www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 01-11-15 - n. 563

Accelera la fine del ciclo progressista

Raúl Zibechi | jornada.unam.mx
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/10/2015

Ognuno sceglie il luogo da cui guardare il mondo, ma questa scelta ha delle conseguenze e determina ciò che si può vedere e ciò che irrimediabilmente sfugge. Il punto di osservazione non è mai un luogo neutro, come non lo può essere l'osservatore. Inoltre, l'osservatore è modellato dal luogo che sceglie per realizzare il suo compito, al punto che smette di essere un semplice spettatore per trasformarsi in partecipante della scena che crede solo di osservare.

Davanti a noi si dispiegano le più diverse visioni: da quelle situate negli stati (partiti, forze armate, accademie), che sono emanazione dei paesi potenti e del capitale finanziario, fino agli sguardi ancorati nelle comunità indigene e nere e nei movimenti antisistema. Un ampio ventaglio che possiamo sintetizzare con una certa arbitrarietà, come sguardi dall'alto e sguardi dal basso.

Le opinioni espresse negli ultimi mesi circa la situazione che attraversano i governi progressisti sud-americani, dicono di più dell'osservatore, che della realtà politica che pretendono di analizzare. Dai movimenti e dalle organizzazioni popolari che resistono al modello estrattivo, le cose si vedono ben distinte rispetto a quelle che si vedono dalle istituzioni statali. Nessuna novità, anche se questo è allarmante per chi crede di vedere la mano della destra nelle critiche al progressismo e ai movimenti di resistenza.

Per chi scrive, è l'attività o l'inattività, l'organizzazione per le lotte, la dispersione o la cooptazione dei movimenti, l'aspetto centrale da prendere in considerazione quando si analizzano i governi progressisti. Solo secondariamente appaiono altre considerazioni, come i cicli economici, le controversie tra partiti, i risultati elettorali, l'atteggiamento del capitale finanziario e dell'impero, tra le molte altre variabili.

Più di due anni fa abbiamo parlato della fine del consenso di Lula dopo le massicce mobilitazioni di milioni di giovani brasiliani nel giugno 2013 (http://goo.gl/lS9K9R) .

Diversi analisti brasiliani hanno spiegato le proteste di quell'anno in modo simile, sottolineandole come uno spartiacque nel paese più importante della regione.

Un anno fa ho detto che "il ciclo progressista è finito in Sudamerica", in relazione al rapporto di forze che è emerso dalle elezioni brasiliane, diretta conseguenza delle proteste del giugno 2013 (http://goo.gl/z92152). Il Parlamento che emerse dal primo turno era considerevolmente più a destra rispetto al precedente: i difensori dell'agroalimentare hanno ottenuto una maggioranza schiacciante; il fronte parlamentare composto da politici legati al settore degli armamenti, ex polizia e militari in genere, che propone di armarsi contro la delinquenza e il comitato elettorale anti-abortista, hanno scalato posizioni come non mai. Il PT è passato da 88 deputati a 70.

Molti hanno negato l'importanza del giugno 2013 e i nuovi rapporti di forza nel paese, basandosi sul carisma di leader come Lula, sulla sua capacità quasi magica di contrastare uno scenario che si stava rivoltando contro. I risultati sono evidenti. La fine del ciclo progressista la possiamo vedere più chiaramente alla luce di nuovi dati provenienti da fatti recenti.

Primo. Siamo di fronte ad una nuova fase di movimenti che sono in espansione, che consolidano modificando le proprie realtà. Non siamo ancora di fronte ad un nuovo ciclo di lotte (come quello visto nel 2000-2005 in Bolivia e in Argentina nel 1997-2002), ma si registrano grandi azioni dal basso che possono essere l'annuncio di un nuovo ciclo. La mobilitazione di oltre 60.000 donne a Mar del Plata e la grande manifestazione "Non una di meno" (300.000 solo a Buenos Aires contro la violenza machista) parlano sia di espansione, che di riconfigurazione.

La resistenza al settore minerario sta paralizzando o rallentando i progetti delle multinazionali, in particolare nella regione andina. Il Perù, che concentra una percentuale elevata di conflitti ambientali, ha registrato numerose sommosse popolari e delle comunità contro le miniere. Per la prima volta dopo anni, l'investimento minerario in America Latina sta retrocedendo. Nel 2014 è sceso del 16% e nel primo semestre del 2015 è sceso di un altro 21%, secondo la CEPAL.

Le ragioni addotte sono il calo dei prezzi internazionali e l'ostinata resistenza popolare.

Secondo. Il calo dei prezzi delle materie prime e dei beni primari è un duro colpo per la governabilità progressista che si era instaurata con le politiche sociali rese possibili in larga misura dalle eccedenze che lasciavano alti i prezzi delle esportazioni. In tal modo si è potuto migliorare la situazione dei poveri lasciando intatta la ricchezza. Ora che è cambiato il ciclo economico possono essere sostenute solo le politiche sociali che combattono i privilegi, qualcosa che passa attraverso la mobilitazione popolare. Ma la mobilitazione è una delle più grandi paure del progressismo.

Terzo. Se la fine del ciclo progressista è capitanata dalle destre, non è responsabilità dei movimenti, nè delle lotte popolari, ma di un modello che ha promosso "inclusione" attraverso il consumo. Un ottimo lavoro dell'economista brasiliana Lena Lavinas sul finanziamento delle politiche sociali assicura che la novità del modello di sviluppo sociale è stato istituito dalla logica della finanziarizzazione in tutto il sistema di protezione sociale (http://goo.gl/XyrcPF) .

Per mezzo dell'inclusione finanziaria i governi di Lula e Dilma poterono potenziare il consumo delle masse superando la barriera dell'eterogeneità sociale in America Latina che ha rallentato l'espansione della società di mercato. Per i settori popolari, supposti beneficiari delle politiche sociali, si tratta di una battuta d'arresto: Invece di promuovere la protezione contro i rischi e le incertezze, aumenta la vulnerabilità.

Il consumismo, diceva Pasolini quasi mezzo secolo fa, depoliticizza, potenzia l'individualismo e genera il conformismo. E' il terreno di coltura di diritti. Stanno raccogliendo quello che hanno seminato.


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