da
GiuliettoChiesa
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Tre elezioni
di
Giulietto Chiesa
del 16 gennaio 2005, in uscita sul mensile Galatea
Brevi riflessioni sulle elezioni. Tre, e diverse. Ucraina, dicembre 2004.
L'Europa e l'Occidente tutto si entusiasmano per quella che definiscono la
"rivoluzione arancione". Da un pò di tempo a questa parte l'Occidente
pare diventato rivoluzionario. Prima, almeno dal 18 brumaio di Luigi Bonaparte,
le rivoluzioni le aborriva. Preferiva le restaurazioni. Adesso s'innamora per
la "rivoluzione georgiana", che dimette un presidente in carica con
un colpo di stato "appoggiato dalle masse". Inneggia alla prossima
ventura "rivoluzione democratica iraniana", che dovrebbe abbattere
con manifestazioni popolari il regime degli ayatollah (ma questo deve ancora
avvenire, per cui aspettiamo ancora un pò). Si augura la "rivoluzione
bielorussa". E, come s'è detto, applaude la rivoluzione guidata da quel
genuino campione di democrazia che si chiama Viktor Jushenko...
La miccia, il catalizzatore è sempre una truffa elettorale. Gli
"altri", i cattivi, gli eredi del comunismo, gli anti-democratici, i
dittatori sanguinari, i tiranni, gli Hitler di turno, truccano le elezioni.
Noi, che della democrazia siamo i custodi unici e insindacabili, mandiamo gli
osservatori. I quali, con la massima obiettività, sanciscono se le elezioni che
hanno osservato erano free and fair.
Spesso accade - ma non sempre - che i popoli si sollevino pacificamente e
abbattano i dittatori. In Georgia è avvenuto. In Ucraina anche. In Bielorussia
no, e resta un mistero.
Naturalmente noi abbiamo attivamente aiutato i popoli a prendere coscienza:
erogando centinaia di milioni di dollari, o di euro, ai loro intellettuali,
chiamandoli a fare lezione nelle nostre università, con ricchi grants (da cui
la scherzosa denominazione di "figli del Capitano Grant), mettendo in moto
decine di Fondazioni benefiche, e di altre fondazioni, spesso religiose, legate
alla miriade di sette che prosperano nelle nostre ricche società e che si
avventurano nelle terre straniere in cerca di proseliti. Noi abbiamo pagato e
formato centinaia di giornalisti, tutti pieni di aneliti di libertà; abbiamo
finanziato i loro giornali; abbiamo creato a sostenuto le loro radio; abbiamo
istituito corsi di formazione alle rivoluzioni pacifiche e democratiche. Ci è
costato qualche spicciolo, è vero, ma nel nome della libertà che cosa non si
farebbe. Soprattutto importante è che la sollevazione delle masse deve essere
spontanea. E tutto questo la rende straordinariamente "spontanea".
Nel caso dell'Ucraina, per la verità, solo appena poco più della metà delle
masse è stata convinta, le altre essendo rimaste piuttosto fredde, nonostante i
grants elargiti ai loro intellettuali.
In ogni caso gli "altri", i cattivi hanno truccato i dati e la loro
ingerenza - a differenza della nostra ingerenza - è stata imperdonabilmente più
visibile, senza stile, senza nessuna architettura di principi nobili a coprirne
gli scopi. Per questo Shevardnandze e Janukovic hanno non solo perduto, ma con
ignominia. Dunque, addio senza rimpianto.
Eppure a me questa storia, così edificante, non pare convincente. C'è un'aria,
un olezzo, di ingerenza negli affari interni degli altri che mi fa venire in
mente la famosa "sovranità limitata" di brezhneviana memoria. Li
chiamavanmo satelliti, perchè erano, ai tempi sovietici, paesi che non potevano
decidere per conto proprio, ma dovevano chiedere il permesso di Mosca. Lo
erano, naturalmente. Ma cosa è cambiato? Anche adesso il loro destino è deciso
dall'esterno. Cioè la loro sovranità è altrettanto limitata. La differenza in
cosa consiste? Nel fatto che non si vedono carri armati e, al contrario, i
popoli manifestano per la loro libertà. Qualcuno mi dirà che è esattamente così
che stanno le cose. Se non fosse che Viktor Jushenko non è affatto un campione
di libertà, così come non lo è la signora Julia Timoshenko, la sua Pasionaria.
Così come non lo è il signor Saakashvili. Così come non lo era il signor
Eltsin, nostro campione, salito sul carro armato a fare la prima delle
cosiddette "rivoluzioni democratiche" che hanno portato al potere
l'imperatore del pianeta George Bush.
Riflessione numero due. Elezioni presidenziali palestinesi, gennaio 2005. Qui è
toccato a chi scrive di fare direttamente l'osservatore. Anzi l'osservatore
degli osservatori. Sono andato a Gaza in qualità di parlamentare europeo e ho
visto un'elezione straordinaria per maturità, per partecipazione, per rispetto
delle regole. In un paese occupato militarmente, di fatto in guerra, con
elettori e candidati per molti aspetti gravemente impediti nei loro
spostamenti, vedere migliaia di seggi in funzione, pieni di gente, di donne,
coperte con veli da cui emergevano solo gli occhi ma in grado di rispondere, in
inglese, con grande proprietà e precisione, ho pensato alla quantità sterminata
di ottusi luoghi comuni che popolano le nostre menti e i reportages dei nostri
media.
Ho visto come una lunga lotta di popolo, per difendere le propria terra, ha
reso i palestinesi, uomini, donne e bambini, molto più maturi di quanto non
siano parecchi popoli della nostra Europa che si crede civile. Certo hanno zero
esperienza elettorale, non conoscono ancora tutte le regole, non hanno ancora
un'anagrafe precisa degli aventi diritto. E dunque fanno errori. Ma, tornando a
Gerusalemme da Gaza, ho tratto le somme e ho capito che avevo assistito a un
evento storico.
Poi ho risposto a molte radio che mi hanno chiamato a commentare, e mi sono
accorto dalle domande che ricevevo, che in Europa si erano accesi pensieri del
tutto diversi, niente affatto corrispondenti a ciò che era accaduto.
In Europa avevano capito male. Cioè che, finalmente, i palestinesi erano
rinsaviti e avevano eletto un leader che avrebbe fatto la pace con Israele. In
altri termini: se le cose stavano così era perchè i palestinesi erano stati
insensati fino a questo momento. La pace dipendeva dunque solo da loro. E Abu
Mazen avrebbe finalmente rinunciato a ogni richiesta nei confronti di Sharon,
rompendo definitivamente con la storia dei decenni precedenti interamente
targata Yasser Arafat.
Io, che avevo visto cosa significava l'occupazione militare israeliana dei
territori, le tremende immagini degl'insediamenti israeliani nel mezzo delle
terre palestinesi. Io che avevo sentito i giovani di Gaza gridare che votavano
Abu Mazen perchè era "l'erede e il fratello di Arafat", mi sforzavo
di spiegare che, prima che arrivi la pace, occorre che Israele voglia la pace,
e che non basta la vogliano i palestinesi. Invano. Noi leggiamo non solo la
storia, ma anche la cronaca, come pare a noi. Poi ci svegliamo d'improvviso, al
rumore delle bombe che hanno ucciso sette soldati israeliani al check point da
dove ero appena passato per uscire da Gaza. Abu Mazen potrà fare ben poco, se
Sharon pretende che si metta anche lui a sparare du Hamas e Jihad, senza che un
solo colono sia costretto a andarsene dalle terre che ha rubato a mano armata
ai contadini di Palestina.
Terza elezione. Irak, 30 gennaio 2005. Di nuovo da testimone. Avevo chiesto,
con altri parlamentari europei, in ottobre, che una delegazione parlamentare
andasse in Irak per vedere da vicino se le elezioni, indette per la fine di
gennaio, fossero possibili. Il 9 dicembre ricevo risposta (dalla Conferenza dei
capigruppo parlamentari): impossibile mandare una delegazione laggiù "per
l'assenza delle condizioni minime di sicurezza". Ammissione cruciale e
inevitabile. Qualcuno, in tutta fretta, cerca altrove di trovare un rimedio. A
Ottawa si riuniscono sette paesi, tra cui Gran Bretagna e - capirete bene -
Albania, per vedere se si possono mandare osservatori. L'Onu (?) ne aveva
invitati 20, ma gli altri preferino starsene a casa. In ogni caso anche quelli
che ci andarono furono costretti a riconoscere: non si può mandare nessuno. Al
massimo una missione da 6 a 12 persone sarà stazionata ad Amman e farà
"analisi" di ciò che arriverà dall'interno.
Dunque non è rispettato nessuno, proprio nessuno, dei criteri che possono
rendere valide le elezioni. L'Europa ha condannato il falso di Leonid
Kuchma-Viktor Janukovic-Vladimir Putin in quel di Kiev, in base al resoconto
degli osservatori. E poi ha lodato i palestinesi, sempre in base agli osservatori
internazionali. Ma se sappiamo già che nessuno osserverà, perchè non ci sono
nemmeno le condizioni minime di sicurezza, vuol dire che nessuno avrà
condizioni minime di sicurezza per votare. E quindi non sapremo né se ha
votato, né come. Secondo ogni criterio gli iracheni non potranno votare fair
and free. Lo sapevamo già prima che avvenisse. Ma a Washington, dove si sono
levati i calici per la vittoria di Jushenko contro Janukovic, di Saakashvili
contro Shevardnadze, di Eltsin contro Ziuganov, di Kostunica contro Milosevic,
adesso si finge che a Baghdad tutto è, "più o meno" regolare. E anche
a Roma si finge la stessa cosa. E anche a Bruxelles faranno finta di niente,
visto che hanno stanziato, alla chetichella, senza troppo rumore, ben 31,5 milioni
di euro per far fare le elezioni in Irak. E - poichè scrivo queste righe a metà
gennaio - posso già immaginare come giornali e tv nostrane e americane ci
racconteranno che, certo, qualche problema c'è stato, magari sei o sette
milioni di iracheni non hanno votato per niente, ma che s'è fatto un passo in
avanti verso la legalità e lo stato di diritto. Nessuno riderà della grottesca
situazione che ci troviamo di fronte: elezioni in un paese occupato e in
guerra. Tutti faranno finta di niente e gireranno pagina in fretta, poichè
l'essenziale sarà accaduto: cioè la legittimazione formale della occupazione
militare e dell'aggressione che l'ha preceduta. Col che l'Occidente avrà
fornito l'ennesima prova di quanto i sacri principi, quelli che vengono
invocati per coprire di vergogna il nemico, non contino assolutamente nulla nel
momento in cui li si deve applicare contro i nostri interessi.