Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, ora tocca all’Iran: la terza guerra preventiva sta cominciando
Di Sergio Ricaldone
Capita, mentre si parla di Iraq, di pensare al Vietnam.
Del Vietnam conosciamo tutto ma ora se ne parla per fare confronti con la
guerra e la resistenza irachena: Sono confronti spesso azzardati, anche perché
le vicende storiche non si ripetono mai allo stesso modo. Quello che invece si
ripete molto spesso è il modo in cui la storia ci viene raccontata dagli
imbonitori dell’industria mediatica
Nei giorni successivi al voto del 30 gennaio in Iraq abbiamo incrociato, via
Internet, un passaparola riguardante una vecchia documentazione d’archivio
molto significativa: la mattina del 4 settembre 1967, tre anni dopo l’inizio
della guerra d’Indocina, sul New York Times apparve un articolo intitolato: “Il voto in Vietnam rincuora gli Stati Uniti”. Nel
sommario stava scritto: “Affluenza alle urne
nonostante il terrorismo dei vietcong”. Anche allora Washington
stava esportando democrazia in un paese minacciato dal comunismo. Quel testo
del NYT, a firma di Peter Grose, raccontava che “i funzionari americani sono stati sorpresi e compiaciuti della
partecipazione al voto nelle elezioni presidenziali vietnamite a dispetto di
una campagna di terrore ordita dai vietcong. Hanno votato l’83% dei quasi sei
milioni di aventi diritto sfidando le minacciate rappresaglie di morte dei
terroristi. La dimensione del voto popolare e l’incapacità dei terroristi
vietcong di inceppare la macchina elettorale sono stati i due aspetti salienti
di questa consultazione democratica garantita dalla presenza delle truppe
americane”. Più in la si aggiungeva che quelle elezioni erano un
passaggio chiave che avrebbero spianato al Vietnam la via alla pace, alla
libertà e alla democrazia modello rigorosamente americano.
Quel testo di 38 anni fa assomiglia come una goccia d’acqua ai commenti letti
ed ascoltati dopo le elezioni irachene del 3° gennaio 2005. Vale però la pena
di aggiungere che qualche giorno dopo le elezioni farsa in sud-vietnam, un
giornalista australiano, William Burckett, assai poco embedded, come si dice oggi, fece
un’intervista alla signora Minh, vice presidente del FLN, chiedendo che ne
pensava di questo strepitoso successo elettorale chiaramente ispirato ed
imposto dagli occupanti americani: “Forse la
sorprenderà – rispose la signora Minh – ma abbiamo votato anche noi. Con il fucile. Ci vorranno forse alcuni
anni prima di conoscere i risultati veri di questa consultazione ma alla fine
vedrete che i risultati saranno molto diversi da quelli di ieri”.
Sappiamo come è andata. Occorsero otto anni di guerra e di grandi lotte civili
e democratiche nel mondo, segnate spesso dalla violenza, tanta violenza, ma
solo dopo che 58 mila soldati americani furono sepolti sotto le argillose terre
alluvionali del cimitero di Arlington, in Virginia, arrivò la prima, clamorosa,
sconfitta militare della superpotenza imperialista. Nel contempo però 3 milioni
di vietnamiti erano stati inceneriti dal napalm, dai B 52 e dalla diossina.
Uno dei giornalisti testimoni diretti di quella lontana guerra d’Indocina,
Seymour Hersh, allora alle prime armi, fece tremare il Pentagono denunciando al
mondo la tortura e poi la spietata strage di oltre 500 vecchi, donne e bambini
compiuta da un distaccamento americano nel villaggio vietnamita di My Lai. Per
quel servizio ottenne il premio Pulitzer. Ancora oggi, con la stessa vigile
attenzione di allora, Seymour Hersh (diventato una leggenda del giornalismo
d’inchiesta americano), sta mostrando ancora una volta la sua straordinaria
capacità di scoprire e denunciare i segreti più torbidi dell’establishement
politico, militare e spionistico americano. Attento osservatore delle due guerre preventive in Afghanistan e Iraq e
di quelle prossime venture in preparazione, ne denuncia impietosamente i
crimini e avverte, documenti alla mano, che per i neocons americani
l’occupazione dell’Iraq non è che il primo passo di una strategia aggressiva a
lungo termine. La prossima preda è già stata individuata e sta già nel mirino
del Pentagono.
Dopo la rielezione di Bush al secondo mandato, la nuova equipe presidenziale
sta mettendo a punto i dettagli della nuova missione detta “guerra planetaria contro il terrorismo” .
L’elenco degli “stati canaglia” è stato allargato a nuovi membri: Bielorussia e
Zimbabwe. Unici dubbi, quando, come e contro chi. Proseguirà la stessa politica
offensiva del primo mandato segnata da due invasioni militari – Afghanistan e
Iraq – con i disastrosi risultati che conosciamo? Se si, quale sarà il prossimo
obbiettivo ora che la Corea del Nord, potenza nucleare dichiarata, diventa una
preda troppo rischiosa, dunque “intouchable”, per i superguerrieri del
Pentagono? Se la “guerra planetaria al
terrorismo” dovrà, a quanto pare, proseguire, quale sarà il paese
che ne farà le spese?
L’informatissimo reporter Seymour Hersh, che di queste cose se ne intende, non
ha il minimo dubbio: la nuova preda designata, titolare di un ricco potenziale
energetico e pedina geopolitica di grande importanza strategica della “grande scacchiera”
imperialista, sarà l’Iran degli ayatollah!
Questa è la conclusione della lunga, documentata inchiesta, corredata da pezze
d’appoggio ineccepibili, condotta da Hersh per il settimanale americano The New
Yorker. L’inchiesta, che ha raggiunto gli angoli più segreti e protetti del
potere militare USA, ha avuto l’effetto di una bomba in quanto ha svelato i
dettagli della pianificazione militare e raccontato i particolari delle
operazioni di ricognizione spionistiche già in atto per individuare le principali
installazioni nucleari distribuite su tutto il territorio iraniano.
Che Hersh abbia colpito nel segno è dimostrato dalla rabbiosa dichiarazione di
Richard Perle, stratega del clan neocons, che ha definito l’autore
dell’inchiesta espressione di un “giornalismo
americano contiguo al terrorismo”. Un editoriale del Washington
Times, quotidiano di estrema destra, ha rincarato la dose chiedendo che Hersh
sia trascinato in tribunale e “giudicato per
spionaggio”, in quanto il giornalista rivela al mondo intero, e
dunque al governo iraniano “nemico”,che “i
nostri commandos sono già al lavoro dietro le linee nemiche in una missione
vitale e pericolosa”. Il tempo della caccia alle streghe del
compianto senatore Mac Carty riappare più minaccioso di prima sulle rive del
fiume Potomac.
Che Seymour Hersh abbia molte ragioni di paventare il pericolo che incombe di
una “terza guerra preventiva” lo si evince raccordando i dettagli dei
preparativi militari contro l’Iran con i vari passaggi politici e diplomatici
del confronto in atto tra gli Stati Uniti da un lato e l’Unione Europea, mondo
arabo, Russia, Cina e India dall’altro. Da questo coerente collage di
dichiarazioni emerge la convinzione che l’attacco all’Iran sia inserito come
“target” nel secondo mandato di Bush, come lo sono stati Afghanistan e Iraq nel
primo mandato. Dunque la questione non è di sapere se l’attacco avrà luogo, ma
quando e come.
L’occupazione militare dell’Iraq cambia sostanzialmente l’assetto militare
della regione. Quattro anni fa un’invasione via terra dell’Iran era
praticamente impossibile. Ora lo è a partire dai due paesi confinanti ed il
Pentagono, come ci spiega Hersh, sta già cogliendo l’opportunità veicolando via
terra operazioni clandestine preventive.
Sul piano politico la diplomazia del nuovo segretario di stato, Condy Rice, più
simile ai cingoli di carro armato Abrhams che alle sofisticate sottigliezze
diplomatiche di Henry Kissinger, appare del tutto propedeutica alla prossima
invasione militare dell’Iran.
Da Ankara il sottosegretario alla difesa, mentre dichiara che”sforzi diplomatici da parte dell’Unione Europea
riguardanti il programma di armamenti nucleari dell’Iran sono in corso”
omette di precisare che gli Stati Uniti rifiutano di coordinare la loro
strategia “dissuasiva” con quella degli europei. Le dichiarazioni incendiarie
di Condy Rice sembrano non lasciare dubbi sulle intenzioni di Washington. Bush
ha collocato l’Iran al centro delle “postazioni
avanzate della tirannia” e Dick Cheney colloca l’Iran “nella lista dei paesi potenzialmente pericolosi a
causa del suo programma nucleare ed il suo sostegno al terrorismo”.
Il vice presidente USA ha lasciato cinicamente intendere che “l’eventualità che gli israeliani agiscano
unilateralmente per porre fine al programma nucleare iraniano inquieta
Washington”. Il tacito riferimento di Cheney al bombardamento
israeliano del sito nucleare di Osirak (Iraq) nel 1981 è del tutto esplicito e
più che mai allarmante. Il quotidiano Le Monde del 15-3-2005 sostiene che
Sharon abbia già messo a punto, in una riunione ristretta del governo
israeliano, i dettagli militari dell’attacco. Sembra dunque che il count down
su chi attaccherà per primo – Washington o Tel Aviv? – sia già cominciato.
L’Unione Europea viceversa continua a perseguire la via delle pressioni
diplomatiche verso Teheran per convincerla a sospendere i programmi nucleari.
Ma l’impresa appare sempre più difficile. Gli ayatollah memori del precedente
iracheno ritengono ormai che solo il possesso delle armi atomiche possa
preservare il loro paese da un’invasione americana. La stessa Corea del Nord,
fino a poco fa capolista dei paesi “dell’asse del male” (e ancora oggi definita
“postazione avanzata della tirannia”),
dopo essersi dichiarata potenza nucleare, sembra avere acquisito un potere di
dissuasione antimperialista notevole nei confronti di Washington.Dopo averla minacciata più volte di
invasione ora la Casa Bianca ha abbassato i toni e cerca in tutti modi di
negoziare. Il che non sorprende se si pensa che gli Stati Uniti si sono cacciati
in una sfida militare temeraria che non ha mancato di coinvolgere soggetti di
ben altro peso e dimensioni come la Cina e la Russia considerati da Washington
come suoi nemici strategici.
La esplicita minaccia americana di delegare ai bombardieri israeliani il
compito di sferrare il primo attacco contro le centrali nucleari iraniane non
sembra abbia impressionato molto il governo di Teheran. Sembra anzi che la
minaccia militare congiunta USA-Israele fornisca agli ayatollah gli argomenti
per eludere l’attenzione popolare dagli elementi di crisi politica che
attraversano il paese e consenta di serrare i ranghi facendo appello ai
sentimenti nazional-patriottici, oltre che religiosi, chiamando il popolo alla
resistenza contro la minaccia di invasione. I dirigenti del paese ostentano
sicurezza. Il presidente iraniano, Muhammad Khatami, definito un moderato,
rimanda al mittente le minacce americane: “Gli
Stati Uniti hanno troppi problemi in Iraq per permettersi il lusso di
attaccarci” ha dichiarato prima di “promettere
l’inferno” agli invasori. Il ministro della difesa, Ali Chamkhani, è
stato ancora più esplicito:”Possediamo un
tale livello di forze da scoraggiare chiunque. Nessuno dei nostri avversari
conosce con precisione le nostre capacità militari , né la nostra abilità di
utilizzare strategie nuove di difesa. Il nostro equipaggiamento ci conferisce
una grande potenza di dissuasione”.
Che queste dichiarazioni siano più o meno realistiche, oppure un bluff, non lo
sappiamo. Sono in ogni caso maledettamente allarmanti e preannunciano una nuova
immane tragedia se i popoli e i governi più ragionevoli non saranno in grado di
far sentire la loro voce e di fermarla.