USA:finché c’è guerra c’è speranza
Di Cesare Allara del Centro Culturale Italo-Arabo
Scandaloso è stato l’aggettivo più usato da molti deputati del Parlamento
inglese nell’apprendere che il dossier sull’Iraq (che doveva dimostrare il
possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein) presentato
da Tony Blair e lodato da Colin Powell nel suo discorso all’ONU, non è frutto
di serie investigazioni dei servizi segreti, ma è stato pedestremente copiato
da vecchie riviste militari e da una tesi di laurea di uno studente americano
basata su documenti che risalgono al 1991.
Prima di ciò gli Usa avevano vanamente cercato di collegare l’Iraq con gli
eventi dell’ 11 settembre 2001, successivamente avevano accusato l’Iraq di
ospitare nel nord del paese cellule di terroristi di Al Qaeda pur sapendo che
quel territorio non è più da anni sotto il controllo del governo di Baghdad.
Poi, attraverso l’ ONU hanno imposto ispezioni sempre più provocatorie senza
però riuscire a trovare queste ormai mitiche armi di distruzione di massa.
Oggi gli Usa ed i suoi lacchè tentano di convincere l’opinione pubblica
mondiale che la guerra è necessaria per deporre il feroce dittatore e portare
la democrazia in Iraq. Questa improvvisa vocazione di Bush, Blair, Berlusconi
ecc. a portare la democrazia nei paesi arabi, avviene mentre nei paesi del Nord
del mondo è in corso un attacco senza precedenti alle condizioni di vita dei
cittadini, alle libertà ed ai diritti democratici fondamentali in nome della
globalizzazione, della governabilità, dei parametri di Maastricht e del
pericolo terrorista.
In realtà questa impellente necessità bellica degli Usa è orientata al
conseguimento di almeno due fondamentali obbiettivi.
Come fu per la seconda guerra mondiale, attraverso la guerra all’Iraq si cerca
di dare impulso all’industria bellica per uscire dall’ormai cronica recessione
che attanaglia l’economia americana e mondiale.
Per chi come gli Usa aspira alla dittatura su tutto il pianeta, il dominio
delle risorse energetiche del Medio Oriente e dell’Asia Centrale che in totale
sono i 2/3 delle risorse totali mondiali è un obiettivo imprescindibile per
fare sì che anche il XXI secolo sia ancora un secolo americano.