Commento di Bruno Steri
Roma, 20.1.2005
Un recente e argomentato libro di Luciano Canfora (La democrazia. Storia di un’ideologia) ci spiega che
l’etimologia del termine ‘democrazia’ riconduce alle nozioni di ‘popolo’ (demos) e ‘forza’ (kràtos): il popolo agisce sui rapporti di
forza (talvolta anche attraverso l’investitura di un princeps, di un principe), fa in qualche modo violenza allo statu quo, per guadagnare una forma
istituzionale che sottragga potere ai pochi privilegiati, ai ceti forti. Questo
è – in radice e dal punto di vista della sua genesi storica – il significato di
‘democrazia’. Duole notare che, da Atene ad oggi, tale termine sia talmente
logorato nell’uso da aver addirittura capovolto il suo senso.
Lo possiamo arguire dalla vicenda ucraina, il cui copione ripete quello già
sperimentato in Serbia (ex Jugoslavia) e in Georgia, e che in sostanza ci fa
capire come si “esporta la democrazia” nei paesi dell’Europa dell’Est; ossia
come si estende il dominio e il raggio degli interessi capitalistici,
coniugando nonviolenza, fondazioni e servizi segreti statunitensi. Ormai tale
questione è scomparsa dalle prime pagine dei giornali, come se fosse stata
anch’essa sommersa nel dramma dell’onda anomala abbattutasi sul Sud-Est
asiatico. E invece non dobbiamo lasciar disperdere i suoi tratti politici
essenziali.
Il suddetto genere di “soccorso democratico” ovviamente non si improvvisa,
richiede un’adeguata organizzazione e ingenti risorse finanziarie: devono
essere mobilitate per settimane intere – giorno e notte – decine di migliaia di
persone e dunque occorre disporre di cibo, medicine, vestiti, tende per il
pernottamento. Il tutto offerto gratuitamente, dai buoni pasto alle ricariche
dei telefonini cellulari. Come hanno riferito i resoconti giornalistici, Pora – l’associazione che ha guidato i
raduni di piazza a Kiev e organizzato il sostegno al “democratico” nonché
filo-occidentale Yushenko – ha ricevuto cospicui finanziamenti dall’Open Society Institute del magnate
pro-Kerry George Soros e – per la par condicio – dall’International Republican Institute, dal National Endownment for Democracy e dall’Usaid (Agenzia Statunitense per lo
Sviluppo Internazionale): solo quest’ultima – e solo per l’Ucraina – ha
devoluto 55 milioni di dollari.
Così, a suon di dollari, viene instaurata la democrazia in Ucraina – poco
importa che lo si faccia, come ha commentato con preoccupazione lo stesso
‘Corriere della Sera’, al fianco delle croci uncinate dei neonazisti – allo
stesso modo in cui è stato fatto da Otpor
in Serbia e da Kmara! in Georgia,
dove le medesime agitazioni di piazza hanno insediato l’ultraffidabile (per gli
Usa, si intende) Mikhail Saakachvilli.
E’ davvero degno di nota che questi militanti dello “sviluppo democratico”
siano stati addestrati dalla Cia: dicono infatti le cronache che il colonnello
americano in pensione Robert Helvy li abbia tutti riuniti a Budapest già nel
2000 e li abbia istruiti a dovere. Ma quel che è più notevole è che il manuale
adottato da tutti costoro e distribuito a Belgrado in migliaia di copie è la
Bibbia della nonviolenza del guru americano Gene Sharp, From Dictatorship to Democracy. Potenza
dello “sviluppo democratico”: la nonviolenza al servizio della Cia!
Dal suddetto libello sono tratte le 198 tattiche nonviolente pubblicate –
alquanto incautamente – da ‘Liberazione’ a giugno dell’anno scorso e
successivamente presentate come un prodotto del ‘movimento’: uno scivolone che
oggi, possiamo ben dire, appare in tutta la sua equivocità politica. Così come
sarebbe politicamente assai grave, a mio parere, se iscritti a Rifondazione
Comunista partecipassero o aderissero a iniziative tese a promuovere il
suddetto genere di “sviluppo democratico” targato Cia, quale appunto la
cosiddetta “Tournée dell’amicizia” lanciata dall’ucraino Pora: con la non esaltante prospettiva di
ritrovarsi tra i filosionisti di Pannella e i “democratici” di Azione Giovani e
Forza Nuova.
Secondo l’Economist, prossimi
obiettivi del “soccorso democratico” saranno Russia e Bielorussia, ma pressanti
richieste pare arrivino a questi free-lance
della democrazia anche da Venezuela e Cuba. Il quadro mi sembra
sufficientemente chiaro: esso impone ai comunisti di assicurare un’attenta e
costante controinformazione e di alzare il tono della denuncia politica.