La chiave del terrorismo
di bf
C’è contrasto tra le aspettative degli US, che si prefiggono di ottenere un
rilancio economico dal grande piano che va dal Marocco al Pakistan attraverso
la vecchia politica di trarre capitali e risorse, per esportare nuovi capitali,
armi, merci - facendo sprofondare l’area nella dipendenza assoluta, tra paesi
amministrati, guidati, ispirati, alleati o comprati - e l’Europa che sta
cominciando a vedere l’urgenza della questione di un governo mondiale.
L’economia degli US vive una fase di squilibri. Gli US non possono più
determinare da soli l’andamento del commercio mondiale (mentre la maggior parte
degli scambi mondiali avviene ormai in euro). Nel commercio internazionale la
perdita è di 3.000 miliardi al giorno, e il ribasso del dollaro non è
sufficiente ad evitare le importazioni. A fronte del progressivo indebolimento
della valuta, l’andamento dell’economia, tra picchi e discese, ad oggi, non è
riuscita risollevarsi, mentre altri paesi incalzano con un’espansione mai vista.
Per la finanza pubblica che segna il passivo c’è noncuranza da parte
dell’attuale Amministrazione americana; non va meglio la finanza delle
famiglie, indebitate al punto da non poter pensare a nuovi consumi. Gli sgravi
fiscali e gli assegni in restituzione dei versamenti effettuati vengono
utilizzati per pagare i debiti invece di andare a rilanciare l’economia.
Il consolidamento del debito US è responsabilità a carico dell’Europa e del
mondo intero. Il problema è come riassorbire l’eccesso di dollari messi in
circolazione nei decenni scorsi con la diffusione di una quantità di azioni.
Svalutando il dollaro di un terzo del suo valore gli US hanno ridotto il debito
del 33%; ma anche al prezzo stracciato di un terzo di meno, non riescono più ad
attrarre altri investimenti. Nemmeno l’emissione più rassicurante di bonds in
altre valute, ha l’appeal desiderato.
Prestiti tra le banche centrali e interventi sui cambi si provano a mantenere
la stabilità. Tra gli strumenti possibili è stato proposto il pareggio dei
tassi euro e dollaro, o la formazione di un mercato unico del mondo sviluppato,
con tutte le difficoltà, di fronte all’intransigenza statunitense, di riuscire
a darsi normative comuni tra sistemi diversi, con contenziosi rispetto una
quantità di problemi (antitrust, brevetti, normativa fiscale e societaria,
‘Kioto’ ogm, carne bovina…). Aggiustamenti possono venire anche da riforme
degli organismi internazionali, che hanno dimostrato di aver bisogno di
correzioni significative.
Ma la grande possibilità per gli US resta quella di pagare in natura. Vendendo
per esempio, il servizio della difesa.
Data l’attuale assoluta supremazia militare, gli US possono puntare sulla forza
non solo come strumento per il controllo della situazione internazionale ma
anche come possibilità di rilancio per la loro economia. Con le operazioni
militari, inserendosi nei contesti nazionali prescelti, gli US hanno infatti
inteso portare avanti una loro politica geostrategica e al contempo hanno messo
in movimento il mercato del loro settore di punta, sollecitando nuovi bisogni
sia all’interno, per l’apparato nazionale, sia nel mercato mondiale.
L’Amministrazione al potere, in fase di identificazione con il suo braccio
militare, ha fatto un utilizzo sistemico della forza. Per creare un ciclo
virtuoso tra l’individuazione di crisi latenti e la disposizione a reprimerle,
tra la fomentazione delle contraddizioni e la guerra preventiva, ha messo in
scena la rappresentazione dell’antagonismo tra il Bene e il Male. Con tutta la
potenza dei mezzi mediatici di cui largamente dispone, ha cercato di convincere
il mondo dell’esistenza di una contrapposizione reale, impegnandosi peraltro a
produrla davvero. Ha usato il terrorismo come messaggio di una campagna
promozionale per creare una maggior richiesta del prodotto in vendita, la
sicurezza.
Questa la chiave del terrorismo internazionale.
Non sono nuovi tentativi di condizionare la politica con la violenza. Per
quanto riguarda l’Europa, sono riscontrabili precedenti dai tempi della ‘guerra
fredda’, quando gli US diedero fiato al terrorismo nel quadro della lotta
anticomunista. In Italia ricordiamo al proposito l’epoca delle stragi di stato.
Uno strumento più recente è il progetto del 1989 di smembramento degli stati
europei in 75 mini stati etnici - rimedio contro l’esistenza di nazioni grandi
e potenti - da attuarsi fornendo aiuto al consolidarsi delle tensioni
secessioniste. Ultimamente il tentativo di ‘stabilizzazione’, alla vigilia
delle elezioni in Spagna, potrebbe essere scoppiato nelle mani di Aznar,
generando un esito opposto. La popolazione, che l’orrore delle bombe dovrebbe
indurre a chinare la testa e raccogliersi terrorizzata sotto le ali del potere,
questa volta si è unita in un ampio fronte a contestarlo.
In effetti lo scenario del terrore non sembra il più idoneo a persuadere
l’Europa nel senso voluto e al contrario la popolazione - nelle manifestazioni,
negli esiti elettorali, nei rapporti e nei sondaggi della Comunità - rifiuta la
prospettiva di vivere in uno stato di guerra permanente e sotto il
condizionamento del terrorismo. L’Europa, che pure deve cercare di trovare
insieme delle soluzioni per il rilancio economico, non condivide, nella sua
popolazione, la mentalità che spinge gli US alla loro scelta politica.
Nel governo degli equilibri mondiali, attualmente, l’egemonia statunitense è
inadeguata e produce anarchia; un mondo multipolare ora dipende dall’Europa,
con la sua visione che dal periodo di stagnazione economica bisognerà uscirne
insieme in un clima più sereno. L’UE potrebbe pagare per la propria difesa,
‘importarla’, e così aiutare gli US e contribuire al riequilibrio economico
auspicato. Ma il rifiuto della politica “oltre misura” crea invece in Europa
forti spinte politiche a pagare per creare una propria difesa e rendersi più
indipendente.