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- osservatorio - mondo multipolare - 26-04-13 - n. 451
Shangri-la: orizzonti perduti
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
08/04/2013
L'Asia è il centro di tutte le mire. Nella recente Conferenza di Monaco, il vicepresidente nordamericano Joe Biden, ha affermato con sicurezza alla stampa: "Il mare della Cina non è della Cina". Biden fa riferimento al Mare della Cina meridionale, ma torna ad evidenziare il nuovo interesse del suo paese per l'evoluzione della grande zona Asia-Pacifico e, in essa, del mare che bagna il sud della Cina. Non è una casualità. Negli ultimi anni, sotto la presidenza di Obama, la zona si sta trasformando in un focolaio di tensione: gli Stati Uniti hanno annunciato un programma di riarmo e il dispiegamento della maggior parte della sua marina di guerra, compresi i sottomarini nucleari e le portaerei e di bombardieri dotati di armi nucleari. Inoltre, prosegue la costruzione dello scudo antimissilistico asiatico, ufficialmente diretto contro la Corea del Nord, ma in realtà, orientato alla Cina, in un stratagemma simile allo scudo antimissilistico che Washington estende contro l'Iran, ma che è diretto alla Russia. Il nuovo riarmo statunitense in Asia ed il suo opprimente spiegamento in una corona attorno all'est e al sud della Cina, è la carta che gioca il governo di Washington per ribaltare la situazione che si è evoluta in direzione contraria agli interessi nordamericani: gli Stati Uniti nel 1945 hanno iniziato un periodo di egemonia in Asia che sta giungendo alla fine.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la principale forza militare presente nella grande zona dell'Asia-Pacifico è sempre stata l'esercito, la marina e l'aviazione nordamericana, dispiegata in vari paesi, dotati di numerose basi militari (alcune delle quali risalgono all'occupazione militare del dopoguerra, come in Giappone o Corea) e di una forza atomica itinerante, che ha assicurato il suo dominio marittimo ed il controllo della sicurezza nel grande arco che va dalle isole Kuriles fino al golfo Persico. Ma se la situazione di dominio nordamericano (non senza seri contrattempi, come il trionfo della rivoluzione in Cina nel 1949 e la sconfitta in Vietnam) non è cambiata nella sostanza per più di mezzo secolo, la prostrazione economica di molti paesi della zona, sì, che è un ricordo del passato. La regione che si estende dal Giappone fino all'India, è cambiata completamente dalla fine della guerra di Hitler: i paesi che la formavano erano sottosviluppati e sommamente poveri; molti, affossati nella distruzione postbellica e nella miseria (dall'India, fino al Giappone o Corea, passando per l'Indonesia, per le vecchie colonie francesi che furono in guerra fino a quasi tutto il decennio degli anni ottanta, o la stessa Cina); invece, oggi quest'insieme di paesi si è trasformato nel più vigoroso centro economico del mondo, e, a differenza dell'economia europea e nordamericana, ha superato la crisi finanziaria mondiale e ha consolidato la sua crescita economica. Se per decenni la marina di guerra nordamericana, i suoi marines ed i suoi diplomatici, andavano a spasso per tutta la regione mostrando il loro potere incontestato, svolgendo il loro ruolo di polizia del mondo, assicurando gli interessi economici statunitensi e forzando i loro alleati ed i loro avversari ad accettare le proprie condizioni, di buon grado o con la forza e gli Stati Uniti decidevano le loro forme di intervento sui temi di Asia-Pacifico, oggi, deve dialogare e cercare negoziazioni; prova, perfino, ad essere presente in conflitti stranieri per non retrocedere ancora, mentre si sforza a configurare un nuovo blocco che faccia da muro di contenimento di fronte alla Cina.
Col XXI secolo il panorama strategico ha cominciato a cambiare velocemente. Paradossalmente l'inizio del secolo ha visto una vigorosa offensiva nordamericana in Medio oriente, destinata ad assicurare un "secolo americano" dalla mano dei neoconservatori militaristi di Bush. Tuttavia, quell'operazione si saldò con un duro fallimento, che ha aggravato le difficoltà nordamericane ed ha fatto precipitare la crisi della sua dottrina militare e di sicurezza. Inoltre l'inizio del declino del potere economico nordamericano, ha avuto conseguenze militari non solo per l'annunciato ripiego in Iraq ed Afghanistan, benché in entrambi i paesi Washington continui a contare su soldati e mercenari, ma anche per la riorganizzazione del suo spiegamento nel mondo: la regione Asia-Pacifico è divenuta la regione vitale per Washington e, per ciò, la sua nuova dottrina di sicurezza ha destinato il 60% del suo potenziale militare alla zona. Di conseguenza, gli Stati Uniti dedicano un'attenzione all'America Latina e si aggrava il suo disconoscimento africano. Il compiacente segretario generale della NATO, Anders Fogh Rassmusen, ha lanciato il grido d'allarme sui "pericoli" che rappresentano i nuovi paesi emergenti.
La Conferenza di Monaco e le piattaforme di discussione, fori internazionali e regionali riflettono questo cambiamento nel progetto strategico mondiale. Nel 2002, The International Institute For Strategic Studies (Istituto Internazionale di Studi Strategici) di Londra, iniziò ad organizzare un forum di dibattito sulla sicurezza in Asia che venne chiamato il Dialogo di Shangri-la: il remoto ed immaginario monastero tibetano del romanzo di James Hilton servì per battezzare l'hotel Shangri-la di Singapore, dove si celebra la riunione, che è già uno dei principali incontri sulla sicurezza che si svolgono nel mondo. Un decennio dopo il suo inizio, il forum accoglie responsabili politici e militari di ventotto paesi della zona Asia-Pacifico, così come strateghi, giuristi, intellettuali e giornalisti. I partecipanti sono Cina, Stati Uniti, Canada, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Australia, Nuova Zelanda e tutti i paesi asiatici situati all'est dell'Afghanistan, eccetto il Nepal, Bhutan e la Corea del Nord. La complessità della regione, i problemi economici e sociali, le differenze sul controllo di estese zone marittime e sui territori in disputa, gli scontri religiosi ed etnici (si pensi in India e Pakistan) così come le tensioni nazionaliste, per non parlare del terrorismo, configurano un cocktail esplosivo, ma che non ha ostacolato la crescita economica. Gli scontri armati in Indonesia, India, Filippine, Sri Lanka, Pakistan, sono frequenti, così come le tensioni secessioniste.
In un decennio di dialoghi, molte cose sono cambiate. Quando la Cina entrò nell'OMC, alla fine del 2001, le cancellerie e la gran maggioranza dei centri di studi ed analisti considerarono che gli Stati Uniti ed in minore misura l'Europa, andavano ad impadronirsi di un grosso mercato di mille trecento milioni di abitanti e nessuno prevedeva che invece fosse la Cina ad essere la gran beneficiata. Un decennio dopo le conclusioni sono altre, radicalmente opposte: la Cina è la seconda economia mondiale e tutto lascia prevedere che, in pochi anni, si trasformerà nella prima. Questo cambiamento strategico si è riflesso nei dialoghi di Shangri-la. Nella prima riunione, nel giugno del 2002, sei mesi dopo l'entrata della Cina nell'OMC ed in piena offensiva nordamericana in Medio oriente, i partecipanti videro la prepotenza nordamericana e la sua abituale tendenza ad imporre i suoi criteri. Nella quarta conferenza Shangri-la, nel 2005, l'attenzione si incentrò nell'accordare misure per la cooperazione e nella sicurezza marittima regionale. Durante questo periodo, la Cina e dieci paesi della ASEAN sottoscrissero nel 2002, una dichiarazione di condotta sulle questioni in relazione col Mare della Cina meridionale e tre anni dopo, Cina, Vietnam e Filippine firmarono un accordo affinché le loro compagnie petrolifere facessero ricerche in questo mare.
Nella conferenza del 2009, la situazione strategica era cambiata radicalmente: l'allora segretario della Difesa nordamericana Robert Gates, chiese la collaborazione europea e cinese "per la ricostruzione e stabilizzazione dell'Afghanistan". Le spese derivate da questa ricostruzione sarebbero dovute essere assunte anche da altri paesi, secondo quanto affermò Gates, che segnalò che l'implicazione in Afghanistan doveva essere "la priorità europea", mentre sollecitava risorse economiche ed umane alla Cina, come all'Indonesia, India e Giappone. Già si andavano infiammando gli animi. Nella decima conferenza, nel 2011, la Cina inviò, per la prima volta, il suo ministro della Difesa, Liang Guanglie. Pechino aveva aumentato il suo interesse per l'appuntamento dal 2007, elevando l'importanza della sua delegazione, esponendo i cosiddetti "cinque principi" di coesistenza pacifica: apertura agli scambi militari tra paesi, impulso alla cooperazione militare, limitazione degli antagonismi e rinuncia alle vessazioni contro terze nazioni, così come la definizione di meccanismi di sicurezza collettiva e di fiducia tra gli eserciti. In quella conferenza, affiorarono con forza le paure di alcuni paesi per il progressivo rinvigorimento cinese: Stati Uniti, India e Giappone ed alcuni paesi di minore levatura, espressero la loro preoccupazione per i cambiamenti che la nuova forza cinese poteva portare alla zona, paure che la delegazione cinese considerò infondate, appoggiandosi al suo compromesso con lo sviluppo pacifico e la cooperazione internazionale.
Per Pechino tutti i paesi della regione devono agire in funzione del rispetto, comprensione e disposizione per far concessioni equilibrate tra le parti, insistendo che il suo esercito, oltre alla difesa nazionale, si limiterà a collaborare in missioni di pace internazionale, sotto mandato dell'ONU, compiti di ricostruzione in catastrofi naturali e lotta contro la pirateria marittima. La Cina insistette sul controllo delle armi e sul disarmo progressivo e sulla preservazione della stabilità strategica globale. Il ministro cinese che non esitò a far notare la distanza tecnologica tra l'armamento cinese ed il più sofisticato arsenale nordamericano, fece una ferma dichiarazione: "La Cina non persegue l'egemonia, né l'espansione militare, non cerca la guerra, bensì la pace". Nel suo sforzo per mostrare la buona disposizione del suo paese, Liang Guanglie ricordò ai partecipanti alla conferenza che Pechino ha sottoscritto accordi di consultazione sulla difesa con ventidue paesi della zona e che, d'accordo con Mosca, annuncia in anticipo il lancio di missili, per non dimenticare che mantiene relazioni militari con 150 paesi e che quattrocento delegazioni militari di vari paesi giungono quasi annualmente in Cina: il suo desiderio di trasparenza è palese.
Nel corso di quell'incontro Shangri-la, ebbe luogo l'intervista tra i ministri della Difesa vietnamita e cinese, Phung Quang Thanh e Liang Guanglie, per affrontare le differenze sull'incidente che aveva avuto luogo tra navi d'esplorazione ed ispezione di entrambi i paesi in acque del Mare della Cina meridionale. A dispetto della dichiarata volontà di entrambi i paesi di rispettare la Convenzione sul Diritto del Mare UNCLOS e la Dichiarazione sui modelli di condotta sottoscritta dalla Cina e la ASEAN, la delimitazione delle zone di sovranità rispettive continua ad essere conflittuale. A sua volta, il primo ministro malese, Najib Razak, che considerò superato il tempo dei confronti militari tra le grandi potenze, affermò che il rinvigorimento economico cinese non doveva essere considerato un problema bensì un'opportunità per il resto dei paesi del mondo, visto che negava che il potere militare cinese fosse un pericolo per i paesi della zona.
Da parte loro, gli Stati Uniti, rappresentati dal precedente segretario della Difesa Robert Gates(a cui è succeduto alcune settimane dopo, Leon Panetta) offrirono il loro ombrello di sicurezza, come legame alla loro strategia di sicurezza dei paesi della regione che mantengono diffidenze verso Pechino, reclamando un "codice di condotta" delle parti, insistendo nella "libertà di navigazione", il rispetto al diritto internazionale e lo sviluppo economico. A dispetto di ciò, Gates disegnò un scenario tra potenze alleate ed avversarie ed annunciò che il suo paese stava elaborando un nuovo concetto di operazioni militari che, benché senza citarle, era ovvio che fossero dirette contro la Cina. La questione dei giacimenti di gas e petrolio del sottosuolo marino stava alla basa della sua argomentazione, nella questione delle isole Spratly ed in altri arcipelaghi, benché il ministro cinese avesse chiarito che il suo paese non avrebbe imposto i suoi criteri con la forza, neanche nelle Spratly (reclamate dalla Cina, Filippine, Malesia, Vietnam, Brunei e Taiwan) scenario di ripetuti incidenti.
Parallelamente, nel giugno del 2011, gli Stati Uniti e la Cina iniziarono una serie di incontri bilaterali nelle Hawai, sulle questioni dell'Asia e del Pacifico, con delegazioni presiedute dal viceministro delle Relazioni Esteri cinese, Cui Tiankai e del sottosegretario di Stato nordamericano, Kurt Campbell, che vennero chiamate "meccanismo di consultazioni". Era una conseguenza del desiderio del governo Obama di esercitare pienamente come "un paese del Pacifico" e le questioni dibattute girarono attorno alla situazione globale della regione, dove negli ultimi anni sono aumentate le differenze tra Pechino e Washington. La stabilità generale della zona, benché esistano conflitti locali e la sua rapida crescita economica, molto legata alla crescita cinese, è una delle questioni che entrambe le potenze vogliono mantenere, ma non per questo gli Stati Uniti smettono di stimolare dispute diplomatiche che colpiscono la Cina.
Pechino ha bisogno della pace per proseguire il suo sviluppo, mentre gli Stati Uniti intervengono stimolando conflitti, benché la loro diplomazia proclami interesse per la stabilità. Una dimostrazione di ciò fu la risoluzione promossa dal Senato nordamericano, in quello stesso mese, che criticava il supposto "uso" della forza da parte della Cina nelle acque del Mare della Cina meridionale per la sovranità delle isole Nansha, mentre nel contempo organizzava manovre militari col fedele alleato delle Filippine nelle zone marittime in disputa, in un chiaro intervento che aumentò la tensione e che mise chiaramente in dubbio la dichiarata volontà nordamericana di risolvere pacificamente i conflitti. Poche settimane dopo, Hillary Clinton ed il consigliere di Stato cinese, Dai Bingguo, si riunivano a Shenzhen per affrontare la situazione nella penisola coreana e per scambiare opinioni sulla stabilità della regione Asia-Pacifico, in cui Dai Bingguo pose l'accento sulla visione cinese su Taiwan e Tíbet. Lo stesso Dai presentava, alcuni mesi dopo, un'ambiziosa proposta per la cooperazione economica tra i paesi della regione del Mekong (Cina, Laos, Cambogia, Myanmar, Thailandia e Vietnam). Il presidente Hu Jintao presentava alla fine del 2011, nel Foro di Cooperazione Economica Asia Pacífico (APEC), una proposta per spingere la crescita economica e la cooperazione basata su criteri innovatori e rispettosi dell'ecologia del pianeta e sul rafforzamento del commercio mondiale e dell'integrazione economica dell'Asia. La Cina che ha seri problemi ecologici, ha previsto che tra il 2011 e il 2015, farà investimenti per un valore di quasi 500.000 milioni di dollari nel settore ambientale.
Nonostante la "libertà di navigazione" nel Mare della Cina meridionale non corra pericolo, gli Stati Uniti hanno arieggiato l'esigenza sulla "libera navigazione marittima", diffondendo supposte ed inconcrete minacce contro essa. Curiosamente, quasi tutti gli avvisi di all'erta e di supposti rischi nella zona, sono partiti dagli Stati Uniti e non dai paesi costieri. Utilizzando questo pretesto, simile agli allarmi lanciati periodicamente da Washington relativi a "minacce terroristiche" in distinte parti del mondo o ad opportuni appoggi a "movimenti" per la democrazia per giustificare interventi in terzi paesi, gli Stati Uniti giustificano la mobilitazione del loro potere militare e la loro presenza in tutta la zona, direttamente o con manovre insieme agli alleati. Ciò è inoltre molto utile per giustificare il riarmo di eserciti asiatici alleati, per la vendita di nuovo armamento nordamericano e per il mantenimento della rete di basi militari, oppure di agevolazioni per le sue truppe che abbracciano dal Giappone e Corea del Sud fino alla Tailandia ed Indonesia, passando per la Malesia e le Filippine. Una certa tensione in tutta la regione, inoltre, giustifica lo spiegamento nordamericano e disattiva molte delle proteste delle popolazioni locali che lottano per lo smantellamento delle basi militari, come succede nell'isola giapponese di Okinawa.
Nell'undicesima conferenza Shangri-il, nel 2012, oltre a discutere il ruolo degli Stati Uniti nella regione, la stabilità regionale e la libertà marittima, si sono affrontate questioni che hanno cambiato la pianificazione della guerra moderna: internet e gli aerei senza pilota, i droni. Il generale Ren Haiquan che dirigeva la delegazione cinese, ha elogiato le parole di Leon Panetta quando questo ha affermato che, a dispetto delle differenze tra Pechino e Washington, entrambi i paesi dovevano intendersi. Ren Haiquan ha sostenuto che la sicurezza nella zona Asia-Pacifico era la questione centrale che preoccupava i partecipanti, mentre Leon Panetta ha confermato che gli Stati Uniti dispiegano il 60% della loro marina di guerra nella regione Asia-Pacifico.
Molte cose sono cambiate già dopo dieci anni di dialoghi Shangri-la. Le forze sono più equilibrate e gli Stati Uniti non possono imporre le loro condizioni e, al contrario, cercano di articolare un fronte anticinese. In quest'ultima conferenza, il ministro della Difesa giapponese, appoggiato da quello dell'India, ha mostrato le sue paure per l'aumento del presupposto militare cinese che, a giudizio di entrambi i governi, forzerà anche i paesi della zona ad aumentare la loro spesa militare, benché fonti del gabinetto cinese replicassero che la strategia militare della Cina, dotata di una dottrina militare difensiva, è trasparente, senza tentazioni di conquistare posizioni egemoniche, centrando i suoi obiettivi nello sviluppo pacifico e nell'impegno per la difesa della sua sovranità e la sua integrità territoriale e col mantenimento della pace nell'Asia-Pacifico e nel mondo. Ricordarono, inoltre, benché senza citarli, che la Cina percepisce minacce alla sua sicurezza e che per difendere i suoi diciotto mila chilometri di coste e più di venti mila chilometri di frontiere terrestri è imprescindibile la modernizzazione del suo esercito.
Verso l'ovest, gli Stati Uniti perseguono l'incorporazione dell'India al loro schema di alleanze, benché con difficoltà (le politiche verso il Pakistan e l'Iran sono questioni che affrontano periodicamente Delhi e Washington) e continuano ad utilizzare il territorio pachistano ed afgano, per muovere la loro rete di spie e di provocatori che infiltrano periodicamente nelle frontiere iraniane e che sono protagonisti di azioni terroristiche, benché Islamabad abbia ostacolato negli ultimi tempi l'attività nordamericana, colpendo alcune reti clienti dei servizi segreti statunitensi, come la Jundallah. Gli Stati Uniti non sono interessati che India e Pakistan migliorino le loro relazioni: una certa tensione facilita la loro mediazione ed intervento in entrambi i paesi. La disinformazione svolge anche un ruolo importante: Washington ha filtrato alle cancellerie e ai mezzi di comunicazione internazionali la minaccia che suppongono per l'India le supposte basi militari che la Cina pensa di stabilire nel Kashmir pachistano, precisamente quando la situazione è migliorata notevolmente in Kashmir, e nel momento che il primo ministro indiano, Manmohan Singh, ha considerato che Pechino opta per soluzioni pacifiche in merito alle differenze regionali. In un complesso tavolo di biliardo, Washington tenta varie carambole: mantenere sotto la sua autorità il Pakistan, a dispetto delle differenze; attrarre l'India alla sua sfera di influenza, sostenendo un certo livello di tensione indio-pachistana e stimolare la sfiducia verso la Cina che vuole porre fine alle differenze con Delhi e "aumentare" la cooperazione strategica tra i due giganti asiatici, come ha annunciato Pechino. In realtà, una delle grandi preoccupazioni del Pentagono e della Casa Bianca è che Cina, India, Pakistan ed Iran assumano, coordinatamente, l'inconvenienza che esistano basi militari statunitensi in tutta la regione. Di uguale forma, nell'altro estremo del tavolo, gli Stati Uniti sabotano qualunque barlume di distensione tra le due Corea e respingono un'ipotetica riunificazione coreana.
A dispetto delle sue risorse ed il suo potere, gli errori di valutazione del governo nordamericano sono frequenti: bisogna solo ricordare che, quindici giorni prima della caduta di Mubarak, Hillary Clinton dichiarava che il suo paese considerava "stabile" il governo egiziano. A conseguenza di quegli errori di analisi e di stima del proprio potere, gli Stati Uniti si rifiutano di tenere in conto gli interessi strategici cinesi in Asia, danneggiando il proprio futuro, mentre la Cina chiarisce che non pretende di escludere Washington dalla regione. Alcuni fatti sono rivelatori di quest'atteggiamento nordamericano: alla fine di gennaio del 2013, Ed Royce, presidente del Comitato di Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti nordamericana, si è riunito con funzionari del governo filippino dopo che il suo paese ha ottenuto che le Filippine presentassero una petizione affinché le dispute sul Mare della Cina meridionale fossero sottomesse ad un tribunale di arbitraggio dell'ONU. In questo modo, le Filippine, negandosi alle negoziazioni bilaterali con la Cina e scommettendo sull'internazionalizzazione, permetterebbero l'intervento aperto del loro alleato nordamericano.
Il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, affermò nella riunione dei paesi asiatici alla fine del 2011 che la possibilità che l' "Asia ed il Pacifico siano dominati da una sola superpotenza" aveva smesso di essere un'opzione reale. Non citò gli Stati Uniti: non era necessario. A sua volta, nel febbraio del 2013, il viceministro degli esteri cinese, Song Tao, ha insistito nella conferenza di Monaco che il suo paese non cerca l'egemonia, né in Asia, né nel mondo. Tuttavia, la riorientazione strategica decisa dal governo Obama e la sua enfasi nella regione dell'Asia-Pacifico, sembrano ricordare, di nuovo, il romanzo di James Hilton che diede nome ai dialoghi annuali di Singapore, con Washington ostinata nel trovare quegli orizzonti perduti che nascondevano lo Shangri-la quello di un'egemonia nordamericana, incontestata dal mondo, che ha smesso di esistere.
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