Aldo Bernardini
Torniamo sulle attuali minacce di guerra con una sintesi aggiornata.
Nella questione dell’Iraq, prima che il giurista, l’uomo resta interdetto a
fronte delle pretese rivolte ad un paese sovrano, ai suoi governanti e
cittadini da una superpotenza che si ritiene autorizzata a calpestare ogni
principio e regola, morale e giuridica. Si resta imbarazzati per il modo in
cui, salvo le meritevoli eccezioni, in generale vengono diffuse da giornali e
televisione, con assoluta indifferenza e insensibilità, notizie quali i
complotti intesi a deporre e ad assassinare un capo di stato, programmi di
occupazione dell’intero paese con sottoposizione a un’amministrazione militare
straniera (che gestirebbe direttamente le risorse petrolifere) oppure a un
governo “amico” (cioè, fantoccio) o, ancora, l’idea della creazione di un
tribunale ad hoc – da parte di chi notoriamente si rifiuta di sottoporsi a ogni
giurisdizione internazionale – per condannare i dirigenti di un paese
indipendente che si sta oggi solo difendendo e poi (udite, udite!) la proposta
di “concedere” un’immunità giurisdizionale e la vita salva a un capo di stato
che accettasse di andarsene in esilio: per consentire dunque “pacificamente”
l’occupazione del paese. Non parliamo poi della leggerezza con cui si parla del
lancio di centinaia di missili ultrapotenti e precisissimi (Shuttle insegna!),
programmato per i primi giorni dell’aggressione. A tanto non si era mai
arrivati nel corso, ufficiale o ufficioso, delle relazioni internazionali,
almeno nel secondo dopoguerra.
L’Iraq si è, con ardue lotte, svincolato dal sostanziale dominio coloniale
britannico e quindi dalla presenza delle compagnie petrolifere anglo-americane
a partire dalla rivoluzione del 1958 e con la nazionalizzazione del petrolio
terminata nel 1975. Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno mai cessato di
contrastare questa indipendenza, ad es. fomentando le rivolte dei kurdi nel
nord o degli sciiti nel sud del paese. Si deve poi ricordare l’illegittimo
distacco del Kuwait perseguito dalla Gran Bretagna sin dagli anno ’20 e
compiuto con l’“indipendenza” concessa nel 1961: l’Iraq viene così privato fra
l’altro di un adeguato sbocco sul Golfo Persico.
La situazione interna e internazionale ha reso inevitabile un sistema di
governo autoritario, sulla base però di un considerevole consenso: l’Iraq ha
conseguito un elevato livello economico e di stato sociale e anche positivi
momenti di convivenza interna, quando non turbata dalle interferenze straniere,
e ha realizzato una società multietnica, di pluralismo religioso e di stampo
laico, assolutamente antifondamentalista. Sta agli irakeni, e solo ad essi, il
giudizio sul loro governo e sul presidente Saddam Hussein: le geremiadi sulla
“dittatura” e la “tirannia” e quant’altro e peggio ancora le criminalizzazioni
sistematiche di dirigenti sono non solo incivili, ma inammissibili nel diritto
internazionale, che è jus inter pares, dove non esistono i buoni e i cattivi a
priori né Stati che si autoergano a legislatori, giudici, gendarmi mondiali.
L’Iraq di Saddam Hussein oggi – lasciamo stare il passato, del resto
bisognevole di discussione – non aggredisce nessuno: i paragoni con Hitler sono
demenziali. Respingiamo anche qualunque sciagurato “né con la guerra né con
Saddam”, che ci ricorda il vile “né con la NATO né con Milosevic”: oggi si deve
essere risolutamente a fianco del paese aggredito, l’Iraq, che resiste
all’imperialismo e il cui legittimo presidente è Saddam Hussein.
Dopo una politica orientata verso il campo socialista, pur se costellata di
episodi di repressione anticomunista e non, l’Iraq nel 1980 si è lanciato nella
sanguinosa contesa con l’Iran, per realizzare talune aspirazioni territoriali e
per contenere il fondamentalismo della rivoluzione khomeinista: in questo è
stato sostenuto e armato, anche con strumenti di distruzione di massa, proprio
anzitutto da quegli Stati Uniti che oggi si fanno accusatori, con trattative
condotte allora persino dal falco (ora) Rumsfeld! All’epoca fece comodo a chi oggi
invece condanna l’uso, certo da respingersi, di quelle armi (che però va
contestualizzato: devo qui peraltro precisare, rispetto a quanto ho espresso
nel mio articolo del numero precedente, che tale uso fu da parte irakena).
Economicamente dissanguato dalla guerra, terminata nel 1989, l’Iraq non tollera
che il Kuwait (una sorta di Trento e Trieste per gli irakeni, questo non va mai
dimenticato) conduca una politica petrolifera ostile e lo invade nell’agosto
del 1990. Un’azione formalmente illegittima contro un membro delle Nazioni
Unite, che queste ovviamente condannano. Ma, lungi dall’imporre il solo ritiro
irakeno, le Nazioni Unite ambiguamente autorizzano azioni di Stati, in pratica
gli Stati Uniti a capo di una coalizione, che divengono una vera e propria
guerra, improponibile nel sistema N.U., con feroci bombardamenti anche
all’uranio impoverito, e arrivano a un diktat di pace durissimo, che conferma
il disumano embargo (più di un milione e mezzo di vittime irakene) e impone,
fra l’altro, l’eliminazione delle c.d. armi di distruzione di massa: un
obiettivo politico in sé auspicabile (ma per tutti gli Stati!), a mio parere
non legittimamente decretabile dal Consiglio di sicurezza. Va sottolineato che
quest’organo deve operare nel quadro della Carta e in genere del diritto
internazionale e non può disporre dunque qualsivoglia misura.
Oltre a ciò, Stati Uniti e Gran Bretagna stabiliscono (!) nel nord e nel sud
del paese due no-flying zones, del tutto illegittime e nelle quali con i
pretesti più vari lanciano bombardamenti continui con innumerevoli vittime
civili: il nord kurdo è di fatto sottratto all’amministrazione di Baghdad. Si
tratta di aggressione continuata. L’Iraq comunque dichiara di adeguarsi al
dettato ONU e si sottopone a rigorose ispezioni: queste però provocano
incidenti vari e si scopre che fra gli ispettori non mancano le spie americane
e israeliane. Di qui l’interruzione delle ispezioni, nuovi bombardamenti
anglo-americani anche su Baghdad nel 1998, continue pressioni e minacce di
ripresa della guerra: nel clima creato dagli attentati dell’11 settembre 2001
negli USA, sostenendo senza prove persino che l’Iraq – si ripete, assolutamente
antifondamentalista – avrebbe legami con Al-Qaeda, gli Stati Uniti impongono al
C.d.s. la ris. 1441 dell’8 novembre 2002, che però a rigore non consente azioni
militari – la guerra a fini generali e tanto più se preventiva e affidata agli
Stati che la vogliono è fuori dal sistema delle N.U. –, ma solo prevede la
ripresa di ancor più rigorose ispezioni per il reperimento di armi di
distruzione di massa che, sempre sinora senza prove, si asserisce essere ancora
in possesso dell’Iraq. Nella risoluzione peraltro non solo vi sono la conferma
di precedenti illegittime pretese, ma anche novità inaudite: “forzare” gli
scienziati irakeni a testimoniare contro il proprio paese e magari ad uscire
dall’Iraq perché tale bisogna venga effettuata con migliori mezzi di
“convincimento” sugli scienziati stessi contrasta con i tanto decantati diritti
dell’uomo, ma non è giuridicamente decretabile dal Consiglio di sicurezza, che
non ha poteri diretti sugli individui e non può pretendere che l’Iraq adotti
una legislazione ad hoc certo anticostituzionale e che se venisse autonomamente
emanata da qualunque altro Stato solleverebbe l’indignazione del mondo intero!
Nell’attuale, sconvolgente vicenda si esige che l’accusato dimostri la propria
innocenza (ribadisco comunque che la richiesta di disarmo unilaterale mi appare
arbitraria, e addirittura paradossale nei confronti di un paese che si minaccia
di attaccare con le armi più mostruose persino contro la posizione dell’ONU) e
ci si rivolge alle N.U. con la pretesa che da esse scaturisca la decisione di
condanna dell’Iraq pure senza prove: l’attacco altrimenti avverrebbe
ugualmente, da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna, autoproclamati gendarmi
del mondo e apodittici assertori delle “colpe” attuali e indimostrate di un
governo indipendente. Ridicola, se non ricordasse drammaticamente, come del
resto tutta la vicenda, la favola del lupo e dell’agnello, appare la censura
secondo cui non vi sarebbe “collaborazione attiva” con gli ispettori da parte
dell’Iraq: ci si scorda sempre, fra l’altro, come ha insegnato un Maestro del
diritto internazionale quale Rolando Quadri, che per ogni Stato il diritto
all’esistenza, inclusivo del diritto a un armamento adeguato, e il diritto di
resistere ad attacchi armati (persino se legittimi, figuriamoci a quelli fuori
legge…) sono insopprimibili. L’adesione dell’Iraq a richieste che comunque
riteniamo illegittime, pur se contenute nelle risoluzioni del Consiglio di
sicurezza, strappata con l’uso e la minaccia della forza dunque anch’essi
illegittimi, non potrà mai essere più che formale e “puntuale”: a nessuno può
richiedersi di predisporre e offrire il proprio suicidio. Voler giustificare
con questo una guerra preventiva, sulla base di asseriti pericoli derivanti da
un certo Stato, equivarrebbe alla possibilità per ogni altro Stato di operare
nello stesso modo. Se l’Iraq è pericoloso per gli Stati Uniti, molto più
comprovatamente gli Stati Uniti sono pericolosi per l’Iraq e per tutti quegli
altri Stati e popoli che dovrebbero solo aspettare il loro turno per venire
aggrediti “preventivamente”. Nessun migliore terreno di coltura per il
terrorismo, nessuna più lampante dimostrazione di disprezzo per il diritto
internazionale e per le stesse Nazioni Unite, che verrebbero chiamate solo a
legittimare una guerra decisa altrove e sancirebbero con ciò stesso la propria
inutilità e fine.
Assolutamente nulla di nuovo né di decisivo ha portato l’esibizione di Colin
Powell al Consiglio di sicurezza: il segretario di Stato statunitense, il 5
febbraio, non ha fornito nessuna prova convincente delle conclamate “colpe”
irakene. Solo sospetti e supposti indizi, che nessun giudice serio
raccoglierebbe. A base di quell’esibizione sta comunque l’arroganza di chi
ritiene di rappresentare il “Bene” e ignora qualunque principio di reciprocità
ed uguaglianza. E’ chiaro che nuovi sospetti potrebbero sempre venire avanzati,
con la pretesa che starebbe all’Iraq dissiparli. Questa è totale barbarie, non
solo giuridica.
Accanto alle sempre più forti resistenze di Stati e popoli, finalmente alle
posizioni pressoché univoche delle stesse istituzioni religiose, a cominciare
questa volta dalla Chiesa cattolica, persistono però anche la pressione (ad
es., Israele) e l’accondiscendenza di dati governi (purtroppo anche quello
italiano) nei riguardi di un’aggressione pianificata a freddo e che si va
preparando con spiegamento di immani forze militari. Un’aggressione – un
crimine contro la pace e l’umanità –, la cui realtà è sin troppo palese: la
riconquista coloniale di un paese che ha la colpa di essere il secondo nel
mondo per riserve petrolifere, e di volerle usare essenzialmente per il proprio
popolo, nonché di rappresentare un cattivo esempio per tutti i popoli aspiranti
all’indipendenza e di trovarsi in posizione strategica per il controllo del
Medio Oriente e la penetrazione verso l’Asia Centrale.
Sono in gioco la vita di centinaia di migliaia di persone, il diritto alla
salute di infinite altre, quello alla salvaguardia dell’integrità ambientale,
il diritto di ogni Stato alla propria indipendenza e alle risorse naturali e a
non vedersi imporre dall’esterno regimi e governi pur mascherati di democrazia;
è in gioco lo stesso sistema delle N.U. e perfino il diritto internazionale,
ridotto ormai a uno striminzito “cespuglio” dall’omonimo Bush. Tale sarebbe
infatti una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che raccogliesse le
arbitrarie richieste di USA e Gran Bretagna per dare ad esse copertura: sarebbe
la copertura di uno striminzito cespuglio in una selva di illegalità.
10 febbraio 2003
Da
Rosso XXI