Il mondo unipolare genera i George Bush come il sonno della ragione genera i mostri
di Enrico Penati
Abbiamo sempre respinto quelle enunciazioni generalmente di fonte americana
secondo le quali la storia, anche soltanto quella moderna, ha raggiunto tre anni
or sono un specie di punto di non ritorno, tanto da dire - come infatti hanno
detto - che c’è un prima e un dopo, perché dopo l’11 settembre 2001 il mondo
non è stato e non sarà mai più come prima. Si tratta di una esagerazione da
infantilismo sciovinista, essendo ben noto, in genere anche a molti studiosi
americani, che perché l’umanità sia in grado di indicare, con qualche
verosimiglianza, un punto di svolta epocale devono passare alcuni secoli. Per
esempio che la scoperta dell’America - ma riteniamo più corretto dire
“l’invasione” dell’America come suggerisce il bel libro di Francis Jennings
tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi nel 1991 - abbia segnato lo
spartiacque fra l’evo medio e il mondo moderno se ne accorse qualche europeo -
non qualche americano - e non alla fine del Quattrocento ( come dire ai tempi
di Erasmo da Rotterdam) ma tre secoli dopo, successivamente alla Rivoluzione
francese (come dire ai tempi di Alexis de Tocqueville). Invece tutti i
trombettieri americani già la sera dell’11 settembre sapevano che era finito un
mondo e che ne era cominciato un altro.
Detto questo nessuno intende sostenere che quello che accadde a New York quel
giorno sia stato un fatto trascurabile. Al contrario. Si è trattato di un
avvenimento estremamente rilevante soprattutto, così riteniamo, per le reazioni
che ha suscitato. Se qualcuno avesse il buon tempo e la pazienza di andare a
rileggersi - sono sufficienti i titoli delle prime pagine - i principali
quotidiani del mondo occidentale nel corso dei due ed anche tre mesi successivi
all’11 settembre potrebbe fare questa constatazione : tutti hanno
continuato a domandarsi chi è stato a farlo, nessuno si è posto la domanda
perché lo hanno fatto.
Sherlock Holmes, a questo punto, si sarebbe rivolto al suo aiutante e gli
avrebbe detto : “Elementare Watson, se vuoi sapere chi è stato devi prima
chiederti perché lo ha fatto. Il chi viene dopo”. Al contrario, per tutti i
grandi quotidiani del mondo occidentale - ed in primis per l’opinione pubblica
statunitense e per il governo che la manipola - il perché era e rimane una
domanda sconveniente. Proprio nel senso letterale, che non è conveniente porre
questa domanda.
Invece la risposta al chi è stato è arrivata quasi contestualmente al crollo
delle Torri, anzi, probabilmente anche prima. Il responsabile è il terrorismo
islamico e per esso la sua maggiore incarnazione, quell’Osama bin Laden già
agente della Cia (ma anche questo è bene non ricordarlo) che ha casa e bottega
in una caverna dell’Afghanistan e dalla quale, tra una dialisi e l’altra,
dirige il terrorismo antiamericano in tutto il mondo. Da quel momento il
governo degli Stati Uniti, guidato da quel George W.Bush che nel novembre del
2000 era stato eletto alla presidenza grazie ad alcuni trucchi e brogli elettorali
promossi o coperti da giudici della Florida e controfirmati dalla Corte
Suprema, ha dichiarato guerra al terrorismo ed ha promosso ad attuato già due
guerre, contro l’Afghanistan e contro l’Iraq, quest’ultima ancora in corso e
finora con esiti, per gli americani, del tutto disastrosi. Il che potrebbe
essere rivendicato da qualche commentatore disinvolto come prova irrefutabile
dell’esistenza di dio.
L’attacco all’Iraq venne presentato come misura necessaria per raggiungere due
obiettivi : colpire Saddam Hussein, probabile, quasi certo, complice di
bin Laden e se non complice potenziale alleato, e, secondo, distruggere in via
preventiva quell’immenso arsenale di armi chimiche, batteriologiche e
probabilmente anche nucleari che Saddam Hussein (altro ex uomo di fiducia,
finanziato dagli Stati Uniti ai tempi della guerra con l’Iran) aveva raccolto
con l’intenzione di scaraventare sul territorio statunitense.
Tutti sappiamo che gli americani in Iraq non hanno trovato neppure una
scacciacani e men che meno una vaga traccia di eventuali responsabilità
iraquene nell’attentato dell’11 settembre. E allora ?
Allora non poteva che essere così, visto che ci si è sempre preoccupati del chi
e mai del perché. E dichiarare la guerra al chi è stato, cioè al terrorismo, ma
senza fare nomi e cognomi, significa arrogarsi il diritto di appiccicare
l’etichetta di terrorista a qualunque Stato la Casa Bianca scelga nel mazzo, e
di conseguenza significa dichiararla al mondo intero, riservandosi il diritto,
il governo degli Stati Uniti, di attaccare qualunque Paese in qualunque momento
con qualsivoglia pretesto. Poi se va buca diranno che forse la Cia si era
sbagliata, ma che cosa vogliono questi antiamericani, noi siano il popolo di
Dio, governiamo in Suo nome e sotto la sua ispirazione e chi non è d’accordo
con noi deve essere qualche malfidato, uno che ha votato per il divorzio, che
non si è opposto all’aborto, che non disprezza gli omosessuali, che non
partecipa al linciaggio di negri, che non ce l’ha con gli Ebrei, e diciamola
tutta, uno che deve avere simpatie per il comunismo e quindi un terrorista
almeno potenziale. Noi comunisti non abbiamo il diritto di sorprenderci :
il compagno Bertold Brecht ci aveva avvertiti che il sonno della ragione
genera mostri.
La gelida follia, quella che determina le decisioni del governo di Bush, è
facilmente dimostrabile con un esempio. Ancora qualche anno fa le bombe
dell’IRA - esercito repubblicano irlandese - facevano saltare in Inghilterra
cinema e discoteche, stazioni del metrò e bus delle linee del trasporto
urbano : centinaia e centinaia di morti. Era, e lo sapevano tutti senza
bisogno dei suggerimenti della Cia, il terrorismo irlandese che almeno dalla
famosa Pasqua di sangue del 1916 cercava di costringere il governo inglese ad
abbandonare l’Irlanda e, quando questo avvenne, cercava di scacciare gli
inglese anche da quel pezzetto dell’Irlanda del Nord - le sei contee - che gli
inglesi stessi continuavano e continuano a chiamare Ulster. Tutti sapevano, ma
proprio tutti, anche la Cia, che il comando dell’IRA ed il grosso dei militanti
stavano di casa a Dublino almeno dal 1937 quando l’Inghilterra riconobbe
l’indipendenza dell’Irlanda.
Contro gli irlandesi, terroristi o no, gli inglesi avevano sempre usato la mano
pesante ma a nessuno a Londra passò mai
per l’anticamera del cervello di bombardare Dublino. Non solo. Tutti sapevano,
compresa la Cia, che da sempre il maggior finanziatore dell’IRA, e più in
generale dell’indipendentismo irlandese, era un numeroso gruppo di famiglie
americane di origine irlandese abitanti, da generazioni, a Boston. Con lo
stesso diritto col quale oggi Bush sepellisce prima l’Afghanistan ed oggi
l’Iraq sotto un diluvio di bombe per punire il terrorismo islamico, il governo
inglese avrebbe dovuto bombardare Dublino per distruggere l’IRA e poi anche
Boston per punire i finanziatori del terrorismo irlandese.
Il sospetto che si ha è che la posizione di Bush e dei kapò ai suoi ordini sia talmente al di là da
ogni possibile comprensione umana, talmente folle, sanguinaria ed assassina,
che la gente si rifiuti di ammettere che le cose siano veramente a questo
punto. Purtroppo la verità è che siamo anche oltre.
Fine