www.resistenze.org
- osservatorio - mondo multipolare - 29-11-11 - n. 387
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Dalla crisi globale alla CELAC
di Sergio Rodriguez Gelfenstein, AVN
24/11/2011
Caracas - Per molte ragioni legate agli eventi internazionali, ora è molto difficile "tastare il polso" alle dinamiche della politica mondiale. Parametri consolidati da secoli, creati in Occidente e accettati con la ragione o con la forza, in gran parte del mondo cominciano a sbriciolarsi, paradossalmente, sgretolati da chi li ha creati.
In questo senso, non è solo accademico o teorico il dibattito per determinare se la crisi è del sistema capitalista globale, che impera nel pianeta da poco più di un secolo e mezzo, oppure sia del modello di civiltà occidentale stabilito 25 secoli fa, dapprima in Europa e successivamente imposto al mondo attraverso le conquiste, guerre, schiavitù, sterminio di centinaia di milioni di persone e l'imposizione di una cultura, un modello di comportamentale, un sistema di valori e di un paradigma politico che è stato assunto come se fosse universale.
Di questo modello, il capitalismo e l'imperialismo, sono solo le ultime due fasi, la prima nata nel XIX secolo e la seconda, più recentemente, nel secolo scorso.
Tutto questo, come ho detto precedentemente, supera le mere definizioni teoriche, per la semplice ragione che la loro delucidazione dovrebbe coinvolgere comportamenti diversi per gli attori che hanno il potere decisionale, soprattutto quando si tratta di relazioni internazionali e di politica estera.
Nozioni ampiamente riconosciute come democrazia, difesa dei diritti umani e sovranità, successivamente trasformate in principi e questi a loro volta, stampate nelle costituzioni e nel quadro giuridico che ha sostenuto la Carta delle Nazioni Unite, che ha originato la Dichiarazione dei Diritti Umani Universali, hanno cominciato a diventare obsoleti, violentati e sopraffatti dalla imposizione di una forza che sta portando l'umanità a tornare ai tempi della barbarie.
Quando criteri universalmente accettati, che devono regolare la condotta internazionale degli Stati sono sottomessi al beneficio del profitto.
Quando i valori volti a preservare la vita sul pianeta sono sacrificati nell'interesse di una sola nazione.
Quando centinaia di migliaia di persone vengono uccise per mantenere un tenore di vita che sostenga il consumo indiscriminato di una minoranza del pianeta.
Quando i governi, siano di destra o di "sinistra", come in Europa, non possono mantenere il loro modello e cadono sotto il peso della loro incompetenza e della loro sottomissione a certe oggettive potenze e non possono fornire risposte ai bisogni più elementari dei loro cittadini.
Quando la democrazia rappresentativa di stampo occidentale non è in grado di trovare soluzioni e con la coercizione antidemocratica impone banchieri per sostituire i politici e guidare i governi come è successo in Grecia e in Italia.
Quando gli Stati Uniti attivano gli avversari orientali della Cina utilizzando il suo alleato coreano Ban Ki-moon alle Nazioni Unite e il giapponese Yukiya Amano presso l'AIEA al fine di instaurare la guerra come metodo e la brutalità come sistema.
Quando il Direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde va a Pechino per esigere che la Cina entri nella crisi finanziaria mondiale per salvare l'Europa.
Quando si minaccia di aggredire Iran, Siria e Pakistan se non si allineano alle norme stabilite dagli Stati Uniti e da altri Stati canaglia, creando un conflitto in una regione dove ci sono tre paesi in possesso di armi nucleari, Israele, India e Pakistan, in grado di scatenare una terza guerra mondiale in grado di eliminare tutte le forme di vita umana sul pianeta.
Quando tutto questo accade, è chiaro che la crisi che stiamo affrontando è molto più profonda di un semplice stato comatoso dell'economia e del sistema capitalistico mondiale, per profonda che sia. La crisi è di civiltà e questo ci obbliga alla scelta di salvarsi e salvare tutti oppure perire incarcerati dalla bestialità senza limiti ostentata dal potere mondiale.
L’America Latina e i Caraibi, nel mezzo a questa terribile catastrofe, navigando per mari agitati, avanzano con difficoltà, ma in maniera decisa verso porti più sicuri. In mezzo a turbolenze, si presenta come un'area in cui si compiono progressi in controcorrente rispetto al resto mondo.
Le nostre preoccupazioni vengono risolte in spazi di integrazione sempre maggiori, che vengono costruiti nel campo sia economico che e politico, della difesa e della sicurezza. UNASUR è ormai una realtà concreta e il prossimo vertice che formalmente sancirà la nascita della Comunità dell'America Latina e dei Caraibi la (CEPAC), va in questa direzione.
L'integrazione e l'unità è la nostra unica salvezza. Nessun paese può permettersi un percorso politico solitario nel mondo di domani, pur potente che sia. Sarà necessario affrontare sfide insite nelle nazioni governate da leaders che si trovano agli antipodi dello spettro politico, e la CELAC non deve essere un'alleanza di governi, ma una confluenza di Stati. Se uno di essi, crede di stare al sicuro per il fatto di avere un rapporto privilegiato con una delle potenze mondiali, gli esempi dell'Iraq e della Libia sono molto recenti per ricordare ciò che disse Lord Palmerston, politico britannico del XIX secolo, quando venne rimproverato per non sostenere la lotta d'indipendenza delle colonie in America privilegiando la sua alleanza con la Spagna: "La Gran Bretagna non ha amici o nemici permanenti, ha interessi permanenti".
Ciò è perfettamente valido per comprendere l'attuale politica degli Stati Uniti e può essere esteso alla realtà del rapporto di qualsiasi paese del sud con le potenze.
I nostri interessi sono quelli del nostro popolo che hanno forti identità culturali, religiose e linguistiche e sono stati separati solo dal progetto coloniale che ha creato alcuni territori che originarono stati-nazione dopo l'Indipendenza. Negli ultimi due secoli, gli interessi imperiali di una potenza americana ha promosso conflitti ereditati dal passato coloniale per dividere e imperare.
Il prossimo vertice a Caracas della CELAC farà in modo che si smetta di parlare di "sogno del Liberatore Simon Bolivar" per iniziare a parlare del "Piano del Liberatore Simon Bolivar". Questo piano deve concretizzarsi partendo dalle nostre asimmetrie, dalle nostre differenze e distanze, sia geografiche che politiche. Questa è la sfida per progredire e vincere.
Il Liberatore prevedendolo, non disse mai che sarebbe stato altrimenti; nella Lettera di Giamaica stabilì le differenze come una realtà che dovevano essere accettate quando affermò: "Anche se i successi sono stati parziali e si alternano, non dobbiamo abbatterci e non aver fiducia nella fortuna. In alcune regioni trionfano gli indipendentisti, mentre in altri luoghi, i tiranni, ottengono benefici. E qual è il risultato finale? Non è forse vero che tutto il Nuovo Mondo è turbato e armato per la sua difesa? Diamo uno sguardo, e osserveremo una lotta simultanea grande come l’estensione di questo emisfero".
Solo così, cittadini di questa nostra America, avremo un futuro e potremo superare questa profonda crisi di civiltà che ha nel capitalismo e l'imperialismo, la sua ultima fase terminale.
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