da Rebelion del 22/10/04
- http://www.rebelion.org/noticia.php?id=6521
Neoliberismo e classi politiche in America Latina
da James Petras [Sintesi - originale
in inglese suhttp://www.rebelion.org/noticia.php?id=6521]
22/10/2004
Un quadro analitico
Vi sono eccessi retorici, generalizzati e disinformanti, su cambiamenti di
civiltà epocali, globali e storici ed è necessario saper distinguere chi fa
questo tipo di retorica.
I grandi mutamenti su larga scala, attraverso i continenti raramente hanno
luogo senza profondi processi di cambiamento nei rapporti di classe a livello
locale, regionale e nazionale. La nascita di nuove idee, lotte e politiche che
passano i confini nazionali, non segue solo i processi di comunicazione e di
rivoluzione tecnologica ma è il risultato dell’emergere di organizzazioni
politiche che già condividono gli interessi e le prospettive fondamentali di
chi guida il mondo.
La globalizzazione o l’espansionismo imperiale non sono semplicemente la
diffusione di un’ideologia e la sua imposizione, con la persuasione o con la
forza. C’è una condizione prioritaria: l’esistenza di elite burocratiche e politiche e di importanti settori della
classe dominante che hanno un interesse politico ed economico comune e la
capacità di articolare la loro ideologia per realizzare le politiche filo
imperiali.
L’espansione imperialista, quasi ovunque, all’inizio si impone con la forza.
L’imperativo è vincere la resistenza nazionale, per distruggere le classi
avversarie della classe dominante a loro alleata. In seguito la forza è usata
per imporre e difendere il potere della classe dominante, delle famiglie di
potere, le clientele politiche, i gruppi finanziari, ecc. che formano l’elite
politica. La forza è usata per difendere le formazioni militari e paramilitari,
la polizia che saranno i difensori dei gruppi economici dell’impero.
L’egemonia imperiale si è stabilita sulla classe dominante e i suoi apparati di
stato non solo attraverso la persuasione ideologica, come pensano alcuni
neo-gramsciani, ma anche attraverso interessi economici condivisi e nemici
comuni. Senza il riguardo economico e l’accesso privilegiato al tesoro pubblico
e a prestiti finanziari, non si sa quanto sarebbe efficace l’ideologia
imperiale e quanto influenzerebbe il comportamento della classe di potere. Data
la violenza e lo sfruttamento indotti dall’imperialismo e la concentrazione di
beni nelle mani di chi collabora all’impero, l’imperialismo non riesce ad
esercitare egemonia sulle masse popolari. Ogni istanza introdotta dalle politiche
imperiali – privatizzazioni, libero mercato, riforme strutturali - è rifiutata
dalla grande maggioranza della popolazione. L’esercizio del potere imperiale
non è quindi basato sull’egemonia ma
piuttosto sulla forza e sul controllo politico-organizzativo e sulla
manipolazione delle elite politico- economiche locali collegate all’impero.
L’impero di oggi, se non riesce ad imporre la propria egemonia sulle masse
latino americane, tuttavia ci riesce attraverso le elite con le quali condivide
gli interessi e le ricchezze. Data la crescente polarizzazione delle ricchezze
e l’aggravarsi della risi economica, l’influenza sulle masse della classe
egemone che collabora è diventata molto scarsa. Perciò entra in gioco la classe
socio-politica degli apparati dei partiti elettorali piccolo borghesi, con il
loro ruolo cruciale all’interno della burocrazia statale e delle organizzazioni
civiche, nei rapporti con i sindacati, i movimenti sociali e le Ong. Mettendo
insieme una retorica populista, fatta di attacchi alla globalizzazione e al
neo-liberismo e di un indistinto servilismo alle politiche elettorali e
all’ordine istituzionale, questa classe riesce ad esercitare egemonia su
importanti settori delle masse.
Sulla strada della trasformazione sociale le lotte di lavoratori e contadini
per il potere politico incontrano i loro più seri ostacoli nei partiti
elettorali piccolo borghesi. Attraverso alleanze politiche, clientele,
cooptazioni, e deviazioni ideologiche, la classe elettorale piccolo borghese e
le sue organizzazioni affiliate, subordinano l’azione diretta delle masse alle
politiche elettorali, con promesse demagogiche. Mentre, allo stesso tempo, la
classe politica piccolo borghese stringe patti con la classe dominante, nei
quali accetta il ruolo subordinato di perseguire i suoi interessi sia nazionali
sia imperiali. Questi patti politici assicurano la legittimazione politica,
garantiscono la tenuta della posizione politica (senza destabilizzazioni,
golpi...), l’accesso al danaro pubblico (per arricchimenti personali e nel
possesso dei network) e la possibilità di ascesa agli starti di medio-alta
borghesia. La classe dominante paga con la protezione dei rapporti di classe e
di proprietà, con il pagamenti dei debiti e una serie di politiche economiche
di favore.
La tipica sequenza di ascesa dei piccolo borghesi inizia con l’impegno nelle
lotte di massa (come giuslavorista, consulente..) per guadagnare consenso nelle
organizzazioni. Il capitale politico accumulato viene poi investito
dall’organizzazione nelle campagne elettorali. Dopo l’elezione il candidato
popolare di umili origini, inizia una serie di transazioni con la classe
dirigente, scambiando i voti popolari con accomodamenti politici. Ciò
viene detto pragmatismo, realismo. Il
doppio tavolo diventa determinante in questa fase. Il piccolo borghese fa
visite discrete ad ambasciate imperiali per garantire gli interessi imperiali,
con promesse di pronto pagamento di debiti, promozione di privatizzazioni e
libero mercato, e nomina di ministri neo-liberisti. Questi impegni sono dati in
cambio per il nulla osta imperiale.
Il piccolo borghese, una volta eletto alla testa dello stato, diventa parte
periferica della classe dominante. La classe designata di potere ministeriale
disegna e promuove gli interessi imperiali, mentre il Presidente eletto proclama una disciplina fiscale, la
crescita dell’esportazione, riforme sociali e del lavoro. Così il ‘candidato
del popolo’ garantisce pieni pagamenti a creditori esteri e nazionali e i
sussidi alle esportazioni di elite, mentre riduce i salari, aumenta la
disoccupazione ed elimina i programmi di welfare per la classe lavoratrice. Le
organizzazioni elettorali piccolo borghesi cooptano i burocrati del lavoro ad
opporsi all’azione collettiva e a ‘disciplinare’ il lavoro. Dagli apparati di
stato essi creano organizzazioni assistenziali, per costruire una base
clientele per rimpiazzare la perdita delle classe lavoratrice disincantata e
consapevole.
L’ala sinistra piccolo borghese della macchina elettorale vanifica i movimenti
di massa critici con l’idea che il regime non può avere due che piani: può
variare dal piano A, neo-liberista a quello B, di welfare sociale. Il che è una
frode deliberata della ‘sinistra’ elettoralista, per giustificare il suo
permanere in ruoli secondari e per conservare la possibilità di essere
rieletti. Gli elettoralisti di sinistra sono in continuo dialogo con i leader
critici del movimento sociale, frenando la costruzione di una potente
alternativa politica alla classe dominante del ‘presidente del popolo’ filo
imperialista.
La leadership piccolo borghese, politicamente integrata con la classe
dominante, aspira ad assumerne la posizione. Il suo passo finale nell’ascesa è
l’accettazione nel circolo della classe alta, negli inviti ecc. e poi mantiene
contatti con la popolazione solo più per opportunismo, ciarlando di lotta alla
povertà nel mondo in modo del tutto
astratto solo per averne applausi
Il potere imperiale mette assieme una catena di classi, l’elite con i
tecnocrati autoritari che disegnano le strategie politiche e gli elettoralisti
piccolo borghesi che le realizzano. Sono le elite che stabiliscono i parametri
istituzionali nei quali la classe politica piccolo borghese mobilita e
smobilita le masse. La classe imperialista stabilisce l’egemonia sulla classe
di potere, la quale la esercita sui piccolo borghesi, e questi mantengono
influenza sui settori che mobilitano le masse nei movimenti sociali.
L’imperialismo gioca la sua egemonia indirettamente.
I loro interessi si articolano, e subordinano i politicanti piccolo borghesi ad
operare attraverso ‘modifiche’ ideologiche per rispondere alle domande dal
basso. Così la classe dominante imperiale parla alla classe di potere di libero
mercato, di crediti agevolati, di reciproci benefici nel libero scambio, di
joint venture. La classe di potere parla ai piccolo borghesi di democrazia,
elezioni, partiti, potere di scelta, opportunità economiche e possibilità di
crescita. Gli elettoralisti piccolo borghesi vanno davanti alle masse contro la
globalizzazione, il neo-liberismo, la corruzione del vecchio ordine e per la
necessità di ‘alternative’. Infine i leader del movimento sociale, che sono
legati agli elettoralisti, dicono alla loro base che non ci sono ancora le circostanze per una rottura, che vanno
messe a fuoco le riforme di settore. I piccolo borghesi convincono i leader dei
movimenti sociali a frenare sulla lotta di classe indipendente per il potere
politico.
Strategie
imperiali in tempo di crisi
Quando il potere imperialista affronta consapevoli masse di opposizione, o
quando patisce una sconfitta della maggioranza elettorale che disarticola le
normali strutture politico-eonomiche, l’imperialismo dimostra di non riuscire
ad operare attraverso il quadro elettorale. E allora gli strateghi imperialisti
fanno affidamento su metodi diversi, non elettorali, violenti e illegali.
Il primo metodo, propedeutico, è di dividere l’opposizione in fazioni
contrapposte. E’ classica la tattica del “divide et impera”. In Iraq procede il
progetto di dividere il paese in 3 mini stati: il Nord ai curdi, che hanno
stabilito di fatto un regime, espellendo i non curdi, che sono stati ben armati
da US e Israele, fino a diventare la migliore e meglio organizzata milizia
dell’Iraq. Il centro sunnita, dove è stato imposto il regime di Allawi e dove
sono confluiti resti dell’apparato collaborazionista. Il Sud, dove Washington
cerca di operare attraverso ex esiliati, investitori petroliferi e religiosi
sciiti compiacenti.
La principale arma per fomentare la divisione sono le provocazioni politiche
organizzate dai servizi segreti: decapitando curdi e pretendendo che siano
stati arabi iracheni, assassinando religiosi sunniti e gettando i corpi nei
pressi degli sciiti, piazzando bombe nelle moschee sciite…Incapaci di
sconfiggere il movimento unito di liberazione nazionale iracheno, la strategia
degli US è di creare dei mini stati deboli, in lotta tra di loro, portati per
la loro stessa debolezza a diventare collaboratori dell’impero
Nel caso del Venezuela, gli US hanno fallito 4 volte nel cercare di rovesciare
‘dall’interno’ il governo Chavez. Il prossimo movimento sarà di provocare
scontri di frontiera con la Colombia. Il Pentagono incoraggia infiltrazioni e
agguati di forze paramilitari colombiane
e spinge il governo colombiano ad avanzare pretese su siti petroliferi
offshore. Come nel passato la politica imperiale comporta cambi di frontiere,
agitazioni di etnie, clan, tribù e nazionalismi, per distruggere gli stati
esistenti che si oppongono al loro dominio.
Non l’egemonia ma la violenza imperiale gioca il ruolo centrale nel ridisegno
degli stati nazione e nella creazione di mini stati clienti per l’impero.
Queste mini entità sono utili sia per installarvi postazioni militari avanzate,
sia per garantire il controllo del flusso delle risorse a livello mondiale.
La chiave portante, la vera colonna dell’espansione imperiale, sono i
combattenti separatisti, e quegli strati piccolo borghesi che aspirano alla
ricchezza. Un’intera armata di vassalli, di teorici neo conservatori e di ‘liberali
umanitari’ offre una copertura ideologica ai separatisti sponsorizzati
dall’impero, ripetendo slogan ‘libertari’ e contrabbandando per autentiche le
tensioni alla liberazione nazionale. Il loro fine è di destabilizzare le
nazioni. La tattica imperiale è di portare le nazioni a negoziare con i
separatisti filo imperialisti, per poi spalleggiare i separatisti con aiuti
politici, diplomatici, e poi con le armi.
Così la politica imperiale del ‘divide et impera’ riesce a ricevere il sostegno
morale da libertari e da settori della sinistra progressista, che si unisce al
coro in difesa ‘dell’auto determinazione’. La tattica di costruzione
dell’impero unisce le guerre di occupazione coloniale per il possesso del
petrolio e il controllo delle regioni strategiche, con la conquista indiretta
attraverso leader separatisti clienti che operano per destabilizzare gli stati
non imperialisti.
Il proposito di edificazione dell’impero non serve solo ad assicurarsi il
monopolio delle fonti energetiche ma anche a costruire una rete di basi
militari e di clientele politiche, per controllare le infrastrutture. La
costruzione dell’impero comporta l’eliminazione di ogni potenziale stato
nazionale anti imperialista e l’integrazione delle entità separatiste
nell’impero.
La teoria della costruzione dell’impero, oltre al ruolo dello stato imperiale,
delle multinazionali, delle banche, comporta anche quello di terroristi
separatisti, gangster, e di pii democratici e di chierici laici che lavorano
dal basso per l’impero; nel ‘mezzo’ ci sono funzionari internazionali,
politicanti, global o no-global, gli ideologi che blaterano di guerre e di
auto-determinazione in forum irrazionali. I ‘social forum’ sono incongruenti
perché la questione se gli US o l’UE vogliano o no estendere il loro impero, si
risolve sui campi di battaglia in Afganistan, in Iraq, in Colombia, in
Venezuela, in Palestina, nei villaggi e nelle città del Caucaso. In Medio
Oriente i curdi, il governo israeliano, i monarchi ascemiti e i ricchi
espatriati sono allineati all’impero, contro la grande maggioranza di
lavoratori, contadini, mercanti arabi impoveriti, senza aiuto e senza futuro.
traduzione dall'inglese e sintesi di Bf