“La lotta contro la guerra e’ il nostro primo dovere”
Intervista ad Ahmed Ben Bella
a cura di Pol De Vos
www.ptb.be - 24
aprile 2003
“Con questa guerra americana, noi viviamo l’inizio della fine del sistema
capitalistico”, afferma Ahmed Ben Bella, primo presidente dell’Algeria
indipendente. Dopo alcuni anni, egli è di nuovo in prima fila nella difesa del
nazionalismo arabo. Sarà l’ospite d’onore alla Festa del 1° Maggio del Partito
del Lavoro del Belgio (PTB).
D. Lei conosce molto bene l’Iraq, la sua cultura, la sua popolazione, perché ha
visitato quel paese già diciassette volte. Che cosa pensa della “liberazione”
dell’Iraq?
R. La guerra ha provocato migliaia di morti e di feriti, insieme a
distruzioni massicce. Saccheggi sono stati organizzati in molte città. A
Baghdad, sono stati incendiati palazzi del governo, depredati e distrutti musei
e biblioteche… E’ un atto deliberato, con cui gli Stati Uniti vogliono
distruggere l’identità culturale, la memoria storica del popolo iracheno.
E’ allora evidente che non si tratta di una vittoria della democrazia. Come
possono gli Stati Uniti imporre una democrazia con i B52? La democrazia che
difendono è la libertà delle multinazionali. E’ la democrazia dei miliardari,
di quattrocento persone che possiedono metà del mondo! Bush afferma di
combattere il terrorismo. Ma il vero terrorismo è rappresentato da 35 milioni
di persone che muoiono di fame ogni anno nel mondo! Ma contro quel terrorismo
gli Stati Uniti non fanno assolutamente nulla.
D. A suo parere, quali sono le vere ragioni
di questa aggressione americana?
R. E’ una guerra decisa dal gruppo di petrolieri che dirige oggi gli
Stati Uniti. Ne fa parte gente come il presidente Bush e il vicepresidente
Cheney.
Ma non ci sono solo l’Iraq e il suo petrolio. C’è anche una lotta per il
dominio del mondo. Gli Stati Uniti vedono l’Europa come una potenza in crescita
da tenere sotto controllo, ma avvertono che esiste un pericolo maggiore: la
Cina che si sviluppa a grandi passi. Nel giro di 15-30 anni la Cina sarà una
potenza importante quanto gli Stati Uniti.
Ma la Cina ha un punto debole: non ha praticamente petrolio e neppure gas. E
dal momento che sono ancora gli idrocarburi che fanno funzionare la macchina
economica, gli Stati Uniti intendono appunto mettere le mani su tutte le
riserve importanti, per far durare la loro egemonia quanto più tempo possibile.
E c’è dell’altro: queste ragioni economiche e geopolitiche sono sostenute da
una tesi religiosa integralista. Uomini come Rumsfeld, Ashcroft e Cheney fanno
parte di una corrente religiosa cristiana che rappresenta un integralismo molto
più pericoloso di quello di Bin Laden.
D. Cosa pensa della nuova situazione in Medio
Oriente?
R. Terminata la prima fase della guerra, vediamo affermarsi quella
che io amo definire la “Karzai-mania”. Dopo la guerra dell’ottobre 2001, hanno
messo un certo Karzai alla testa dell’Afghanistan. E’ quello che vogliono fare
in tutti i paesi che ricolonizzano. Vogliono che ogni paese sia diretto da un
presidente filoamericano al 100%, un lacchè completamente asservito agli Stati
Uniti. Ma avranno dei seri problemi in Iraq! Tutti i gruppi religiosi, tutte le
etnie rifiutano un tale governo, costruito dall’esterno.
Mentre gli americani sono impegnati a cercare un nuovo Karzai per l’Iraq, la
stessa cosa vorrebbero fare anche nei confronti della Siria. La ricetta è
risaputa: aumentare la pressione per destabilizzare il paese e, in seguito,
inviare gli aerei e le bombe.
Dopo la sua guerra in Iraq, Bush pianifica di distruggere la Siria, l’Iran, la
Corea. E’ dunque una guerra infinita quella che si annuncia. Questo sistema non
è più sostenibile. Occorre creare un’altra cosa. Noi stiamo vivendo l’inizio
della fine del sistema capitalistico. Dobbiamo cambiarlo.
D. Quando Lei parla di Medio Oriente, vede un
legame strettissimo tra la Palestina e l’Iraq. Perché?
R. La lotta dei palestinesi è
eccezionale. E’ un simbolo di resistenza essenziale per l’insieme del mondo
arabo. Sono decenni che si richiede che il problema palestinese venga risolto.
La gente sa che gli americani non hanno mai aiutato i palestinesi che soffrono
per le aggressioni israeliane e che, al contrario, hanno sempre offerto il loro
appoggio economico, politico e militare ad Israele. Così viene da chiedersi in
qual modo gli Stati Uniti potrebbero portare la democrazia in Iraq?
Anche in Palestina gli americani stanno cercando di imporre un nuovo Karzai.
Vogliono una pacificazione sotto controllo americano. Ma i palestinesi non
l’accetteranno mai.
Oltre questo legame che unisce Bush a Sharon, c’è anche il legame tra il popolo
palestinese e quello iracheno, due popoli vittime di questa politica coloniale,
che resistono da lunghissimo tempo.
D. Lei insiste molto sul legame tra il
movimento contro la guerra e quello contro la mondializzazione. Perché?
R. Questi due movimenti sono legati dalla loro opposizione alla
logica del sistema economico mondiale. Nel Sud ci hanno molto impressionato
questi movimenti che si sviluppano nel Nord. Ho partecipato a manifestazioni
contro la guerra a Londra, con più di due milioni di persone. Nel novembre
2002, al Forum Sociale Europeo di Firenze, 1.200.000 persone si sono mobilitate
contro la guerra e per un altro mondo.
E’ un fenomeno nuovo quello che si sta sviluppando. Un nuovo universalismo, a
cui i popoli e le organizzazioni del Sud, che formano circa l’85% della
popolazione mondiale, devono e vogliono partecipare. E la lotta contro la
guerra è il nostro primo dovere.
Traduzione di Mauro Gemma