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L'impero vulnerabile

Higinio Polo, El Viejo Topo | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/04/2015

Per Washington, i bei tempi dell'ultimo decennio del XX secolo, quando il potere nordamericano era indiscutibile e smisurato in tutto il pianeta, non torneranno. L'errore strategico, con Bush, dell'invasione dell'Iraq, lanciata dal neo-conservatorismo statunitense per illuminare il XXI secolo con la luce del proprio dominio, ha portato, paradossalmente, alle prime crepe francese e tedesca e alle estenuanti guerre in Medio Oriente, cui si è aggiunta la nuova politica estera indipendente di Putin, che ha cancellato così gli anni di Eltsin di una Russia in ginocchio, e il cauto e graduale rafforzamento cinese. La combinazione fra il pantano di queste guerre sporche, la rivelazione al mondo che Washington spia, rapisce, tortura, imprigiona e uccide senza controllo, l'economia del capitalismo-casinò dove i vecchi banditi continuano a rubare a piene mani e la progressiva certezza che gli Stati Uniti possono anche iniziare guerre su intere regioni ma non riescono più a imporre la loro volontà, ha fatto il resto. La transizione dai giorni felici a quelli del nuovo mondo ha svelato che l'impero nordamericano, sempre dominante e orgoglioso, è diventato vulnerabile.

La confusione di fronte al mondo che verrà, senza fretta ma inevitabilmente, e la certezza che gli anni di gloria sono passati, diffuse dai nemici, ma anche da personaggi importanti come Bill Clinton e Henry Kissinger, non attenua negli animi dei dirigenti di Washington il desiderio di cercare di fermare il declino, né previene la pericolosa convinzione, radicata nel pensiero strategico nordamericano, che gli Stati Uniti sono una "nazione provvidenziale", creata per confermare il sogno di dio, certa della sua benedizione (In God we trust), apparsa per guidare il mondo. Tutto l'establishment Usa è convinto della "eccezionalità" degli Stati Uniti. Quest'idea, compagna delle avventure imperiali, ha la sua lontana origine nella politica estera imperialista promossa da William Henry Seward (segretario di stato sotto Abraham Lincoln e Andrew Johnson) e poi dalla presidenza di Teddy Roosevelt.

Dopo la Seconda guerra mondiale, negli anni di Truman, gli Stati Uniti cominciarono i loro programmi di operazioni militari segrete a sostegno dei gruppi guerriglieri in territorio sovietico e cinese, o in Europa, come fecero in Albania e che sono continuati praticamente con tutti i presidenti, i quali, oltre ad essere protagonisti di guerre di sterminio, come in Vietnam, autorizzarono piani per rovesciare governi, dal Guatemala all'Iran, passando per Cuba, Cile, la vecchia Indocina, Congo, Angola, Afghanistan, Nicaragua e che, negli ultimi 20 anni, hanno lanciato nuove operazioni (direttamente o attraverso gruppi terroristici diretti dalla Cia) nella periferia russa, in Asia centrale, Iraq, Iran, Pakistan, Yemen, Siria e Libia.

Oggi, la pretesa di mantenere un mondo unipolare, il predominio nordamericano sul pianeta, ha due seri avversari: Pechino e Mosca. La Cina, che ha le risorse necessarie per farlo, non cerca di sostituire gli Stati Uniti come grande potenza planetaria, ma respinge l'egemonia rissosa e brutale della Casa Bianca. La Russia, il cui potere economico è significativamente inferiore a quello di Stati Uniti e Cina, vuole il consolidamento di un mondo multipolare, mentre con pazienza cerca di ricostruire i vecchi legami con quelle che erano le repubbliche sovietiche, sapendo che nulla di buono può aspettarsi da un mondo diretto da Washington. Pertanto, nel progetto di politica estera statunitense, sia Pechino che Mosca sono gli avversari da battere e Washington non esiterà a favorire una ipotetica partizione di Russia e Cina, come già fece promuovendo la disgregazione dell'Unione Sovietica. Non è solo una questione ideologica, poiché sebbene la Cina conservi un profilo comunista (nonostante i cambiamenti e lo sviluppo economico) che giustifica la sfiducia di Washington, la nuova Russia capitalista non può essere considerata un avversario del suo modello sociale. Ma, per le loro dimensioni, entrambi i paesi sono ombre minacciose per il declinante sole nordamericano.

Se la Cina postula un concerto internazionale dove i grandi paesi siano corresponsabili nel pianeta e la Russia prosegue nella sua laboriosa ricostruzione puntando a consolidare la propria posizione di grande potenza, gli Stati Uniti perseguono solo il dominio cieco, l'egemonia su un mondo angosciato che assiste all'aggravarsi di tutti i pericoli, alla minaccia di apocalisse ecologica e di un capitalismo schiavista che copre di miseria, sudiciume, polvere e sfruttamento una buona parte degli abitanti del pianeta. Le più importanti decisioni strategiche di Washington negli ultimi anni vanno in questa direzione e hanno Pechino e Mosca tra i loro obiettivi, sia nel caso del dispiegamento dello scudo antimissili in Europa e Asia, sia con i tentativi di sabotare il progetto di "Unione eurasiatica" di Putin e l'esclusione della Russia dal G-8, come con il "perno sull'Asia" [Pivot to Asia] per contenere il vigore cinese, l'appoggio ai colpi di stato (Thailandia, Egitto e Ucraina negli ultimi due anni) e l'assistenza militare e diplomatica alle ribellioni contro governi fastidiosi (Siria, Libia, ecc.), senza dimenticare il patrocinio di una guerra civile ucraina sul confine meridionale della Russia, il progetto di adesione alla Nato di Ucraina e Georgia e l'utilizzo delle reti terroristiche per i loro scopi. Queste decisioni, che non erano necessarie, né inevitabili alla luce della forzosa cooperazione internazionale per affrontare la crisi mondiale, sono rivelatrici dell'ambizione nordamericana, oltre che della sua cecità.

In questo momento, le tre zone più pericolose del pianeta sono il Medio Oriente, l'Europa orientale e le coste che bagnano la Cina (Mar cinese orientale e Mar cinese meridionale). In tutte e tre, gli interessi di Washington, Pechino e Mosca si trovano ad affrontarsi. Fatta eccezione per le coste cinesi, è stata imposta la guerra, a diversa intensità e in Asia, il nuovo orientamento bellicista del governo di Shinzo Abe non invita all'ottimismo, perché non sarebbe avvenuto senza il preventivo avallo del governo Usa. La rinuncia al pacifismo sancito dalla vecchia costituzione giapponese (irenismo che fu imposto dagli Stati Uniti nel dopoguerra) illustra la nuova tentazione di Washington e annuncia un cambiamento strategico del Giappone, più corrispondente alle necessità degli Stati Uniti che alle proprie, posto che la Cina, al di là della difesa dei suoi interessi e della rivendicazione di isolette nella sua zona marittima, non ha mostrato alcun segno aggressivo nei confronti del Giappone, non ha mobilitato il suo esercito, benché abbia indicato la sua preferenza per i partiti politici giapponesi e i settori imprenditoriali che si oppongono alla politica di Abe. Le ultime iniziative cinesi in seno ai Brics, come la creazione dell'Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), che avrà sede a Pechino e che potrebbe diventare un'alternativa a Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, sono stati sabotati da Washington, che ha costretto Giappone Corea del Sud e Indonesia a non unirsi al progetto. La visita di Xi Jinping a Seul (i cui governi, a prescindere dai partiti, nutrono storicamente una grande diffidenza per Tokyo) è stata interpretata da Washington come un tentativo cinese di indebolire la triade formata da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, nucleo delle alleanze Usa nella regione Asia-Pacifico.

In Medio Oriente, gli Stati Uniti continuano ad appoggiarsi ad Arabia ed Egitto, fronteggiandosi con il potere regionale dell'Iran e scendendo a compromessi con la Turchia che, sebbene formalmente alleata nella Nato, ha propri interessi ed esercita un ruolo sempre più autonomo nella regione. Il disastro strategico delle guerre lanciate da George W. Bush ha creato un caos regionale (Iraq, Afghanistan, Pakistan, Siria) che si è esteso allo Yemen e l'amministrazione Obama deve inoltre affrontare l'aggressività di Israele e la ferita sanguinante della questione palestinese, tema che [Obama] è stato incapace di introdurre nel dibattito sul futuro della regione. Quasi tre lustri di interventi militari aperti degli Stati Uniti in Medio Oriente hanno distrutto società in cui prevaleva il laicismo e dove si era iniziato lo sviluppo, hanno creato uno scenario di guerra senza controllo, di morte e distruzione, di sviluppo del fanatismo religioso e di esplosione del terrorismo.

Per l'Ucraina, Washington ha seguito un preciso copione che ha trascinato l'Unione europea: prima hanno organizzato l'aiuto a Maidan e la provocazione dei cecchini di Kiev; poi hanno portato avanti il colpo di stato contro Yanukovich; infine hanno lanciato l'operazione punitiva contro gli oppositori al colpo di stato che è degenerata in una guerra civile nell'est del paese, con provocazioni come il sospetto abbattimento dell'aereo della Malaysia Airlines, MH17, che Washington non ha più interesse a chiarire. Gli Stati Uniti desiderano per Mosca una politica estera dipendente come fu quella di Eltsin e Kozyrev e di fronte al nuovo orientamento strategico di Putin (che rifiuta l'intromissione nordamericana, ma che vuole mantenere buone relazioni con Bruxelles), sono riusciti a imporre all'Unione europea la loro politica di disturbo verso Mosca.

Washington e Bruxelles hanno imposto finora sette ondate di sanzioni contro la Russia, con particolare attenzione a pregiudicarne gli interessi nel settore del petrolio e del gas, in quello degli armamenti e degli istituti finanziari russi. Le precipitose esigenze statunitensi arrivano al punto di trascurare, grossolanamente, l'illustrazione di nuove sanzioni: così, alla rottura della tregua di Kiev ha fatto seguito l'adozione di ulteriori rappresaglie nei confronti di Mosca "a causa della escalation di violenza in Ucraina", pur trovandosi il sassolino greco nella scarpa. Se fino a gennaio 2015, l'Unione europea stava studiando un allentamento delle sanzioni contro la Russia, l'offensiva militare decisa da Poroshenko (con il pieno avallo statunitense), ha completamente mutato la situazione. Inoltre, Washington vuole danneggiare l'interscambio commerciale tra Unione europea e Russia, ostacolare l'espansione della "Nuova via della seta" tra Cina ed Europa e, se possibile, silurare il rapporto tra Mosca e Pechino.

La rottura della "tregua di Minsk" e la ripresa della guerra civile ucraina da parte di Poroshenko non sarebbero avvenute senza l'assenso di Obama, aprendo così a due ipotesi entrambe gradite a Washington: la prima indica che se Poroshenko riuscisse a sopraffare la resistenza nell'est del paese, si aprirebbe la strada dell'inclusione dell'Ucraina nella Nato e ciò sarebbe un duro colpo allo sviluppo della "Unione eurasiatica", il progetto strategico di Putin; la seconda e più inquietante, è che Mosca reagisca intervenendo nella guerra civile ucraina, aprendo un pericoloso scenario di guerra generalizzata in Europa. Questa non è un'ipotesi assurda. Gli Stati Uniti hanno già bruciato tutto il Medio Oriente e una guerra globale è una delle possibili vie d'uscita dalla crisi generale del capitalismo mondiale.

L'Ucraina, socio minore in questo grande gioco, minaccia con l'appoggio nordamericano e con il ricatto: esige dalla Russia prezzi più convenienti per il gas che acquista rispetto a quelli del mercato mondiale, si rifiuta di pagare i debiti in sospeso e minaccia di deviare parte del gas che fluisce attraverso i gasdotti ucraini con destinazione Ue. Di fronte alle richieste di Putin, che reclama rispetto e attenzione per gli interessi di ciascuna parte, il governo Obama risponde con una retorica aggressiva e una campagna propagandistica che mira all'isolamento internazionale della Russia, stigmatizzandola come "paese aggressore" nella crisi ucraina, senza tenere conto del supporto al colpo di stato in Ucraina, né delle flagranti prove delle recenti guerre di aggressione lanciate dagli Stati Uniti. La pressione sulla Francia perché blocchi la consegna a Mosca delle portaelicotteri Mistral è un altro esempio dell'atteggiamento di Washington, mentre il tentativo di isolare la Russia è stato accompagnato dalla creazione di nuovi centri militari della Nato nel Mar Baltico e in Polonia, dalle nuove missioni di sorveglianza in Estonia, Lettonia e Lituania e dal rafforzamento della marina di guerra nelle acque circostanti il Mar Nero e il Golfo di Finlandia. Inoltre, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg ha annunciato che l'alleanza deve prepararsi a "usare la forza" se necessario.

L'Unione europea svolge solo il ruolo di comparsa, impantanata in una grave crisi, immobilizzata da una politica che non solo non riesce a superare la recessione economica, ma che aggrava la sua mancanza di autonomia e il suo declino come attore politico globale, con un ipotetico fallimento della zona euro che danneggerebbe irrimediabilmente la Germania, diventata l'asse d'Europa. La Gran Bretagna resterà il fedele scudiero di Washington. I governi britannici, conservatori o laburisti che siano, ritengono che il mantenimento dello status di potenza internazionale può essere ottenuto solo all'ombra amico americano. La Francia aspira a continuare a far parte dell'asse centrale dell'Unione europea e a preservare il suo ruolo di potenza regionale nei paesi sahariani e nel Sahel africano.

Da parte sua, la Germania è consapevole del fatto che, sebbene la guerra civile ucraina favorisca la presenza e il ruolo strategico della Nato e gli interessi Usa, l'estensione del dispositivo militare Nato alle frontiere russe è una provocazione non necessaria a Mosca e non promette nulla di buono per Berlino e l'Unione europea. Questo spiega la loro riluttanza a integrare l'Ucraina e la Georgia nell'alleanza militare occidentale, sebbene il "partito della guerra" abbia sostenitori anche a Berlino e le vecchie ipoteche della sua subordinazione agli Stati Uniti non non si scioglieranno a breve termine. L'instabilità della zona euro, insieme agli interrogativi dell'Unione europea sul proprio futuro, non consigliano precisamente un coinvolgimento nell'avventura ucraina. E Berlino lo sa. Ma nessuna delle potenze europee resisterà alle imposizioni di Washington.

Il Mar cinese orientale è diventata una "zona calda". La scommessa del governo giapponese di riformare la propria costituzione per aprire la porta a interventi militari all'estero ha un obiettivo chiaro: la Cina. Senza dubbio Pechino, che comunque non trascura di segnalare le proprie linee rosse, non è disposta a farsi coinvolgere in un conflitto aperto. Il suo Esercito popolare di recente ha sottolineato in un documento la carente preparazione militare cinese, cosa che costituisce un enorme ostacolo alla vittoria in una ipotetica guerra in Oriente. Lo scorso autunno, Pechino ha iniziato a testare il suo nuovo missile balistico intercontinentale DF-31B, capace di raggiungere il territorio statunitense, ma la forza militare rimane significativamente inferiore a quella Usa. Il governo di Pechino è consapevole che il Pentagono ha piani concreti per un eventuale attacco massiccio alla Cina, potente e rapido, il cui disegno è parte dello "scudo antimissili", ipocritamente presentato all'opinione pubblica come un dispositivo difensivo contro una piccola potenza come la Corea del Nord, senza possibilità concreta di raggiungere il territorio statunitense. Non a caso, il generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore russo, avvertiva nel gennaio 2015 che lo scudo antimissili statunitense sta acquisendo un carattere globale ed è stato dispiegato anche nella regione del Pacifico, sebbene la sua installazione violi i trattati sullo smantellamento dei missili a corto e medio raggio sottoscritto da Washington e Mosca.

Nessun impero ha mai accettato di buon grado la propria scomparsa e gli Stati Uniti stanno combattendo una guerra per cercare di mantenere la propria egemonia sul mondo: guerra aperta in Medio Oriente e, per interposta persona, in Europa orientale; guerra sotterranea in Asia e nelle istituzioni internazionali, imprenditoriali e commerciali e sulla scena diplomatica. Gli Stati Uniti incontreranno difficoltà finanziarie e politiche per mantenere la presenza in Medio Oriente, aumentare il dispiegamento in Europa orientale senza forzare i propri alleati europei e sviluppare il loro "perno sull'Asia" senza aumentare la loro spesa militare. All'inizio del 2015, l'ufficio per il bilancio del Congresso nordamericano rendeva noto che gli Stati Uniti dovranno spendere 350 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni solo per mantenere e modernizzare l'arsenale nucleare. L'incremento degli investimenti militari minaccia l'economia Usa.

Uno dei rischi dell'immediato futuro è che, davanti all'ipotesi di un mondo multipolare, articolato intorno a cinque o sei grandi paesi, gli Stati Uniti preferiscano il caos e la guerra alla perdita della loro egemonia globale. Un'analisi ragionevole dei costi legati a questa scelta, pur senza volersi rassegnare alla desolante ma innegabile prova di non potere più dominare il pianeta da sola, dovrebbe portare Washington ad accettare uno scenario internazionale diverso, lavorando con altre potenze su un piano di parità, ma la convinzione della propria "eccezionalità", radicata nella sua storia e nelle sue avventure imperiali, può far si che opti per un mondo caotico, come mostrano alcuni segnali preoccupanti, giacché la legge da applicare al nemico è sempre la distruzione o il vassallaggio. Il Pentagono ha annunciato ad ottobre 2014 la sua nuova strategia (Army operating concept) per una guerra generalizzata che non lascia dubbi sulla sua volontà di eliminare qualsiasi potenziale competitore in grado di interferire con il dominio Usa sul mondo e le sue risorse, ricorrendo a un attacco iniziale devastante se il nemico è una potenza nucleare, come Cina e Russia. L'esercito statunitense ha espresso pubblicamente la propria preoccupazione per il "crescente potere militare cinese" e ha accusato Mosca di voler mantenere la sua influenza in Europa e in Asia, come se questa aspirazione fosse assurda per il paese più grande della terra, che si estende su questi due continenti.

Il Pentagono ha una enorme influenza, però non è l'unico nei circoli di potere statunitensi e sebbene gli allarmi periodici abbiano la funzione di garantire aumenti di bilancio per i militari, indicano anche la preoccupazione che li muove, i nemici presi di mira e la direzione dei colpi. Gli Stati Uniti rimangono una formidabile macchina da guerra e contano su un potere decisivo, ma sono diventati sospettosi, imprevedibili, cupi, mentre continuano a divorare la vita degli altri e i giorni, in una corsa sfrenata verso la distruzione e il caos, come se potessero ignorare di essere diventati un impero vulnerabile.


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