Da “Il Centro” di Pescara, 31 gennaio 2003
Iraq, è
un’aggressione
di Aldo Bernardini
Nella questione dell’Iraq, prima che il giurista, l’uomo resta interdetto a
fronte delle pretese rivolte ad un paese sovrano, ai suoi governanti e
cittadini da una superpotenza che si ritiene autorizzata a calpestare ogni
principio e regola, morale e giuridica. Si resta imbarazzati per il modo in cui
in generale vengono diffuse da giornali e televisione, con assoluta
indifferenza e insensibilità, notizie quali i complotti intesi a deporre e ad
assassinare un capo di stato, programmi di occupazione dell’intero paese con
sottoposizione a un’amministrazione militare straniera (che gestirebbe
direttamente le risorse petrolifere) oppure a un governo “amico” (cioè,
fantoccio) o, ancora, l’idea della creazione di un tribunale ad hoc - da parte di chi notoriamente
si rifiuta di sottoporsi a ogni giurisdizione internazionale - per condannare i
dirigenti di un paese indipendente che si sta oggi solo difendendo e poi la
proposta di “concedere” un’immunità giurisdizionale e la vita salva a un capo
di stato che accettasse di andarsene in esilio: per consentire dunque
“pacificamente” l’occupazione del paese.
A tanto non si era mai arrivati nel corso, ufficiale o ufficioso, delle
relazioni internazionali, almeno nel secondo dopoguerra.
L’Iraq si è con ardue lotte svincolato dal sostanziale dominio coloniale
britannico e quindi dalla presenza delle compagnie petrolifere anglo-americane
a partire dalla rivoluzione del 1958 e con la nazionalizzazione del petrolio
terminata nel 1975. Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno mai cessato di
contrastare questa indipendenza, ad es. fomentando le rivolte dei kurdi nel
nord o degli sciiti nel sud del paese. La situazione interna e internazionale
ha reso inevitabile un sistema di governo autoritario, sulla base però di un
considerevole consenso (sta agli irakeni, e solo ad essi, il giudizio sul loro
governo e sul Presidente Saddam Hussein): l’Iraq ha conseguito un elevato
livello economico e di stato sociale e anche positivi momenti di convivenza
interna, quando non turbata dalle interferenze straniere, e ha realizzato una
società multietnica, di pluralismo religioso e di stampo laico, assolutamente
antifondamentalista.
Nel 1980 l’Iraq si è lanciato nella sanguinosa contesa con l’Iran, per
realizzare talune aspirazioni territoriali e per contenere il fondamentalismo
della rivoluzione khomeinista: in questo è stato sostenuto e armato, anche con
strumenti di distruzione di massa, proprio anzitutto da quegli Stati Uniti che
oggi si fanno accusatori.
Economicamente dissanguato dalla guerra, terminata nel 1989, l’Iraq non tollera
che il Kuwait conduca una politica petrolifera ostile e lo invade nell’agosto
del 1990. Un’azione formalmente illegittima contro un membro delle Nazioni
Unite, che queste ovviamente condannano. Ma, lungi dall’imporre il solo ritiro
irakeno, le Nazioni Unite ambiguamente autorizzano azioni di Stati, in pratica
gli USA a capo di una coalizione, che divengono una vera e propria guerra, improponibile
nel sistema N.U., con feroci bombardamenti anche all’uranio impoverito, e
arrivano a un diktat di pace durissimo, che conferma il disumano embargo e
impone, fra l’altro, l’eliminazione delle c.d. armi di distruzione di massa: un
obiettivo politico in sé auspicabile, a mio parere non legittimamente
decretabile dal Consiglio di sicurezza.
Oltre a ciò, Stati Uniti e Gran Bretagna impongono nel nord e nel sud del paese
due no-flying zones, del tutto
illegittime e nelle quali con i pretesti più vari lanciano bombardamenti
continui. L’Iraq comunque dichiara di adeguarsi al dettato ONU e si sottopone a
rigorose ispezioni, queste però provocano incidenti vari. Di qui l’interruzione
delle ispezioni, nuovi bombardamenti anglo-americani anche su Baghdad nel 1998,
continue pressioni e minacce di ripresa della guerra: nel clima creato dagli
attentati dell’11 settembre 2001 negli USA, sostenendo senza prove anche che
l’Iraq avrebbe legami con Al-Qaeda, gli Stati Uniti impongono al C.d.s. la ris.
1441 dell’8 novembre 2002, che però a rigore non consente azioni militari, ma
solo prevede la ripresa di ancor più rigorose ispezioni per il reperimento di
armi di distruzione di massa che, sempre sinora senza prove, si asserisce
essere ancora in possesso dell’Iraq.
Nell’attuale, sconvolgente vicenda si esige che l’accusato dimostri la propria
innocenza e ci si rivolge alle N.U. con la pretesa che da esse scaturisca la
decisione di condanna dell’Iraq pure senza prove: l’attacco altrimenti
avverrebbe ugualmente, da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna, autoproclamati
gendarmi del mondo. Accanto alle sempre più forti resistenze di Stati e popoli,
persistono però anche la pressione e l’accondiscendenza di dati governi (pure
quello italiano?) nei riguardi di un’aggressione pianificata a freddo, la cui
realtà è sin troppo palese: la riconquista coloniale di un paese che ha la
colpa di essere il secondo nel mondo per riserve petrolifere, e di volerle
usare essenzialmente per il proprio popolo, nonché di rappresentare un cattivo
esempio per tutti i popoli aspiranti all’indipendenza e di trovarsi in
posizione strategica per il controllo del Medio Oriente e la penetrazione verso
l’Asia Centrale.
Aldo Bernardini