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da www.rebelion.org  - 01/03/2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=12024

La Rivoluzione Bolivariana avanza, la resistenza del popolo colombiano si rafforza. Da Cuba arriva l’esempio che è possibile Resistere.
In tutto l’Emisfero si scorgono lotte emozionanti in un orizzonte di speranza.

L’umanità si difende globalizzando la solidarietà con quelli che lottano contro l’imperialismo


Miguel Urbano Rodrigues
resistir.info

Relazione presentata dallo scrittore portoghese Miguel Urbano Rodrigues nel IX seminario del PT
“I partiti e la nuova società” - Messico, Marzo del 2005

L’inevitabile fallimento della farsa elettorale montata in Iraq ha procurato un’enorme sconfitta politica per l’imperialismo statunitense.
Il gigantesco potere di disinformazione della titanica macchina mediatica degli USA non riesce a nascondere che 150. 000 soldati di quell’esercito d’occupazione erano nelle strade delle grandi città del centro e del sud, proprio dove l’affluenza elettorale è stata più elevata. In quel giorno le bombe sono scoppiate in tutto il paese. Il giorno dopo è stata bombardata l’Ambasciata degli Stati Uniti.

Ostentando quella farsa come vittoria della democrazia e della libertà, George Bush si è comportato come un personaggio di Kafka.
La strada della storia nei prossimi anni sarà contraddistinta da un fatto: la guerra dell’Iraq è una guerra persa dal sistema di potere imperiale neofascista che aspira al dominio perpetuo sull’umanità.

I candidati burattini non hanno fatto campagna elettorale e non ci sono stati nemmeno osservatori internazionali indipendenti, gli invitati “osservavano” dalla Giordania. Il Pentagono, dal canto suo, è intervenuto nella drammatica commedia elettorale con un’iniziativa di humour nero; in varie città, soldati statunitensi hanno piazzato manifesti per le strade con il seguente appello:

“Il voto porta la libertà all’Iraq. Votate per salvare l’Iraq!” Nelle città del Sud, biglietti distribuiti dalle truppe d’occupazione avevano stampate sopra le parole “Amore e famiglia”...

Una massa di persone sempre più grande incomincia a capire quello che soltanto poche settimane fa era percettibile da una piccola minoranza.
I cambiamenti cosmetici introdotti nell’Alta Amministrazione all’inizio del secondo mandato di George Bush, sono stati accompagnati da un’offensiva di propaganda poco intelligente con l’obiettivo di persuadere l’opinione pubblica internazionale che qualcosa di fondamentale fosse cambiato nella strategia imperiale.
Analisti vicini alla Casa Bianca, per diffondere la confusione, parlano di un “Nuovo Bush.”
Queste ridicole manovre, sono in realtà una manifestazione della disperazione dell’estrema destra statunitense.

Che Condoleeza Rice sorrida agli alleati europei e minacci Cuba, Iran, Siria e Corea del Nord, conferma che l’irrazionalità ed il messianismo persistono nella conduzione della strategia di un sistema di potere il cui simbolo è un politico collocato alla Presidenza USA per la sua indigenza intellettuale.
La concezione di solidarietà dei paesi sviluppati è stata messa bene in luce davanti a quello che è successo in dicembre nell’area dell’oceano indiano. Il totale dell’aiuto materiale USA ai paesi colpiti dallo Tsunami - costato più 300.000 morti e distruzioni incalcolabili - non ha raggiunto i mille milioni di dollari. Qualche settimana dopo, il presidente Bush chiedeva al Congresso più 60 mila milioni di dollari per sostenere le crescenti spese della guerra.

In America Latina, soprattutto qui in Messico, molti intellettuali progressisti continuano ad alimentare illusioni sull’Unione Europea. Bisogna affrontare la realtà. L’Europa di Maastricht è controrivoluzionaria. Sta all’Europa post-socialista come l’Europa della Santa Alleanza di Metternich stava all’Europa dopo la Rivoluzione Francese.

La rielezione di Bush, lungi dall’attenuare la crisi, ha contribuito al suo aggravamento, perché le forze che l’appoggiano sono proprio le più reazionarie, responsabili della strategia che sta generando il caos nel pianeta.
Vedendo rinforzata la sua posizione nel Congresso, George Bush finisce per dimenticare il suo ruolo di portavoce del sistema e crede di essere davvero uno statista con immenso potere. Immaginandosi un emulo di Napoleone o Hitler, il suo discorso, quando parla senza testo scritto, si trasforma in un’arringa caotica, con accenni paranoici.

Bastano i quasi 800.000 milioni di dollari nelle mani del Giappone e della Cina ad illuminare la fragilità del potere finanziario degli USA. La semplice vendita di un lotto considerabile dei titoli del tesoro nordamericano comprati da quei paesi sarebbe sufficiente a far scoppiare una crisi mondiale.

James Galbraith, in un articolo recente, divulgato da http://resistir.info, commentando l’inutilità delle misure finanziarie del governo Bush, ha sostenuto che non avrebbero salvato il dollaro.
Ed ha lanciato l’allarme; cito:
“Corrono voci che la Russia stia cambiando dollari con euro che l’India sta modificando le sue riserve, e che la Cina valuta di fare la stessa cosa. Steven Roach, economista di Morgan Stanley, avrebbe detto ai clienti che si preparino per un’ecatombe economica. La diga che una volta era solida, comincia a screpolarsi. Nessuno può predire dove o quando si romperà. Ma quello che deve coprire le crepe della diga con le dita, come nel racconto per bambini, Alan Greenspan, è andato a Frankfurt da poco e ha detto chiaramente che non ha dita a sufficienza”. 

Non si tratta di una speculazione. James Galbraith è un economista che non può certo essere accusato d’essere rivoluzionario. Lo spreco e il saccheggio delle risorse naturali sono poi una minaccia enorme alla vita sulla Terra. Se il consumo attuale di petrolio si mantiene - 82 milioni di barili giornalieri - l’umanità affronterà problemi per i quali non si scorge (per adesso) soluzione. L’esaurimento delle riserve sarà una realtà nelle prossime decadi. Tra venti anni decine di milioni di auto si accumuleranno in giganteschi cimiteri d’oggetti inutili. La distruzione dell’ambiente prosegue anche con conseguenze prevedibili tragiche.

In difesa delle FARC-EP

Un altro fronte di lotta in America Latina è quello della solidarietà con la resistenza colombiana.
Un fronte nelle cui trincee manca gente disponibile per il combattimento.

Compagni,
Questo Seminario del PT è uno dei pochi eventi internazionali dove è possibile oggi prendere la parola in difesa dell’organizzazione rivoluzionaria di Manuel Marulanda e dell’ELN.
Bisogna riconoscere l’evidenza. Il governo di Washington ha ottenuto negli ultimi anni, attraverso pressioni illegittime e un’ininterrotta campagna di calunnie, di satanizzare quella resistenza, ostacolandone la solidarietà.

Le FARC-EP è il bersaglio principale. Da George Bush e dal Dipartimento di Stato sono stati utilizzati i mezzi più abbietti, incluso il ricatto economico, perché l'Unione Europea includesse le FARC nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da allora, i suoi militanti nel Vecchio Mondo possono solo circolare clandestinamente. Álvaro Uribe, un presidente neofascista, ha messo una taglia sulla testa dei principali dirigenti delle FARC-EP. Il potere d’intimidazione è tanto forte che perfino la maggioranza dei Partiti Comunisti hanno chiuso i contatti con le FARC.
I PC Portoghese e Greco sono in Europa le uniche rispettabili eccezioni.

Nel Continente Latino americano il panorama non è molto differente. I compagni delle FARC sono stati espulsi dai paesi dove avevano delegazioni. E’ quello che è successo in Messico dove Fox ha obbedito all’ultimatum di Washington.
In Colombia l’imperialismo e l’oligarchia da quello finanziata ed armata, affrontano una situazione diversa da qualunque altra. La sopravvivenza di due importanti organizzazioni guerrigliere costituisce un incubo per il Pentagono. La lotta delle FARC conferma che in circostanze storiche, geografiche e sociali eccezionali, la lotta armata continua ad essere possibile in America Latina. È da molti anni che l’oligarchia colombiana annuncia la fine del movimento guerrigliero di Manuel Marulanda, ma sempre di più i fatti smentiscono tale affermazione. In questi 40 anni il nucleo iniziale di 47 guerriglieri, quelli di Marquetalia, sono stati trasformati in un esercito popolare di 17. 000 combattenti che lotta su 60 fronti, infliggendo dure sconfitte alle più potenti forze armate dell'America Latina, quasi 300. 000 uomini.

Il Piano Patriota, integrato nel Piano Colombia, è un fallimento come tutti quelli precedenti. In febbraio, contrattaccando in diversi dipartimenti, soprattutto in quelli di Putumayo, Nariño, Antiochia e la Meta, le FARC hanno procurato in combattimenti vittoriosi 60 caduti fra i soldati.
Perfino “Il Tempo”, portavoce dell’oligarchia, ha riconosciuto che le FARC-EP sono intatte come organizzazione politico-militare.
In questo contesto, l’imperialismo ed Uribe che avevano organizzato con successo il sequestro del comandante Simón Trinidad, hanno montato l’operazione del sequestro a Caracas del comandante Ricardo González (Rodrigo Granda), responsabile delle Relazioni Internazionali delle FARC-EP.

Ma Hugo Chávez non è Lucio Gutiérrez. La violazione della sovranità venezuelana da parte dei servizi d’intelligence colombiani, con multiple ed ombrose complicità, includendo quella della CIA, ha provocato uno scandalo internazionale. Washington ha cercato di approfittare della tesa situazione per creare nella Regione un conflitto di grandi proporzioni tra Venezuela e Colombia, utilizzando il suo fedele alleato Uribe Vélez. Ma la manovra è fallita.
Ad Atene, 50 partiti comunisti riuniti nel XVII Congresso del PC Greco hanno approvato una ferma protesta contro il sequestro del comandante Rodrigo Granda e l’estradizione agli USA del comandante Simón Trinidad.

Identifico in Ricardo Gonzalez (Granda) uno dei rivoluzionario più puri ed autentici che ho conosciuto nella mia lunga esistenza. È il tipo di comunista che mi porta alla memoria i bolscevichi della generazione d’Ottobre, compagni di Lenin. L’ho intervistato più di una volta - gli ultimi giorni prima del sequestro -. Fu per il suo invito che in Maggio e Giugno del 2001 ho passato alcune settimane in accampamenti delle FARC, in un’esperienza indimenticabile che mi ha permesso di conoscere la quotidianità della guerriglia, comandanti come Marulanda e Raúl Reyes, e scrivere su quella leggendaria organizzazione di combattenti, tanto calunniata, e che per l’eroismo e fermezza ideologica trova solo precedenti nel Vietnam di Ho Chi-Minh e Giap.

Compagni,
Uscire in questi giorni in difesa di Ricardo González ed esigere la sua liberazione - come quella di Simón Trinidad - è assumere il lemma dell’Incontro di Caracas In Difesa dell’Umanità.

La sfida venezuelana

Credo sia consensuale tra noi la convinzione che il popolo del Venezuela Bolivariano appaia oggi all’umanità progressista come un’avanguardia che incarna aspirazioni non solo dei popoli dell’America Latina, ma di quanti lottano per un’indipendenza reale e per valori e principi minacciati dalla strategia di dominazione imperiale.

Il Venezuela oggi si distingue, in un pianeta tragico e caotico, come un laboratorio sociale affascinante in cui si sviluppa una lotta di classe che il mondo non conosceva dalle rivoluzioni russe del 1917. Nella patria di Bolivar ed Ezequiel Zamora, è stata ripresa una vecchio sfida: trasformare radicalmente la società e liberarla della dominazione imperialista optando per la via pacifica, cioè utilizzando le istituzioni create dalla borghesia, incompatibili con gli obiettivi del progetto rivoluzionario.

I successi ottenuti da Chávez non devono portare ad una sottovalutazione delle difficoltà che si moltiplicano e rinascono, inseparabili dalla stessa dialettica delle vittorie parziali. La sfida è tremenda, perché in fin dei conti la borghesia non consegna mai il potere senza lotta.

La vittoria con ampio margine di Chávez nel referendum revocatorio, dopo una campagna in cui l’opposizione, stimolata e finanziata dall’imperialismo, è arrivata a livelli di bassezza insoliti, è stato un avvenimento di significato non solo continentale bensì mondiale. Il popolo venezuelano, assumendosi il ruolo di protagonista della storia ha sconfitto le forze unite dell’oligarchia creola e dell’imperialismo. Senza la sua partecipazione decisiva non sarebbe stato possibile il trionfo ottenuto nei confronti della macchinazione golpista che pretendeva di abbattere il Presidente Chávez e di distruggere la Rivoluzione Bolivariana.

L’Incontro Mondiale d’Intellettuali In Difesa dell’Umanità a Caracas, ha aperto le porte all’incremento della solidarietà dei popoli con la Rivoluzione Bolivariana.
Ma dobbiamo essere realistici. L’interesse svegliato dalla Rivoluzione Bolivariana non è accompagnato in decine di paesi dalla reale conoscenza del quadro politico e sociale esistente, di quando Chávez ha conquistato la Presidenza e della serie di cospirazioni che sono seguite.

La stessa espressione “Rivoluzione Bolivariana” genera perplessità. In Europa, negli USA, in Asia ed Africa, Bolivar è ancora quasi uno sconosciuto, nonostante sia un gigante nella storia.

Credo che alcuni iniziative comuni, potrebbero essere immediatamente intraprese su scala mondiale per divulgare quello sfida venezuelana.
Mi riferisco a libri e film già disponibili che forniti a pubblici di molte nazionalità, funzionerebbero come immagine della Rivoluzione Bolivariana e strumento efficace per la sua difesa.

Hugo Chávez afferma che la Rivoluzione Bolivariana non è, contrariamente a quello che capitò a quella cilena, una rivoluzione disarmata. Questo non deve portare a sottovalutare che più di un centinaio d’ufficiali superiori delle Forze armate erano implicati nel golpe di Aprile.
Il sequestro del comandante Ricardo González delle FARC, in pieno centro di Caracas, e l’atteggiamento arrogante di Álvaro Uribe in difesa di un crimine che ha violato la sovranità venezuelana, hanno creato una situazione esplosiva. È ovvio che Washington approfitterà di tutte le opportunità per far sì che il governo di Bogotà svolga il ruolo di cane da guardia nella Regione.

Chávez, tuttavia, agendo con lucidità e prudenza, ha evitato il confronto frontale desiderato dal Pentagono e Condoleeza Rice.
Ciò che è stato fatto in Venezuela, molto, è tuttavia ancora insufficiente affinché la Rivoluzione possa raggiungere le sue mete. Rodolfo Sanz scrive nel suo libro “Dialettica di una Vittoria” che una seconda Assemblea Costituente sarà necessaria per “trasformare la struttura dello stato, per abbattere quello che continua a sopravvivere del vecchio apparato della Quarta Repubblica.”

Il governo non controlla ancora la totalità dello Stato, né l’educazione, né il potere giudiziario.
In molti settori le strutture controrivoluzionarie mantengono importanti posizioni.
È molto positivo che la maggioranza dell’esercito oggi concordi col progetto rivoluzionario, situazione inedita in America Latina.
Chávez ha radicalizzato il discorso nell’Incontro Mondiale d’Intellettuali, annunciando che la Rivoluzione è entrata in una fase nuova. Ora parla di camminare sulla strada del Socialismo.

Ma il futuro in Venezuela continua ad essere carico di interrogativi senza risposta. La solidarietà internazionale può contribuire decisivamente perché quelle risposte siano positive, corrispondendo alle aspirazioni della stragrande maggioranza del paese.

Che fare?

I movimenti sociali progressisti continuano a compiere un ruolo importante, insostituibile. Ma sono convinto che emergono come un’avanguardia di tendenza rivoluzionaria con atteggiamento romantico.

L’ultimo Forum Sociale Mondiale, a Porto Alegre, a dispetto di tutto quello vi è stato di positivo, ed è stato molto, ha confermato che l’ampia convergenza dei movimenti nel rifiuto della globalizzazione neoliberale non è sufficiente per fare di questo tipo di eventi uno strumento efficace di lotta contro il sistema di potere imperiale.

Le analisi del Forum è molto contraddittoria ma è innegabile che la tendenza riformista guadagna terreno. La partecipazione crescente di personalità che non nascondono la loro identificazione col capitalismo, è il risultato di uno sforzo di settori dell’intellighenzia borghese per trattenere l’impeto iniziale del Forum e neutralizzarlo come arma di lotta sociale.

Come portoghese mi domando, per esempio, quali sono gli obiettivi di un politico come Mario Soares, responsabile diretto della fine della Rivoluzione Portoghese, ed amico di Frank Carlucci, ex - direttore della CIA -, quando aderisce al Forum, o di Antonio Guterres, ex primo ministro, un uomo dell’Opus Dei che fu presidente dell’Internazionale Socialista? È una solidarietà avvelenata quella di gente come quei politici, e di quella dei parlamentari europei che difendono l’umanizzazione del capitalismo come soluzione per la crisi di civiltà che minaccia l’umanità.

Compagni,
Il discorso retorico contro i mali della globalizzazione non preoccupa minimamente l’imperialismo. È inoffensivo. Mi permetto perciò di avvisare dei limiti dello spontaneismo movimentista, quando l’intervento dei movimenti sociali non ha come fine la partecipazione nella lotta di organizzazioni rivoluzionarie con progetti ben definiti. Il che è raro, sfortunatamente.

Nell’ultimo Seminario del PT è stata richiamata l’attenzione sulla confusione risultante dell’avanzamento di tendenze neoanarchiche, che hanno contribuito a rafforzare gli obiettivi di forze e personalità che si distinguono nella lotta contro l’imperialismo, optando per strategie di riforma del capitalismo. Citai allora l’irlandese John Holloway e l’italiano Toni Negri, i cui libri sono stati ampiamente divulgati in America Latina. Non ritornerò sul tema perché intellettuali rivoluzionari come Atilio Boron e James Petras hanno già contribuito a smontare le elucubrazioni di autori come quelli citati.

Il fatto che Holloway e Saramago si dichiarino concordi con le posizioni del subcomandante Marcos dell’EZLN, sullo Stato e l’inutilità della lotta frontale contro il potere dello Stato borghese, naturalmente ha generato molta confusione. Il prestigio mondiale raggiunto dal dirigente zapatista, per il suo umanesimo, non deve farci dimenticare che Marcos si definisce un ribelle, ma non un rivoluzionario.

Allora che fare?

È oggi evidente che dai Forum Sociali mondiali e continentali non potrà sorgere nessuna alternativa globale al neoliberalismo. Lo slogan della speranza, “un altro mondo è possibile”, da solo non può portarci la soluzione per distruggere il sistema che respingiamo.

La dualità antagonistica socialismo o barbarie, come le presentano scienziati sociali come Mészaros e Samir Amin, esprime bene la drammatica situazione esistente. O il capitalismo, nella sua fase senile, distrugge la civiltà, spingendo l’umanità alla barbarie, o all’estinzione, o il capitalismo è eliminato.
Il compito è gigantesco perché oggi non esistono ancora forze sociali organizzate capaci - come nota Georges Gastaud - di “occupare quel vuotò tra la necessità obiettiva della rivoluzione e la debolezza soggettiva del compromesso rivoluzionario militante.”

Bombardati da un ingranaggio mediatico perverso - lo vediamo di nuovo con la trasformazione della farsa elettorale dell’Iraq in vittoria della democrazia e della libertà - dobbiamo imparare a combattere con efficacia le tecniche utilizzate dalla controrivoluzione quando riscrive la storia, deturpandola. Bisogna ricordare che in Vietnam fecero la stessa cosa nel 1967, presentando le elezioni da operetta del regime burattino di Saigon come un avvenimento storico.

Georges Gastaud, in un'intervista a Remy Herrera paragona la distruzione dell’URSS ad uno “tsunami storico-sociale”. “Senza l'URSS - sottolinea - senza il campo socialista, il mondo è caduto sotto l’egemonia illimitata dell’imperialismo, dedito alla sua natura predatrice. Il rapporto di forze tra lavoro e capitale, tra forze del progresso e reazione, è stato brutalmente squilibrato dall’annessione della RDA - pardon, la “riunificazione” - e dallo smantellamento antidemocratico dell’URSS.”

Tuttavia - insisto ancora - entrano nel terreno della speculazione quelli che pretendono di tracciare oggi il profilo del sistema che succederà al capitalismo. Ma il suo profilo per adesso non può ancora essere disegnato. La cosa più probabile sarà la nascita e la convivenza di società socialiste molto diverse. Stiamo molto lontano dalla venuta dello Stato universale.

La controversia assume attualità perché intellettuali di sinistra, alcuni di prestigio internazionale, affermano che l’elaborazione di un’alternativa teorica al neoliberalismo è il compito prioritario, dovendo precedere l’organizzazione della lotta frontale contro l’imperialismo.
La discrepanza di posizioni ostacola le azioni unitarie importanti, facendo bene solo all’imperialismo.

Ripeto quanto affermato prima. La riflessione sulla problematica di transizione al socialismo è un compito inalienabile. Bisogna approfondirla. Ma uscire dal campo degli errori che portarono alla scomparsa dell’URSS, compito fondamentale per la comprensione del mondo unipolare e per la rinnovazione creativa permanente del marxismo - come la concepivano Marx ed Engels e lo stesso Lenin -  per l’elaborazione di progetti che rendano subalterni la lotta contro l’imperialismo, concedendo priorità al dibattito teorico sulla costruzione della società futura, è un atteggiamento che spinge all’utopia, favorendo il nemico.

Tuttavia, non sono soltanto dilettanti delle scienze sociali che insistono nel disegnare profilo e contenuto della democrazia partecipata come meta prossima. Ci sono intellettuali seri che sentono la stessa tentazione. Essi dimenticano che sono rare le società nelle quali si apre al popolo la possibilità di comunicare circa la costruzione del proprio futuro. In America del Sud, il Venezuela per adesso è l’unico. In Europa non succede in nessun paese. La convinzione che la transizione può essere realtà in qualunque società a partire dall’interno del sistema, nella validità del capitalismo, ignorando nella pratica la natura del sistema, è per lo meno ingenua. Senza che i suoi difensori prendano coscienza di questo, riprendendo in un altro contesto storiche vecchie tesi riformiste di Eduard Bernstein, quella che propongono non è una nuova logica socialista e rivoluzionaria, bensì l’umanizzazione del capitalismo. Fatto che costituisce un’impossibilità assoluta perché incompatibile con l’essenza stessa del sistema. Il movimento, al contrario di quello che sosteneva Bernstein, non è tutto, è quasi niente come disse Rosa Luxemburg smontando le tesi revisioniste ed opportuniste. La meta delle grandi lotte del nostro tempo non è l’indebolimento graduale del capitalismo bensì la sua scomparsa.

Tutti i governi degli USA sono stati ostili a qualunque processo rivoluzionario che nell’ultimo mezzo secolo abbia stabilito come oggetto di prassi l’introduzione di cambiamenti strutturali radicali. Il progetto trasformatore dell’Unità Popolare in Cile era inaccettabile dal capitalismo.

Anche la Rivoluzione Portoghese di Aprile del 74 fu per Washington una minaccia al sistema. L’imperialismo statunitense e la socialdemocrazia europea allora unirono gli sforzi per frenarla. In questo caso non fu necessario ricorrere al golpe per ostacolare il suo avanzamento perché il Partito Socialista di Mario Soares svolse il ruolo che gli assegnarono, contribuendo decisivamente per la rottura dell’unità tra l’avanguardia militare del Movimento delle Forze armate ed il movimento popolare, fatto che cambiò il rapporto di forze a beneficio della destra. Merita riflessione l’ostilità che politici come lo svedese Olaf Palme ed il tedesco Willy Brandt dimostrarono all’inizio della Rivoluzione Portoghese. Per la solidarietà con la Rivoluzione Sandinista ed il rifiuto della dittatura di Pinochet, avevano acquisito un’immagine di politici progressisti. Ma la minaccia al capitalismo che vedevano in Portogallo li allarmò. Ambedue avevano compreso che la Rivoluzione Portoghese, con una riforma agraria radicale e la nazionalizzazione di tutte le industrie strategiche, era la più profonda avvenuta in Europa Occidentale dalla Comune di Parigi.

Oggi, Washington non nasconde la sua soddisfazione di fronte all’insuccesso in Brasile del governo di Lula, e non dimostra neanche inquietudine per la politica di Kirchner in Argentina. Nei due casi, l’ordine sociale” preesistente non è posto in questione dalle politiche dei dirigenti, che ignorano le promesse fatte al popolo.
La grande paura suscitata dal Venezuela deriva precisamente dalla fedeltà di Chávez al compromesso popolare: la Rivoluzione Bolivariana è identificato da Bush come minaccia diretta al sistema capitalista.

La sfida venezuelana è considerata intollerabile dalla potenza egemonica. Nuove cospirazioni e manovre golpiste saranno stimolate dall’imperialismo. È significativo che Condoleeza Rice, la nuova segretaria di Stato, moltiplichi le dichiarazioni aggressive contro il governo progressista di Chávez, mentre elogia il neofascista Uribe Vélez.

È significativo anche che settimane prima delle elezioni in Uruguay, diversi parlamentari statunitensi abbiano notato che la vittoria di Tabaré Vásquez sarebbe stata una potenziale minaccia all’ordine sociale vigente nella Repubblica Orientale. Questo nonostante la moderazione del programma del leader del Frente Amplio.
Al contrario, quello che succede nell’Unione Europea non inquieta il sistema.

Il compito principale delle organizzazioni e partiti rivoluzionari che lottano contro il capitalismo globalizzato dovrebbe consistere oggi nel lavorare per rafforzare ed ampliare le forze che respingono l’imperialismo, egemonizzato dal sistema di potere neonazista degli USA.

Le condizioni oggettive sono favorevoli, in un momento in cui il popolo dell’Iraq, in una resistenza che assume in alcuni province proporzioni insurrezionali, sorge come eroe collettivo, combattendo per l’umanità intera.

Georges Gastaud recentemente ha richiamato l’attenzione, a Serpa, Portogallo, nel Seminario “Civiltà o Barbarie”, per la proposta del Partito Comunista della Grecia che, con un’iniziativa di sfida, si è appellato alla creazione di un Polo Continentale di lotta per l’uscita dell’Unione Europea del capitale.
L’idea di una rottura con l’Unione Europea spaventa molti compagni, ma la crisi del sistema può trasformarla in necessità.

“È evidente - affermò allora Gastaud - che i marxisti-leninisti devono riflettere molto, a partire da una critica internazionalista della sovranazionalità, sulla dialettica sottile che combina l’obiettivo di rottura con l’UE da parte dell’Europa delle lotte e della riconquista delle sovranità. La questione della rottura in un punto qualunque della catena imperialista, rottura che potrebbe avere come detonatore l’eurocostituzione e prolungarsi con imponenti lotte sociali, esporrebbe anche un grande problema politico: come coniugare le famose tesi leninista su “l’anello più debole della catena imperialista” e “lo sviluppo disuguale” con la tesi - falsamente attribuita a Trotski, ma inizialmente formulata da Marx - della “Rivoluzione Permanente o ininterrotta.” L’errore di Trotski su questo tema non fu l’avere ripreso l’espressione di Marx, bensì averla contrapposta alla tesi leninista sulla possibilità di intraprendere la costruzione del socialismo in un solo paese, facendo della “rivoluzione mondiale” condizione previa a qualunque alternativa locale al capitalismo. Nelle condizioni della globalizzazione capitalista è ovvio che la rottura della catena imperialista in un punto col dittico riconquista della sovranità nazionale/trasformazioni socialiste, dovrebbe affrontare la coalizione di tutte le borghesie. Quello che è stato mobilitato per fermare la rivoluzione bolivariana in Venezuela, paese della periferia, sarebbe moltiplicato per cento se si trattasse di un paese del “centro.”

Ma, sarebbero anche più forti e rapidi gli effetti di scontro in un solo punto della catena imperialista nella nostra epoca di internazionalizzazione delle relazioni e delle comunicazioni.”
v.http://resistir.info,

La trascrizione completa è lunga ma utile. Gastaud colloca una questione centrale che merita l’attenzione dei marxisti rivoluzionari. Sempre di più le lotte sociali e politiche in Europa, America Latina, Africa ed Asia si presentano intrecciate in un processo globale di estrema complessità.

Così, se ammettiamo che l’imperialismo statunitense si è impantanato in guerre perse in Asia - area dove concentra formidabili risorse militari e finanziarie - si impone la conclusione che dinamizzare la solidarietà ai popoli della Regione, deve essere un compito prioritario delle forze progressiste di tutto il mondo.
La Rivoluzione Bolivariana avanza, l’insurrezione colombiana esibisce la sua vitalità. Da Cuba arriva l’esempio che è possibile Resistere. In tutto l’Emisfero emozionanti lotte si scorgono in un orizzonte di speranza.

In Europa le fragilità della UE sono evidenti. Le contraddizioni di interessi tra i governi di quell’amalgama di paesi e gli USA aumenta, benché nella cosa fondamentale agiscano come complici dal polo imperiale egemonico.

Compagni
L'alternativo Socialismo o Barbarie definisce la nostra epoca, simultaneamente tragica ed affascinante. Se, lottando, riusciamo a fermare la marcia verso l’abisso, l’uomo avrà la possibilità di costruire un mondo senza guerre, che risponda alle aspirazioni di pace che le conquiste della scienza e la tecnica collocano alla sua portata.

In Messico, oppresso da una destra anacronistica, la rivoluzione futura appare in questo inizio del secolo come un sogno. Tuttavia è il paese di Hidalgo, e di Zapata, che vi è vissuto da protagonista di un’inaspettata rivoluzione che sorprese il mondo. La sua eredità e memoria persistono, mantenendo viva la speranza.
Siamo ottimisti compagni:

La vittoria contro le forze che minacciano l’umanità è alla nostra portata.
Sappiamo che senza lotta l’umanità non può sopravvivere. L’obiettivo non è solamente trasformare la vita. Oggi, come non dice George Gastaud, è per salvare la vita che diventa indispensabile eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


traduzione dallo spagnolo di FR