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da http://www.rebelion.org/noticia.php?id=2933

05-08-2004
Il dibattito della sinistra in America Latina


Schafik Jorge Hándal
Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale

L’America Latina ed i Caraibi sono oggi lo scenario di un intenso e spesso acceso dibattito sulle strategie che la sinistra deve adottare per raggiungere il potere. In altri tempi, nell’epoca delle dittature militari latinoamericane e caraibiche che abbracciò quasi tutto il secolo XX, il dibattito principale in seno alla sinistra rivoluzionaria fu attorno alla questione: per il potere..“via armata o via pacifica elettorale?”.

Il problema era, molto semplicemente, che il governo degli Stati Uniti non era disposto ad accettare l’ascesa della sinistra ai governi per via elettorale.
Il Cile democratico, con un esercito “professionista ed ubbidiente all’autorità civile”, fu seppellito dal golpe militare guidato da Pinochet, l’assassinio del Presidente Salvador Allende ed il massacro che seguì l’11 Settembre del 1973.

In seguito, i militari schiacciarono la democrazia uruguaiana, la «Svizzera dell’America», in Argentina instaurarono una delle dittature più sanguinose, ed in Brasile, resero ancora più asfissiante il regime che avevano instaurato agli inizi degli anni sessanta.
Il crollo del socialismo sovietico, l’entrata nel mondo unipolare e nel capitalismo neoliberale, resero per gli Stati Uniti inutili o non necessarie le dittature militari. Quei, del resto, erano già stati consumati dalle dure lotte politiche e armate dei nostri popoli, oltre ad essere rischiose per la stabilità della dominazione imperiale, come avevano già dimostrato la Rivoluzione Cubana e la Rivoluzione Sandinista.

Washington allora cambiò la sua strategia in America Latina e Caraibi, orientandosi verso la promozione di governi civili sorti da elezioni «democratiche». Non cercavano certo di favorire la salita rivoluzionaria ai governi, bensì di sostituire una forma di dominazione che era diventata rischiosa con un’altra più adatta al capitalismo neo-liberale, alla sua globalizzazione ed egemonia militare.
Questo mutamento strategico fu inaugurato strappando il potere alla Rivoluzione Sandinista per via elettorale e favorendo la soluzione politica negoziata del conflitto armato salvadoregno, dopo la grande offensiva militare del FMLN nel novembre/dicembre del 1989. Cile, Uruguay, Brasile, Perù, Bolivia, Argentina, furono anche scenari della resistenza popolare, perfino armata, contro le dittature militari che sboccarono in consultazioni elettorali.
Il dibattito nella sinistra su via armata o via pacifica elettorale per la presa del potere, da quel momento è uscito di scena. Tornerà a primeggiare in futuro? Stanti le attuali condizioni, non si può davvero escludere.

I processi elettorali si sono trasformati in una priorità per la sinistra nel nostro sub-continente, per una sorta di imposizione dovuta alla sparizione della bipolarità geopolitica nella cui cornice trionfarono tante rivoluzioni e molte altre poterono consolidarsi. In America Latina la Rivoluzione Cubana è l’esempio più classico. Nella cornice della bipolarità si erano anche liberati dal colonialismo molti popoli dell’Asia e dell’Africa.

Il dibattito nella sinistra dell’America latina e Caraibica si mosse allora alla ricerca di risposte a punti interrogativi come i seguenti: i processi elettorali, nella cornice dell’unipolarità, potrebbero costituire un’autentica via di accesso ai governi delle forze rivoluzionarie? E più ancora... Le elezioni potrebbero diventare una via per l’effettiva conquista del potere e non solo dei governi? Le vittorie elettorali della sinistra potrebbero escludere la possibilità di risolversi nei tradizionali cuartelazos di capi militari sottomessi all’impero e alle oligarchie?
Le risposte sono contraddittorie o sfumate.

In Colombia, per esempio, la lotta armata, accordandosi con alleanze e lotte elettorali di fatto è cresciuta progressivamente. In Perù è nata ed ha avuto luogo una lotta armata decennale.
Da parte sua, una piccola minoranza della sinistra Latinoamericana e caraibica si è mantenuta al margine della partecipazione elettorale ed ha continuato a respingerla come via per la presa del potere, senza praticare altre vie. La maggioranza si è invece incorporata ai processi elettorali a partire da strategie diverse e divergenti.

Per alcuni di questi ultimi, le elezioni possono essere la via della sinistra verso il potere se questo “si contiene, si modernizza”, se è “realistico” e si trasforma in un progetto “vitale”, tollerabile dall’impero, dal gran capitale oligarchico e dai militari reazionari, e se inoltre è capace di entusiasmare le maggioranze cittadine per mietere i suoi voti.

Spesso, un elemento di questa ricetta è l’anticomunismo e la presa di distanza dalla Rivoluzione Cubana ed ora, anche se più timidamente, anche rispetto al processo rivoluzionario bolivariano in Venezuela.

Un altro elemento è porsi la non rottura col modello del capitalismo neoliberale ed il suo Fondo Monetario Internazionale, o ipotizzando di posticiparla o gradualizarla.

In certi casi queste ricette includono la postulazione a carico presidenziale di personaggi «potabili » cooptati per la sinistra. Un caso estremo di questo formula fu quello del FREPASO argentino che ottenne una chiara vittoria elettorale, ma installò un governo, guidato da Fernando della Rua che approfondì il modello neo-liberale ereditato da Menem, ridusse in miseria una vasta proporzione della società e fu abbattuto da grandi ed intense mobilitazioni popolari.

Questa parte della sinistra suole anche distanziarsi delle lotte sociali dei settori colpiti dal modello neoliberale, e che cercano uscite alternative alle crisi di cui sono vittime. Gli argomenti che si ascoltano frequentemente, per giustificare quello distanziamento, è che: «..la mobilitazione sociale e popolare pregiudica le possibilità elettorali, perché si spaventano i voti moderati..».

Nel frattempo, un'altra parte della sinistra si è dedicata a cercare di ottenere il potere per via elettorale per cambiare il sistema del capitalismo neoliberale e consumare vere rivoluzioni democratiche, guadagnando perciò l’entusiasmo, la partecipazione, l’azione organizzata e decisa della maggioranza del paese, concertando ampie alleanze anti-neoliberali interclassiste e multisettoriali, sul piano nazionale ed internazionale, disputandolo l’influenza sui militari dell’impero e dell’oligarchia finanziario-mediatica. È una strategia che si articola intorno alla realizzazione di un programma chiaro e consistente in cambiamenti strutturali, sul piano economico, sociale e politico.

Questo è il caso della Rivoluzione Bolivariana guidata da Hugo Chávez Frias, che è sorta e cresciuta attraverso reiterati processi elettorali e grandi confronti vittoriosi con la controrivoluzione appoggiata dai poteri transnazionali e dal governo degli Stati Uniti.

Per questa parte della sinistra, i processi elettorali sono una grande opportunità per la comunicazione delle proposte rivoluzionarie alla gente ed un ottimo scenario per la lotta delle idee contro il capitalismo neo-liberale e per una società giusta. Sono anche un grande strumento di mobilitazione ed organizzazione delle masse, per consolidare le alleanze anti-neoliberali, una fonte d’accumulazione di forze e di costruzione del potere popolare sulla via verso il cambiamento e la rivoluzione.
Questo è il dibattito che anima oggi la sinistra dell’America Latina e il FMLN in El Salvador ne prende parte a pieno titolo.
Come in altre esperienze latinoamericane la destra ed i suoi mezzi non dissimulano le sue simpatie. In fondo, come hanno segnalato alcuni dei suoi ideologi più quotati, condividono sempre il proposito di debilitare e perfino distruggere il progetto rivoluzionario che ha già ben provato di costituire una minaccia per il suo modello di dominio.

traduzione dallo spagnolo di FR