Davanti a noi, la guerra !
La grande svolta dopo la fine della guerra fredda
di Gilbert Achcar
Gilbert
Achcar insegna a Berlino ed
è autore di numerosi articoli e libri, fra cui “Lo scontro fra barbarie:
terrorismi e disordine mondiale”, 2004)
(Traduzione di
Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
L'occupazione dell’Iraq si inscrive appieno nella «grande strategia»
espansionista inaugurata dagli Stati Uniti al momento dell’esaurimento della
Guerra Fredda. La fine dell'URSS ha rappresentato una svolta storica cruciale,
di un’importanza equivalente alla fine delle Due Guerre Mondiali del Ventesimo
secolo. Ciascuna di queste svolte aveva costituito l’occasione del passaggio di
una nuova tappa dell’espansionismo imperiale degli USA: il passaggio dal rango
di potenza regionale, o potenza mondiale di ordine minore, al rango di potenza
mondiale superiore con la prima Guerra Mondiale; il passaggio al rango di
superpotenza all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, nello scenario di un
mondo bipolare, spartito fra i due Imperi della Guerra Fredda.
L'agonia, e quindi l'implosione
finale dell'URSS hanno messo di fronte gli USA alla necessità di scegliere fra
alcune possibili opzioni strategiche importanti per “modellare il mondo” (shaping the world) dopo la Guerra Fredda.
Washington ha optato per la perpetuazione della sua supremazia, in un mondo
divenuto unipolare sul piano della forza militare, principale carta vincente
degli USA nella concorrenza inter-imperialista mondiale.
L'era della superpotenza Statunitense è stata inaugurata con la guerra
dell’Amministrazione Bush I contro l’Iraq nel gennaio-febbraio 1991, lo stesso
anno che ha visto il crollo finale dell’URSS. Questa guerra, determinante per
“modellare il mondo”, ha permesso di conseguire simultaneamente molti obiettivi
strategici fondamentali:
- Il ritorno in forze degli insediamenti militari degli USA direttamente nella
regione del Golfo Persico, detentrice dei due terzi delle riserve mondiali di
petrolio. All’inizio di un secolo che verrà marcato dalla rarefazione
progressiva, e poi dall’esaurimento di questa risorsa energetica, strategica
fra tutte, questo ritorno ha collocato gli USA in una posizione dominante, sia
in rapporto ai loro potenziali rivali, fatta eccezione per la Russia, sia nei
confronti dei loro alleati largamente dipendenti dal petrolio del Medio
Oriente.
- La dimostrazione eclatante della superiorità schiacciante dei sistemi
d’arma Statunitensi davanti ai rischi nuovi che gravano sull’ordine
capitalistico mondiale, costituiti dagli Stati “scellerati” (Stati canaglia),
rischi ben rappresentati dalla componente predatoria dell’Iraq baathista, sulle
orme di una “rivoluzione islamica” che aveva già insediato in Iran un regime
che sfuggiva al controllo delle due superpotenze della Guerra Fredda. Questa
dimostrazione ha contribuito fortemente a convincere le potenze Europee e il
Giappone, i più importanti alleati di Washington, a rinnovare il rapporto di
vassallaggio che avevano stabilito all’indomani della Seconda Guerra Mondiale verso
un’America divenuta sovrano feudatario. L’aver tenuto in vita la NATO e la
mutazione di questa Organizzazione in “organizzazione per la sicurezza” avrebbe
espresso la continuazione di questo rapporto gerarchico.
Allo stesso tempo, il ritorno degli USA in Medio Oriente ha inaugurato
un’ultima e completamente nuova fase storica nell’espansione dell’impero
mondiale governato da Washington :
l'estensione della rete di basi e di alleanze militari con la quale Washington
assoggetta il mondo, fino alle regioni del pianeta che ancora erano sfuggite,
visto che fino a qualche tempo fa erano state sotto il dominio di Mosca.
L'allargamento della NATO verso l’Est Europeo, l’intervento militare in Bosnia
seguito dalla guerra in Kosovo, sono state le prime tappe di questo
perfezionamento della mondializzazione imperiale, realizzato sotto
l’Amministrazione Clinton.
Il proseguimento del processo avrebbe avuto bisogno di condizioni politiche più
favorevoli, particolarmente persistendo la “sindrome vietnamita” che ha frenato
le ambizioni militaristiche espansionistiche di Washington.
Una nuova fase, dopo gli attentati
dell’11 settembre 2001
Questi attentati hanno offerto all’Amministrazione Bush II l'occasione storica
di accelerare al più alto livello e di portare a compimento questo processo, in
nome della “guerra contro il terrorismo”.
L'invasione dell'Afghanistan e la guerra contro la rete di Al-Qaeda sono state,
nello stesso tempo, il pretesto ideale per estendere la presenza militare
Statunitense nel cuore dell’Asia centrale ex Sovietica (Uzbekistan,
Kirghizstan, Tadjikistan) e fino al Caucaso (Georgia).
Oltre alle ricchezze in idrocarburi, gas e petrolio, del bacino del Mar Caspio,
l’Asia centrale presenta l’interesse strategico inestimabile di essere al centro
della massa continentale Eurasiatica, fra la Russia e la Cina, i due principali
avversari potenziali dell’egemonia politico-militare degli USA.
L'invasione dell'Iraq, realizzata sulle orme della precedente, è sembrata
portare a termine quello che era rimasto incompiuto nel 1991, vista
l’impossibilità di occupare stabilmente il paese, sia per ragioni di politica
internazionale, (mandato limitato dell’ONU, esistenza dell’Unione Sovietica),
che per ragioni di politica interna, (reticenza dell’opinione pubblica, mandato
limitato del Congresso). Con
l’occupazione dell’Iraq, che va ad aggiungersi alla tutela sovrana Statunitense
sulla monarchia Saudita e al loro insediamento militare negli altri Emirati
della regione del Golfo, gli USA attualmente esercitano un controllo diretto su
più della metà delle riserve mondiali di petrolio, oltre alle loro stesse
riserve domestiche.
Washington cerca attivamente di completare questa dominazione planetaria
esclusiva e tirannica sul petrolio, estendendo la propria egemonia all’Iran e
al Venezuela, i suoi due prossimi bersagli prioritari dopo l’Iraq..
L'opzione strategica del completamento della dominazione Statunitense unipolare
sul mondo è il corollario dell’opzione neo-liberale adottata dal capitalismo
mondiale e imposta all’insieme del pianeta, nel quadro del processo globale
designato con il nome di “mondializzazione”.
Al fine di garantire il libero accesso agli USA, e ai loro alleati nel sistema
imperialista mondiale, alle risorse e ai mercati del resto del mondo, come pure
per premunirsi contro i rischi extra economici della destabilizzazione del
sistema e dei mercati, strettamente collegati alla precarizzazione neo-liberale
del mondo (smantellamento dei diritti acquisiti sociali, privatizzazioni ad
oltranza, concorrenza selvaggia), l’esistenza e il rafforzamento di una forza
militare proporzionata a queste imprese è indispensabile.
Washington ha scelto di fare degli USA “la nazione indispensabile” al sistema
mondiale: il fossato militare fra gli USA e il resto del mondo non cessa di
allargarsi. Dal terzo delle spese militari mondiali dell’inizio del dopo-Guerra
Fredda, gli USA sono arrivati a spendere per essi soli più delle spese militari
cumulate dall’insieme di tutti gli altri Stati del pianeta.
Questa formidabile superiorità
militare della iperpotenza Statunitense viene supportata dal concetto di
“militarismo”, strettamente connesso con il concetto di imperialismo, secondo
la sua primaria definizione sistematica (Hobson) [N.del trad.: Hobson (1858-1940), economista inglese,
ha messo in evidenza la connessione tra ingiusta distribuzione della ricchezza
e la disoccupazione e ha visto nella ricerca di sbocchi esterni
all’accumulazione capitalistica, esterni rispetto all’economia nazionale, la
causa delle tendenze imperialiste del capitalismo inglese. La sua opera
“L’imperialismo” (1902) è stata largamente utilizzata da Lenin in
“Imperialismo, fase suprema del capitalismo” (1917)] e riceve
sublimazione dalla struttura gerarchica di tipo feudale (sovrano/vassalli)
instauratasi dopo la Seconda Guerra mondiale.
In virtù di questa struttura, l’iperpotenza “tutelare” dovrebbe assicurare
d’ora innanzi la parte essenziale della difesa al sistema capitalistico.
Perché questa stessa struttura gerarchica divenga unico sistema imperiale
planetario, e perché si consolidi nel tempo, è necessario assolutamente, e lo
sarà in permanenza, che la superpotenza, trasformatasi in iperpotenza, mantenga
mezzi militari all’altezza delle ambizioni che essa si è prefissata. La riaffermazione del ruolo di sovranità
degli USA e la loro assunzione al rango di iperpotenza militare attraverso lo
sviluppo asimmetrico fra i loro mezzi e quelli del resto del mondo sono state
al centro del progetto dell’Amministrazione Reagan e la spinta all’aumento
straordinario delle spese militari, a livello record, data una situazione non
bellica , per il quale quell’Amministrazione si è contraddistinta.
Nella prima metà degli anni Novanta, la fine della Guerra Fredda, in
combinazione con le obbligatorie restrizioni economiche della finanza pubblica
pericolosamente deficitaria, avevano comportato la riduzione, quindi il crollo
delle spese militari degli USA.
Il riapparire di una contrapposizione Russa post-sovietica alle mire di
Washington rispetto all’allargamento della NATO (a partire dal 1994), seguita
dalle crisi Balcaniche (1994-1999), quindi dall’emergere di un contrasto con la
Cina post-maoista rappresentato dal braccio di ferro rispetto alla questione di
Taiwan (1996), il tutto sullo sfondo di una crescente cooperazione militare fra
Mosca e Pechino, hanno trascinato l’Amministrazione Clinton, a partire dal
1998, a rimettere in moto un meccanismo
di aumento delle spese militari Statunitensi a lungo termine.
La militarizzazione in rapporto al
caos Iracheno
Il rilancio della corsa degli USA al superarmamento rispetto al resto del
mondo, susseguito alla corsa agli armamenti contro l'URSS, al tempo della
Guerra Fredda, è stato accompagnato da una variazione attitudinale di
Washington nella gestione delle relazioni internazionali.
L'idillio con l’ONU, a partire dalla “crisi del Golfo” del 1990, accompagnato
dalla convinzione della possibilità di manifestare sistematicamente il ruolo
imperiale degli USA in un quadro di legalità internazionale dominata ad
arbitrio da Washington (Iraq, Somalia, Haiti),
è stato abbandonato, in un primo tempo, a vantaggio dell’azione
unilaterale della NATO nei Balcani.
Inoltre, il diritto di veto della Russia e della Cina è stato circuitato
dall’azione unilaterale della struttura militare collettiva guidata da
Washington, in nome di pretese preoccupazioni “umanitarie”.
Il nuovo balzo in avanti delle spese militari reso possibile dall’11 settembre,
il nuovo consenso rispetto alle spedizioni militari di Washington creato dai medesimi attentati, in
combinazione con l’inclinazione “unilateralista” tipica dell’Amministrazione
Bush II, hanno incoraggiato quest’ultima ad affrancarsi da tutte le strutture
istituzionali nel completamento dell’espansione coloniale Statunitense.
Le coalizioni a geometria variabile (coalitions of the willing-coalizioni dei
disponibili), sotto la guida pastorale indiscussa di Washington, hanno
sostituito la stessa NATO, dove il principio di unanimità costituisce
l’equivalente di un diritto di veto accordato all’insieme dei suoi Stati
membri.
La guerra d’invasione dell’Iraq è stata per eccellenza
l’occasione della messa in opera di questo principio unilateralista: sul
problema Iracheno, il punto di vista e gli interessi Statunitensi erano in
conflitto non solamente con quei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU, come la Russia e la Cina, generalmente oppositori dell’egemonia
mondiale degli USA, ma anche con alcuni degli alleati tradizionali di
Washington e membri della NATO, come la Francia e la Germania.
La concordanza di interessi e di punti di vista fra gli USA e la Gran Bretagna
ha permesso ai due Paesi di intraprendere congiuntamente l’invasione, con
l’adesione alla loro impresa di qualche membro della NATO e di altri alleati
docili e zelanti di Washington.
L'impelagarsi degli USA e della loro coalizione in Iraq e la difficoltà che
prova l’Amministrazione Bush II a gestire l’occupazione del paese hanno fornito
una eclatante dimostrazione dell’inutilità del suo unilateralismo arrogante,
che a Bush I era stato rinfacciato immediatamente da una frazione importante
dell’establishment Statunitense, persino nelle file dei repubblicani e nella
sua cerchia ristretta.
Lo scacco Iracheno ha
sottolineato la necessità di un ritorno ad una combinazione più sottile fra la
supremazia della forza e il mantenimento di un consenso minimale con le potenze
alleate tradizionali (NATO, Giappone), se questo non era possibile con
l’insieme delle altre potenze nella cornice dell’ONU. Certamente, il consenso
ha un prezzo: gli USA, un tantino, devono tenere in conto anche degli interessi
dei loro soci, riservandosi comunque la parte del leone.
Dopo la svolta del 1990-91,
Washington ha considerato che il ruolo di luogo della verifica e della gestione
del consenso fra le grandi potenze che l’ONU aveva interpretato dal tempo della
Guerra Fredda era divenuto obsoleto. Agli USA è sembrato che l’uguaglianza nel
diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza era
completamente antiquata in un mondo divenuto unipolare, dove solo gli USA sono
in grado di praticare di fatto un veto in materia di “sicurezza”
internazionale. Ora, paradossalmente, il ribaltamento dell’ordine del mondo è
passato attraverso l’utilizzazione politica dell’ONU da parte di Bush I, in
modo da ottenere l’avallo domestico alla sua guerra contro l’Iraq.
Poi, sotto Clinton, l'ONU è stata ridotta nei Balcani alla pura gestione del
dopo-guerra, in combinazione con la NATO, nei territori invasi da quest’ultima
organizzazione diretta dagli USA. In Afghanistan, questa medesima formula di
gestione post bellica è stata riapplicata dopo una invasione gestita
unilateralmente da Washington.
Dopo aver guidato l’invasione, gli USA, messi di fronte alle difficoltà di
gestire l'occupazione dell'Iraq, per quest’ultimo paese tentano di ritornare ad
uno scenario afgano.
La lettera e, più ancora, lo spirito della Carta delle Nazioni Unite sono stati
allegramente irrisi. Secondo la Carta, le guerre di invasione sono illegali, a
meno di una decisione del Consiglio di Sicurezza: in questo senso, le guerre di Washington, invece di essere giuste
o legittime, non sono assolutamente legali. Quella del 1991 era stata condotta
sotto l’egida dell’ONU, ma non quest’ultima, come ha dichiarato lo stesso Segretario
Generale dell’Organizzazione.
Comunque sia, Washington non
concepisce di fare ricorso all’ONU, alla stessa NATO o ad altra struttura
collettiva, se non nella misura in cui questo ricorso possa essere di una
qualche sua utilità. Gli USA si sono sempre riservati la facoltà di agire
unilateralmente, quando lo esige la difesa dei loro interessi. Questo ricatto
attraverso l’unilateralismo viene esercitato nei confronti delle istituzioni
internazionali, qualsiasi esse siano. E questo sta all’origine dello svilimento
forte della Carta dell’ONU, dopo la fine della Guerra Fredda.
Le sfide del movimento contro la
guerra
Le opzioni più significative del
sistema imperialista mondiale, con alla testa gli USA, dopo la fine della
Guerra Fredda hanno aperto un lungo periodo storico d’interventismo militare
senza interruzioni.
La sola forza capace di rovesciare il corso di queste cose è il movimento
contro la guerra. L'evoluzione dei rapporti di forza militari nel mondo, dopo
la fine dell’URSS, ha ridotto al minimo le inibizioni all’interventismo
imperialista: eccetto la dissuasione
nucleare che solo uno Stato votato al suicidio potrebbe brandire contro gli USA
(il caso sarebbe differente per una rete terroristica clandestina non confinata
ad un territorio suscettibile di subire la rappresaglia), nessuna forza
militare è in grado di arrestare il rullo compressore dell’iperpotenza
Statunitense, quando questa decidesse di invadere un territorio.
La sola grande potenza capace di bloccare la macchina da guerra imperiale è
l’opinione pubblica mondiale e, nello specifico, il suo bastione di
avanguardia: il movimento contro la guerra.
In tutta logica, a questo riguardo, è la popolazione degli USA che ha il
peso decisivo. La “sindrome del Vietnam”, così altrimenti detto l’impatto del
formidabile movimento contro la guerra che aveva contribuito grandemente a
mettere fine all’occupazione del Vietnam da parte degli Stati Uniti, ha
paralizzato l’impero nelle sue azioni militari per più di 15 anni, fra il
ritiro precipitoso dal Vietnam nel 1973 e l’invasione di Panama nel 1989.
Successivamente, dopo l’azione militare contro la dittatura Panamense,
Washington se l’è presa con alcuni obiettivi facili da demonizzare agli occhi
dell'opinione pubblica, proprio per la loro pesante natura dittatoriale:
Noriega, Milosevic, Saddam Hussein, etc. Al bisogno, le propagande statuali e
mediatiche hanno reso più evidenti i tratti di una realtà che si conforma in
modo insufficiente alle rappresentazioni demonizzate, soprattutto se rivolte
agli alleati dell’Occidente. È stato questo il caso di Milosevic
(rispetto a Tudjman, suo avversario croato), come è stato ancora il caso per il
regime Iraniano (in confronto all’integralismo molto più oscurantista e
medioevale della monarchia saudita), o come si tenta di fare attualmente con il
Venezuelano Hugo Chavez..
Tuttavia, la difficoltà incontrata da Bush I nel 1990 per ottenere il via
libera dal Congresso per le sue operazioni nel Golfo, malgrado l’occupazione
Irachena del Kuwait, così come le difficoltà incontrate
dall’Amministrazione Clinton per
intervenire nei Balcani, oltre al ritiro precipitoso delle truppe Statunitensi
dalla Somalia, testimoniano della persistenza di una reticenza dell’opinione pubblica
e di una sua pressione elettorale.
Per contro, il movimento contro la guerra si è dimostrato anemico, dopo il suo
rifiorire del 1990.
Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno fornito all’Amministrazione Bush II
l'illusione di una adesione massiccia e incondizionata dell’opinione pubblica
Occidentale ai propri disegni espansionistici mascherati da “guerra contro il
terrorismo”. L'illusione è stata di
corta durata : 17 mesi dopo gli attentati, gli USA e il mondo hanno
conosciuto, il 15 febbraio 2003, la più ampia mobilitazione contro la guerra
dai tempi del Vietnam, la più ampia mobilitazione internazionale della storia,
oltre ogni aspettativa. Espressione del rifiuto massiccio da parte
dell’opinione pubblica mondiale dell’invasione pianificata dell’Iraq, questa
mobilitazione resta negli USA tuttavia ancora una protesta minoritaria. Il
movimento internazionale, come al solito, aveva fortemente contribuito al
rafforzamento del movimento negli Stati Uniti, ma l’effetto 11 settembre,
nutrito dalla disinformazione organizzata dall’Amministrazione Bush, non si è
ancora sufficientemente dissolto.
Gli smacchi dell’occupazione Statunitense dell’Iraq hanno creato le condizioni
propizie al capovolgimento della maggioranza dell’opinione pubblica, negli
stessi Stati Uniti, e ad una crescita potente ed inesorabile della volontà di
rimpatrio delle truppe. Questa volta, il problema è che la collocazione di
avanguardia ha conosciuto un abbassamento di attività dopo l'invasione, quando
avrebbe dovuto, e dovrebbe, perseguire la sua progressione. La demoralizzazione indotta da una visione
troppo rigida sulla breve durata, quando era altamente improbabile che il
movimento pervenisse ad impedire la guerra, vista l’importanza dei giochi per
Washington ; la credenza elettoralistica, negli USA, nella possibilità di
risolvere il problema attraverso le urne, alla luce del consenso bipartisan
data l’importanza delle poste in gioco, allorquando solo la pressione popolare
potrebbe imporre il ritiro dall’Iraq delle truppe Statunitensi; l’illusione che
le azioni armate di tutti i tipi con cui si confrontano le truppe di
occupazione saranno sufficienti a mettere fine all’occupazione - queste sono le
principali ragioni dell’indebolimento inopportuno di attività del movimento
contro la guerra.
Queste ragioni fanno tutte riferimento all’esperienza Vietnamita, troppo
lontana dalle ultime generazioni perché le sue lezioni siano rimaste nella
memoria collettiva, in assenza di una continuità del movimento contro la guerra
in grado di tramandarle. Il movimento che aveva messo fine all’occupazione
Statunitense del Vietnam si era costruito come movimento di lunga durata, di
ampio respiro, e non come mobilitazione di sola denuncia dello scatenamento
della guerra, interrotta poi dall’inizio dell’invasione. Questo movimento negli
USA durante l’Amministrazione democratica di Johnson si era fatto molto poche
illusioni su una soluzione elettorale del problema, prima di diventare
culminante durante l’Amministrazione repubblicana di Nixon. Per questo
movimento risultava chiaro che, malgrado la loro formidabile resistenza,
incomparabilmente più importante ed efficace di quella che oggi conosce l’Iraq,
i Vietnamiti, nel loro tragico isolamento militare, non avevano i mezzi per
infliggere alle truppe degli USA una Dien Bien Phû – vale a dire una disfatta
di un’ampiezza paragonabile a quella che aveva messo fine all’occupazione
Francese del loro paese.
A maggior ragione si pone la
questione in Iraq: in questo paese, oltre all’eterogeneità delle fonti e delle
forme delle azioni violente, dove gli attentati terroristici contro la
popolazione civile, che puzzano a volte di confessionalità religiosa, si
mescolano alle azioni legittime contro le forze di occupazione e i loro ascari
locali, la configurazione stessa del terreno rende impossibile infliggere una
disfatta militare all’iperpotenza Statunitense.
È per questo che gli occupanti temono di più le mobilitazioni di massa della
popolazione Irachena, sull’esempio di quelle che hanno imposto la decisione di
tenere elezioni a suffragio universale, al più tardi nel gennaio 2005.
Solamente una pressione decisiva del movimento contro la guerra e della sua
risonanza nell’opinione pubblica negli USA e in scala mondiale, aggiungendosi
alla pressione popolare Irachena, sarebbe in grado di imporre a Washington di
rimuovere la sua tenaglia possessiva su un paese dall’importanza economica e
strategica infinitamente più grande di quella del Vietnam, e la cui invasione
ed occupazione sono costate fino a questo momento una barca di miliardi di
dollari.
Se l'Iraq oggi presenta una situazione potenzialmente simile a quella di un
“nuovo Vietnam”, non è a causa di un confronto militare fra le due occupazioni,
ma unicamente per un paragone squisitamente politico.
In effetti, si tratta dell’impantanamento più importante nel quale si sono
trovati invischiati gli USA dal 1973, un impantanamento il cui effetto viene
amplificato dallo stesso ricordo del Vietnam (prova della persistenza della
“sindrome”), oltre che dall’evoluzione da allora dei mezzi di comunicazione.
Ecco quindi un’occasione storica
per rinnovare, sullo slancio del 15 febbraio 2003, la ricostruzione di un
movimento di lunga durata contro la guerra, capace di trasformare l’avventura
Irachena di Washington e dei suoi alleati politicamente in un nuovo Vietnam,
vale a dire creare un nuovo blocco di lunga durata del meccanismo della guerra
imperiale. Una tale prospettiva, in combinazione con la mobilitazione
progressiva mondiale contro il neoliberalismo, permetterà di aprire la via ai
profondi cambiamenti sociali e politici che richiede sempre più urgentemente un
mondo di ingiustizie che si stanno sempre più sviluppando.
http://www.alternatives.ca/article1535.html
Fonte:Progetto di Solidarietà con Cuba
http://perso.club-internet.fr/vdedaj/cuba/
http://fr.groups.yahoo.com/group/CubaSolidarityProject/