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http://www.rebelion.org/noticia.php?id=4834
Il condizionamento politico dei donatori: buoni
propositi o nuovo colonialismo?
Jokin Alberdi Bidaguren
Pueblos – 19/09/2004
In seguito ai processi di
decolonizzazione e consolidamento dei nuovi stati africani a sud del Sahara, è
diventato evidente il fallimento del modello politico occidentale nel
continente nero. Durante le
decadi degli anni ‘60 e ‘70, il monopartitismo presidenzialista e gli abusi di
potere sono diventati la norma generalizzata di questi nuovi Stati,
indipendentemente del loro carattere filo-capitalista o marxista leninista. La
concorrenza Est-Ovest per il controllo degli Stati africani è stata sostituita,
negli anni ’90, dal ruolo attivo della comunità internazionale nella promozione
delle democrazie formali africane. In questo nuovo mondo unipolare non c'era
posto per qualunque altro progetto politico che non fosse questo. Tuttavia,
l'adozione di sistemi di democrazia formale non necessariamente ha comportato
la stabilità politica di questi paesi.
Di fronte ad alcuni risultati, come una certa trasparenza nelle campagne
elettorali e l'aumento della rappresentatività delle donne negli incarichi di
responsabilità politica, bisogna sottolineare una lunga serie di fattori che
contribuiscono a quell'instabilità. Tra questi fattori, che ostacolano il
consolidamento dei processi democratici iniziati nell'era del post
guerra-fredda, possono citarsi la privatizzazione dello Stato e la sua
incapacità di garantire i servizi di base, le lotte per il controllo del potere
e delle risorse, il mancato soddisfacimento delle aspettative popolari, la
debolezza dei movimenti d’opposizione, la disuguale distribuzione della
proprietà della terra come eredità del passato coloniale e la mancanza di
partecipazione politica e di legittimità delle istituzioni formali dello Stato.
La questione della governabilità
Ovviamente, i cambiamenti
politici avvenuti hanno avuto un impatto sulla riflessione teorica intorno alla
democrazia e all'attuale conformazione degli Stati africani. A detrimento di
altri punti di vista più sostanziali e sociali della democrazia, la posizione
egemonica è occupata dal pensiero neoliberista, che diffonde una concezione
universale della democrazia liberale.
Questa concezione puramente istituzionale, che si basa sull'idea del patto tra
élite per garantire le riforme economiche destinate alla stabilità degli
investimenti ed al funzionamento del libero mercato, domina la realtà attuale
degli Stati africani. Solo alcune critiche verso i nuovi Stati post-coloniali,
che preconizzano la mancanza di responsabilità dei nuovi governanti
"democratici", stanno avendo un certo successo in questi dibattiti
accademici (1)
Quest’inevitabile accettazione della democrazia rappresentativa occidentale,
come modello di riferimento per il continente nero, sta riducendo i dibattiti
sulla democrazia africana alla questione della governabilità. La discussione si
limita ad affrontare una visione strumentale della governabilità, intesa come
capacità istituzionale di migliorare il settore pubblico e cornice legale
necessaria per la stabilità del mercato, di fronte ad un visione finalistica,
che intende la governabilità come il rispetto dei diritti umani e la
responsabilità e la trasparenza nell'esercizio del potere, nell’ambito di
alcuni Stati costituzionali democratici. Qualunque altro apporto, rispetto
all'idea della democrazia, che provenga tanto da riflessioni sull'identità
africana come da discorsi di giustizia sociale e lotta popolare, non ha spazio
alcuno in questa nuova discussione sulla governabilità.
Il condizionamento politico
Le idee del condizionamento economico e
politico (2) appaiono legate a tale gruppo di teorie egemoniche su democrazia e
governabilità. Per condizionamento s’intende la pratica dei donatori di
subordinare l'aiuto ufficiale allo sviluppo ad una serie di condizioni che i
paesi riceventi l'aiuto devono previamente accettare. Ovviamente il contenuto
del condizionamento non è uniforme ed ha subito un'evoluzione storica.
Durante gli anni della guerra fredda si produsse, attraverso il cosiddetto
condizionamento semplice, un aumento progressivo del grado di ingerenza da
parte dei paesi donatori che, dall’appoggiare piccoli progetti concreti senza
quasi impatto sulle politiche pubbliche dei governi dei paesi riceventi,
passarono a canalizzare i loro aiuti attraverso i programmi-paese che, questi
sì, diminuivano la capacità decisionale dei governi del Sud. In questa fase, la
cooperazione internazionale ed il trattamento economico e commerciale preferenziale
erano subordinati all’affinità ideologica tra il paese ricevente ed il blocco
donante (capitalista o comunista).
Negli anni ‘80, sorse la prima generazione di condizionamento complesso o
condizionamento economico, consistente nella promozione di politiche di
aggiustamento strutturale in paesi con alti livelli di debito estero, che
dovevano accettare le condizioni di riforma delle loro politiche economiche,
dettate dagli organismi finanziari internazionali, all’interno della logica del
cosiddetto Consenso di Washington.
Il ventaglio del condizionamento complesso si amplia, durante la decade degli
anni ’90, alla sfera politica. Con il Consenso di Santiago, o Neo-consenso di
Washington, i donatori, come complemento al precedente condizionamento
economico, esigono da coloro che ricevono aiuti internazionali, determinate
riforme istituzionali orientate a garantire il rispetto delle libertà
democratiche e dei diritti umani, il buon governo, lo Stato di diritto e la
riduzione della corruzione. In questo modo gli attori governativi, quelli
transnazionali e gli organismi multilaterali mettono in moto una serie di
politiche che hanno per oggetto l'istituzionalizzazione di regimi democratici
all’interno delle frontiere di alcuni Stati suppostamente sovrani.
Lo strumento impiegato dai paesi del Nord per dare impulso a queste riforme
politiche è la cosiddetta assistenza per la democraticizzazione, che si è
concretizzata in differenti livelli di intervento degli organismi
internazionali e dei paesi donatori nei paesi in fase di riabilitazione
post-bellica e/o di transizione politica: assistenza ai processi elettorali,
formazione ed aiuto tecnico alle istituzioni di nuova costituzione, formazione
e consulenza a ONG e investigazioni sulle violazioni dei diritti umani commesse
sotto governi autoritari.
Condizionamenti buoni e
condizionamenti cattivi?
Tradizionalmente, da parte del pensiero progressista, si è concepito il
condizionamento politico come una nuova forma di ingerenza dei paesi
occidentali nei paesi poveri, cioè, come una nuova modalità di colonialismo.
Senz’intenzione di assumere una posizione contraria, pare obbligatorio operare
un distinguo (3) tra il condizionamento politico classico, ispirato ad alcuni
principi apertamente coattivi e punitivi, ed il condizionamento
"positivo", basato su un dialogo politico tra donatori e riceventi,
che cerca di impedire che le crisi di governabilità sbocchino in rotture dei
processi democratici.
Il condizionamento "negativo" richiede un prerequisito per l'accoglienza
dell'aiuto, soggetto agli interessi geostrategici e di politica estera del
donatore ed alla corretta applicazione delle politiche economiche raccomandate
dagli organismi internazionali (tanto politiche di aggiustamento strutturale
come i sempre più popolari programmi strategici di riduzione della povertà).
Mentre invece, il condizionamento politico "positivo" sarebbe
concepito più come un obiettivo di sviluppo, giacché pretende di incrementare
l'efficacia dell'aiuto concentrandolo su quei paesi che dimostrano un impegno
genuino per migliorare la governabilità democratica.
In questo secondo caso, il condizionamento non si fonda tanto sull'arbitrarietà
di alcuni donatori, che concedono aiuti in funzione di una percezione
soggettiva circa il compimento di alcuni standard democratici minimi esigibili
dai riceventi, bensì nella direzione reale del cambiamento politico avviato.
Sorge così un nuovo stile di diplomazia impegnata nel futuro dei paesi in via
di sviluppo, che presuppone di interpretare il condizionamento politico non
necessariamente in senso negativo. Ciò nonostante, tale nuova forma d’intendere
il condizionamento politico continua a raccogliere critiche, poiché questo
continua ad essere visto come un nuovo sistema di tutela dell’Occidente sul continente
africano.
Quest’argomento della tutela, benché possa essere valido, continua ad essere
fragile giacché, trasferendolo all'ambito non governativo, può spingere a
presupporre che la solidarietà politica dei movimenti sociali occidentali,
intesa ad organizzare e rafforzare la partecipazione delle comunità africane, è
un tantino ipocrita, nella misura in cui promuove una situazione ideale nel Sud
che appena esiste nella realtà delle società del Nord.
Il fallimento dell'assistenza per la
democraticizzazione
A margine del dibattito su buoni e cattivi condizionamenti, cosa certa è che la
pratica del condizionamento politico e dell’assistenza per la
democraticizzazione sta fallendo nella maggioranza dei casi.
In primo luogo, la sua visione a breve termine sta impedendo di articolare
programmi per la democraticizzazione profonda, sia negli Stati, sia nelle
società africane. Solamente si attua nella fase iniziale delle transizioni
politiche e negli aspetti congiunturali. In secondo luogo, si sta generando una
dipendenza dei paesi assistiti, poiché i donatori non hanno tenuto in conto né
la sostenibilità delle azioni intraprese, né il necessario protagonismo dei
riceventi. In terzo ed ultimo luogo, l'omissione delle dimensioni storiche e
culturali dei processi politici africani sta comportando una forte
delegittimazione delle transizioni democratiche iniziate in Africa in questa
nuova era di post guerra-fredda.
Nei processi africani di democraticizzazione degli anni ‘90 non si è tenuto
conto di altre versioni tradizionali ed emancipatrici di democrazia, per tanto
non c'è neppure stato spazio per formule alternative di solidarietà politica.
Questo nuovo intento di appoggiare e rafforzare i cambiamenti politici genuini
intrapresi da alcuni paesi, dovrebbe andare oltre la democrazia rappresentativa
e combinarsi con gli elementi positivi ereditati dalla partecipazione
sociopolitica delle precendenti rivoluzioni popolari di alcuni dei paesi
africani e delle buone pratiche democratiche delle istituzioni indigene o
tradizionali.
In definitiva, una nuova forma di assistenza per la democraticizzazione e
solidarietà politica dovrebbe essere ispirata ad un dialogo politico esente da
imposizioni esterne, e dovrebbe scommettere su una reinvenzione della
democrazia africana che tenesse conto delle peculiarità proprie storiche e
culturali. La democraticizzazione africana va oltre il rafforzamento
dell'architettura istituzionale dei suoi Stati, richiede una ridefinizione dei
soggetti politici, una risoluzione del conflitto tra Stato moderno ed autorità
indigene, che sia più adatta alla realtà africana, un’articolazione di un
sistema democratico a partire dalla tradizione democratica africana... Ma
questa è farina d’altro sacco.
* Jokin Alberdi Bidaguren è ricercatore di HEGOA, Istituto di Studi su Sviluppo
e Cooperazione Internazionale, e professore di Diritto Costituzionale
nell'Università dei Paesi Baschi. Quest’articolo fu pubblicato sul nr.13
dell'edizione stampata della rivista Pueblos, settembre 2004, pp. 46-49.
(1) Si veda: Bayart, Ellis e Hibou: The Criminalization of the State in
Africa, James Currey & Indiana University Press, London, 1999; e Chabal, P.
e Daloz, J. P.: África Works. Disorder asse Political Instrument, James Currey
& Indiana University Press, London, 1999.
(2) Per le diverse definizioni
di condizionamento si veda: Gutiérrez Vega, P. e Rodrigo-Piñero L. in Rocce, F.
J., ed.): África en el sistema internacional. Cinco siglos de frontera, Los
libros de la Catarata, 2000; y Pérez de Armiño, K. (dir.): Diccionario de
Acción Humanitaria y Cooperación al Desarrollo, Icaria, Barcelona, pp. 110-113.
(3) Santiso, C.: “Retos y desafíos de la reforma de la ayuda europea. Mejorando
las respuestas de la Unión Europea a las crisis de gobernabilidad y las erosiones
de la democracia”, Rivista: Instituciones y Desarrollo, nº 11, 2002.
www.pueblos.org
traduzione dallo spagnolo a cura del Ccdp