www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 11-03-03

Il diritto internazionale del cespuglio

Aldo Bernardini

Torniamo sulle attuali minacce di guerra con una sintesi aggiornata.
Nella questione dell’Iraq, prima che il giurista, l’uomo resta interdetto a fronte delle pretese rivolte ad un paese sovrano, ai suoi governanti e cittadini da una superpotenza che si ritiene autorizzata a calpestare ogni principio e regola, morale e giuridica. Si resta imbarazzati per il modo in cui, salvo le meritevoli eccezioni, in generale vengono diffuse da giornali e televisione, con assoluta indifferenza e insensibilità, notizie quali i complotti intesi a deporre e ad assassinare un capo di stato, programmi di occupazione dell’intero paese con sottoposizione a un’amministrazione militare straniera (che gestirebbe direttamente le risorse petrolifere) oppure a un governo “amico” (cioè, fantoccio) o, ancora, l’idea della creazione di un tribunale ad hoc – da parte di chi notoriamente si rifiuta di sottoporsi a ogni giurisdizione internazionale – per condannare i dirigenti di un paese indipendente che si sta oggi solo difendendo e poi (udite, udite!) la proposta di “concedere” un’immunità giurisdizionale e la vita salva a un capo di stato che accettasse di andarsene in esilio: per consentire dunque “pacificamente” l’occupazione del paese. Non parliamo poi della leggerezza con cui si parla del lancio di centinaia di missili ultrapotenti e precisissimi (Shuttle insegna!), programmato per i primi giorni dell’aggressione. A tanto non si era mai arrivati nel corso, ufficiale o ufficioso, delle relazioni internazionali, almeno nel secondo dopoguerra.

L’Iraq si è, con ardue lotte, svincolato dal sostanziale dominio coloniale britannico e quindi dalla presenza delle compagnie petrolifere anglo-americane a partire dalla rivoluzione del 1958 e con la nazionalizzazione del petrolio terminata nel 1975. Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno mai cessato di contrastare questa indipendenza, ad es. fomentando le rivolte dei kurdi nel nord o degli sciiti nel sud del paese. Si deve poi ricordare l’illegittimo distacco del Kuwait perseguito dalla Gran Bretagna sin dagli anno ’20 e compiuto con l’“indipendenza” concessa nel 1961: l’Iraq viene così privato fra l’altro di un adeguato sbocco sul Golfo Persico.
La situazione interna e internazionale ha reso inevitabile un sistema di governo autoritario, sulla base però di un considerevole consenso: l’Iraq ha conseguito un elevato livello economico e di stato sociale e anche positivi momenti di convivenza interna, quando non turbata dalle interferenze straniere, e ha realizzato una società multietnica, di pluralismo religioso e di stampo laico, assolutamente antifondamentalista. Sta agli irakeni, e solo ad essi, il giudizio sul loro governo e sul presidente Saddam Hussein: le geremiadi sulla “dittatura” e la “tirannia” e quant’altro e peggio ancora le criminalizzazioni sistematiche di dirigenti sono non solo incivili, ma inammissibili nel diritto internazionale, che è jus inter pares, dove non esistono i buoni e i cattivi a priori né Stati che si autoergano a legislatori, giudici, gendarmi mondiali. L’Iraq di Saddam Hussein oggi – lasciamo stare il passato, del resto bisognevole di discussione – non aggredisce nessuno: i paragoni con Hitler sono demenziali. Respingiamo anche qualunque sciagurato “né con la guerra né con Saddam”, che ci ricorda il vile “né con la NATO né con Milosevic”: oggi si deve essere risolutamente a fianco del paese aggredito, l’Iraq, che resiste all’imperialismo e il cui legittimo presidente è Saddam Hussein.

Dopo una politica orientata verso il campo socialista, pur se costellata di episodi di repressione anticomunista e non, l’Iraq nel 1980 si è lanciato nella sanguinosa contesa con l’Iran, per realizzare talune aspirazioni territoriali e per contenere il fondamentalismo della rivoluzione khomeinista: in questo è stato sostenuto e armato, anche con strumenti di distruzione di massa, proprio anzitutto da quegli Stati Uniti che oggi si fanno accusatori, con trattative condotte allora persino dal falco (ora) Rumsfeld! All’epoca fece comodo a chi oggi invece condanna l’uso, certo da respingersi, di quelle armi (che però va contestualizzato: devo qui peraltro precisare, rispetto a quanto ho espresso nel mio articolo del numero precedente, che tale uso fu da parte irakena).
Economicamente dissanguato dalla guerra, terminata nel 1989, l’Iraq non tollera che il Kuwait (una sorta di Trento e Trieste per gli irakeni, questo non va mai dimenticato) conduca una politica petrolifera ostile e lo invade nell’agosto del 1990. Un’azione formalmente illegittima contro un membro delle Nazioni Unite, che queste ovviamente condannano. Ma, lungi dall’imporre il solo ritiro irakeno, le Nazioni Unite ambiguamente autorizzano azioni di Stati, in pratica gli Stati Uniti a capo di una coalizione, che divengono una vera e propria guerra, improponibile nel sistema N.U., con feroci bombardamenti anche all’uranio impoverito, e arrivano a un diktat di pace durissimo, che conferma il disumano embargo (più di un milione e mezzo di vittime irakene) e impone, fra l’altro, l’eliminazione delle c.d. armi di distruzione di massa: un obiettivo politico in sé auspicabile (ma per tutti gli Stati!), a mio parere non legittimamente decretabile dal Consiglio di sicurezza. Va sottolineato che quest’organo deve operare nel quadro della Carta e in genere del diritto internazionale e non può disporre dunque qualsivoglia misura.

Oltre a ciò, Stati Uniti e Gran Bretagna stabiliscono (!) nel nord e nel sud del paese due no-flying zones, del tutto illegittime e nelle quali con i pretesti più vari lanciano bombardamenti continui con innumerevoli vittime civili: il nord kurdo è di fatto sottratto all’amministrazione di Baghdad. Si tratta di aggressione continuata. L’Iraq comunque dichiara di adeguarsi al dettato ONU e si sottopone a rigorose ispezioni: queste però provocano incidenti vari e si scopre che fra gli ispettori non mancano le spie americane e israeliane. Di qui l’interruzione delle ispezioni, nuovi bombardamenti anglo-americani anche su Baghdad nel 1998, continue pressioni e minacce di ripresa della guerra: nel clima creato dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA, sostenendo senza prove persino che l’Iraq – si ripete, assolutamente antifondamentalista – avrebbe legami con Al-Qaeda, gli Stati Uniti impongono al C.d.s. la ris. 1441 dell’8 novembre 2002, che però a rigore non consente azioni militari – la guerra a fini generali e tanto più se preventiva e affidata agli Stati che la vogliono è fuori dal sistema delle N.U. –, ma solo prevede la ripresa di ancor più rigorose ispezioni per il reperimento di armi di distruzione di massa che, sempre sinora senza prove, si asserisce essere ancora in possesso dell’Iraq. Nella risoluzione peraltro non solo vi sono la conferma di precedenti illegittime pretese, ma anche novità inaudite: “forzare” gli scienziati irakeni a testimoniare contro il proprio paese e magari ad uscire dall’Iraq perché tale bisogna venga effettuata con migliori mezzi di “convincimento” sugli scienziati stessi contrasta con i tanto decantati diritti dell’uomo, ma non è giuridicamente decretabile dal Consiglio di sicurezza, che non ha poteri diretti sugli individui e non può pretendere che l’Iraq adotti una legislazione ad hoc certo anticostituzionale e che se venisse autonomamente emanata da qualunque altro Stato solleverebbe l’indignazione del mondo intero!

Nell’attuale, sconvolgente vicenda si esige che l’accusato dimostri la propria innocenza (ribadisco comunque che la richiesta di disarmo unilaterale mi appare arbitraria, e addirittura paradossale nei confronti di un paese che si minaccia di attaccare con le armi più mostruose persino contro la posizione dell’ONU) e ci si rivolge alle N.U. con la pretesa che da esse scaturisca la decisione di condanna dell’Iraq pure senza prove: l’attacco altrimenti avverrebbe ugualmente, da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna, autoproclamati gendarmi del mondo e apodittici assertori delle “colpe” attuali e indimostrate di un governo indipendente. Ridicola, se non ricordasse drammaticamente, come del resto tutta la vicenda, la favola del lupo e dell’agnello, appare la censura secondo cui non vi sarebbe “collaborazione attiva” con gli ispettori da parte dell’Iraq: ci si scorda sempre, fra l’altro, come ha insegnato un Maestro del diritto internazionale quale Rolando Quadri, che per ogni Stato il diritto all’esistenza, inclusivo del diritto a un armamento adeguato, e il diritto di resistere ad attacchi armati (persino se legittimi, figuriamoci a quelli fuori legge…) sono insopprimibili. L’adesione dell’Iraq a richieste che comunque riteniamo illegittime, pur se contenute nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, strappata con l’uso e la minaccia della forza dunque anch’essi illegittimi, non potrà mai essere più che formale e “puntuale”: a nessuno può richiedersi di predisporre e offrire il proprio suicidio. Voler giustificare con questo una guerra preventiva, sulla base di asseriti pericoli derivanti da un certo Stato, equivarrebbe alla possibilità per ogni altro Stato di operare nello stesso modo. Se l’Iraq è pericoloso per gli Stati Uniti, molto più comprovatamente gli Stati Uniti sono pericolosi per l’Iraq e per tutti quegli altri Stati e popoli che dovrebbero solo aspettare il loro turno per venire aggrediti “preventivamente”. Nessun migliore terreno di coltura per il terrorismo, nessuna più lampante dimostrazione di disprezzo per il diritto internazionale e per le stesse Nazioni Unite, che verrebbero chiamate solo a legittimare una guerra decisa altrove e sancirebbero con ciò stesso la propria inutilità e fine.

Assolutamente nulla di nuovo né di decisivo ha portato l’esibizione di Colin Powell al Consiglio di sicurezza: il segretario di Stato statunitense, il 5 febbraio, non ha fornito nessuna prova convincente delle conclamate “colpe” irakene. Solo sospetti e supposti indizi, che nessun giudice serio raccoglierebbe. A base di quell’esibizione sta comunque l’arroganza di chi ritiene di rappresentare il “Bene” e ignora qualunque principio di reciprocità ed uguaglianza. E’ chiaro che nuovi sospetti potrebbero sempre venire avanzati, con la pretesa che starebbe all’Iraq dissiparli. Questa è totale barbarie, non solo giuridica.
Accanto alle sempre più forti resistenze di Stati e popoli, finalmente alle posizioni pressoché univoche delle stesse istituzioni religiose, a cominciare questa volta dalla Chiesa cattolica, persistono però anche la pressione (ad es., Israele) e l’accondiscendenza di dati governi (purtroppo anche quello italiano) nei riguardi di un’aggressione pianificata a freddo e che si va preparando con spiegamento di immani forze militari. Un’aggressione – un crimine contro la pace e l’umanità –, la cui realtà è sin troppo palese: la riconquista coloniale di un paese che ha la colpa di essere il secondo nel mondo per riserve petrolifere, e di volerle usare essenzialmente per il proprio popolo, nonché di rappresentare un cattivo esempio per tutti i popoli aspiranti all’indipendenza e di trovarsi in posizione strategica per il controllo del Medio Oriente e la penetrazione verso l’Asia Centrale.
Sono in gioco la vita di centinaia di migliaia di persone, il diritto alla salute di infinite altre, quello alla salvaguardia dell’integrità ambientale, il diritto di ogni Stato alla propria indipendenza e alle risorse naturali e a non vedersi imporre dall’esterno regimi e governi pur mascherati di democrazia; è in gioco lo stesso sistema delle N.U. e perfino il diritto internazionale, ridotto ormai a uno striminzito “cespuglio” dall’omonimo Bush. Tale sarebbe infatti una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che raccogliesse le arbitrarie richieste di USA e Gran Bretagna per dare ad esse copertura: sarebbe la copertura di uno striminzito cespuglio in una selva di illegalità.

10 febbraio 2003
Da Rosso XXI