questa crisi strutturale del sistema capitalista nascerà una nuova struttura del processo produttivo mondiale che, tra le altre cose, comprenderà una nuova relazione di classe tra quelli che fino ad ora sono stati sfruttatori e sfruttati. La "rivoluzione democratica" africana si concluderà quando i suoi paesi accederanno ad una totale indipendenza, che arriverà al più presto.
Note
[1] http://www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms_Data/docs/pressdata/EN/declarations/99182.pdf