La crescita annuale della produttività del lavoro individuale nella maggior parte del mondo capitalistico, grosso modo dell’uno percento dai primi anni ’70, ha causato una diminuzione annua, grosso modo, dell’uno percento del reddito individuale. Questo dato statistico straordinario riflette la contraddizione centrale del capitalismo tra la crescita delle forze produttive e i rapporti capitalistici (rapporti di proprietà, barriere ai confini nazionali, rapporti gerarchici, ed altri).
Il dato preciso citato dallo storico dell’economia Angus Maddison per il reddito individuale è quello del declino annuo dell’8%, , rilevato in 144 paesi (capitalisti) tra il 1973 ed il 1995 (Wall Street Journal, 11 gennaio 1999). Il metodo di Maddison e le limitazioni alla sua analisi, conducono a sottostimare tale declino.
Il reddito medio per persona negli Stati Uniti è cresciuto fino al 1973. L’economista Lester Thurow del MIT, nel “Futuro del Capitalismo”, riporta che le retribuzioni orarie negli Stati Uniti sono cadute del 14% tra il 1972 e il 1995, mentre la produttività del lavoro è cresciuta del 36%, ossia dell’1,35% all’anno. Se le retribuzioni fossero state legate alla produttività sarebbero cresciute, nello stesso periodo, del 50% invece di diminuire.
Nel 2003, le 500 di “Fortune Global”, ossia le 500 maggiori “Corporation” del mondo sono state accreditate del 40% del PIL del pianeta impiegando solo l’1,1% della popolazione in età da lavoro del mondo, il che rappresenta un risultato fantastico. Ma da un altro punto di vista, l’interpretazione di questa statistica è che le contraddizioni del capitalismo agiscono così profondamente che c’è uno spreco del 95% del tempo dell’umanità. Se non ci fossero le contraddizioni del capitalismo non avreste potuto leggere ciò! Non ci sarebbe stato bisogno di questa Convention.
Se ci fosse eguaglianza nel mondo—per quanto riguarda istruzione, occupazione e accesso alla tecnologia—tutte le cosa che ora vengono costruite nel mondo richiederebbero solo due ore e mezzo di lavoro alla settimana! Oppure otto volte ciò che si produce oggi nel mondo potrebbe essere fatto con venti ore di lavoro settimanale in media… Ci sono altri modi per arrivare a un tale risultato, e tutti indicano coerentemente che l’economia mondiale odierna produce a meno del 5% del suo potenziale!
Negli Stati Uniti nel 2005, almeno 12 milioni di case ed appartamenti, sufficienti per ospitare più di 30 milioni di persone, sono sfitte tutto l’anno (in più 4 milioni sono vuote ogni notte, seconde e terze case di benestanti, ecc.; i dati si possono estrapolare dal Census Bureau, US Housing Inventory, che riporta che nel 2003, 11,63 milioni di unità abitative erano vuote, contro i 10,8 milioni del 2002). Nello stesso tempo, qualcosa come 12 milioni di persone negli Stati Uniti soffre di mancanza di alloggio nel corso di un anno, anche se non per tutto l’anno e non resta “sulla strada” [dati basati su una insolita ipotesi di stima della mancanza di alloggi fatta dall’Amministrazione Clinton con la HUD, riportata da Miringoff & Miringoff, The Social Health of the Nation]. In realtà i senza casa sono alcuni milioni in più, in particolare se si considerano i giovani costretti a vivere nelle case dei genitori a causa dei costi proibitivi degli alloggi, mentre i salari sono troppo bassi o il lavoro non è disponibile o è troppo insicuro.
12 milioni contro 12 milioni, è un modo semplice di vedere come i capitalisti affogano nel surplus di capitale. Mentre non ci sono “soldi” per risolvere i problemi sociali, le risorse ci sono. Lo stesso vale per la fame, la decadenza delle infrastrutture, ecc. Credo che dobbiamo chiedere misure immediate per bloccare la speculazione sulle case (con proteste o altre tattiche). Molte municipalità degli Stati Uniti hanno recentemente adottato leggi contro la speculazione nelle abitazioni, che tuttavia sono state inefficaci.
La mortalità infantile descrive, più di altre singole statistiche, l’insieme delle condizioni sociali di un paese. Nel 2002 la mortalità infantile a Cuba era di 5,8 per mille [fonte: Tom Whtney]; negli Stati Uniti il tasso di mortalità infantile nel 2002 era del 7,0 per mille, e nello stesso paese la mortalità infantile degli Afro Americani era del 14,3, maggiore di quello del 2001 che era del 14,0. Ciò fornisce un’indicazione dell’enorme potenziale inerente alla riorganizzazione della società dopo una rivoluzione socialista. Si consideri che il PIL pro capite di Cuba viene stimato 2300 $, mentre quello degli Stati Uniti è superiore ai 34000 $. O che molti paesi capitalisti con un PIL pro capite paragonabile a quello di Cuba hanno un tasso di mortalità infantile che supera il 50 per mille!
La stima dell’UNICEF del numero dei bambini che muoiono ogni giorno di fame e per cause correlate alla fame nel mondo, è di 30.000; 300 miliardi di dollari è il valore stimato dei sussidi annui imperialistici al proprio business dell’agricoltura (ben 90 miliardi di dollari circa quelli degli Stati Uniti), sussidi che servono a gestire la “sovrapproduzione” agricola, a sostenere le esportazioni in altri paesi ed il costo delle “quote” ed altre misure che impediscono l’importazione. I nutrizionisti ritengono che più di 2 miliardi di esseri umani soffrono di fame cronica ed anche peggio; la maggior parte di questa fame non è di natura calorica, ma dipende dalla mancanza di “micronutrienti” quali la Vitamina A, il ferro e lo iodio. Il costo per superare queste deficienze è minimo—meno di 5 $ all’anno per persona, ovvero, in totale, meno di 10 miliardi di dollari all’anno. Ma il capitalismo non lo può fare. Nello stesso tempo, i paesi oppressi hanno pagato all’imperialismo circa 375 miliardi di dollari nel 2004 per gli interessi sui loro debiti, e i bilanci di guerra dei paesi imperialisti per mantenere lo status quo superano i 1000 miliardi di dollari all’anno.
2,30$ è una stima, ricavata dai dati pubblicati da Business Week, Fortune ed altri, del costo medio del petrolio per barile dei monopoli, considerando, cioè, sia le spese di produzione più care (in alto mare, in Alaska ecc.) che quelle meno care. 50$ è il prezzo di vendita del barile di petrolio in questi mesi.
2,30$ è anche, più o meno, il costo medio di produzione di un Kg di caffè nel mondo, la seconda merce più scambiata a livello internazionale (dopo il petrolio). Ma il caffè è stato venduto negli ultimi anni al prezzo medio di 1,90$ al chilo o meno (qualcosa in più nei mesi recenti), cioè meno del costo di produzione, rovinando decine di migliaia di piccoli produttori. Questo è solo un piccolo esempio dello scambio disuguale che prevale sotto il capitalismo monopolistico. Si noti che l’aumento del prezzo del petrolio ha superato, negli ultimi anni, quello di ogni altra merce, praticamente in ogni paese del mondo e che il petrolio è un monopolio di poche famiglie che controllano anche la finanza imperialista [da un lavoro di Victor Perlo].
Zero è il numero di anni dal 1890 senza almeno una guerra nel mondo, come le lotte mondiali per la transizione dal capitalismo al socialismo. Ho ricavato questo dato da uno storico cinese di cui non ho un riferimento esatto. Nel 2002, vi sono state 28 guerre e 17 significativi conflitti armati, secondo AKUF, un Istituto dell’Università di Amburgo. Ricercatori dello “Heidelberg Institute for International Conflict Research” in Germania, hanno calcolato che il numero totale dei conflitti (che precedono, accompagnano o seguono scoppi di violenza) è cresciuto da 108 nel 1992 a 173 nel 2002. Circa un quarto di questi violenti conflitti riguarda secessioni [fonte: Vital Signs 2003, World Watch Institute]. Una volta Lenin disse, in questa epoca ogni guerra civile è una guerra imperialista e, ogni guerra imperialista è anche una guerra civile.
Le crisi economiche si sviluppano quando le sproporzioni (gli squilibri) si gonfiano al di là di ogni controllo. Le cause di questi squilibri sono diverse, sia intrinseche (gli interessi della classe dei capitalisti che riducono il costo del lavoro al livello più basso possibile, lo sviluppo tecnologico, ecc.) che esterne (ad esempio un disastro nei raccolti). Ai capitalisti questi squilibri appaiono come “sovrapproduzione”, per cui viene prodotto più di ciò che può produrre profitti. Per le masse, gli stessi squilibri prendono la forma di un’accelerazione del caro vita, dei tagli dei salari, della cassa integrazione e della miseria.
Negli anni ho seguito quattro indicatori di squilibrio economico: A) La percentuale della capacità di produzione inutilizzata o distrutta. Dal 1990 al 2000, quando ho smesso di seguire il fenomeno, circa il 21% della capacità di produzione mondiale era inutilizzata o era stata distrutta. La maggior parte di questa era negli stati ex-socialisti, ma una quota significativa riguardava il Giappone (dove l’utilizzazione delle capacità di produzione sono cadute del 20% dal 1990 al 1995) o era il risultato di guerre (quella del Golfo, della Jugoslavia ed altrove). Negli Stati Uniti, che sono accreditati di più del 20% della produzione mondiale, l’utilizzazione della capacità è caduta dell’11% tra la fine del 1992 ed il 2002, e da allora si è ripresa a stento. B) L’aumento della disoccupazione. Nel mondo la disoccupazione e la sottoccupazione è salita dai 500-600 milioni della metà degli anni ’80, agli 840 milioni del 1994 ed ha superato il miliardo nel 1996, l’ultimo dato globale che sono stato capace di ricevere dall’ILO (International Labour Organization). La disoccupazione è successivamente salita, specialmente in Indonesia e nelle repubbliche ex-sovietiche dopo la crisi del 1997-1998, ma i totali non sono stati resi disponibili. C) Il declino dei profitti dei capitalisti, o l’aumento delle perdite e dei crediti inesigibili. Nel 2001 e nel 2002 caddero anche i profitti dei monopoli americani del 60% rispetto ai livelli del 2000. I profitti di questi monopoli hanno successivamente recuperato, ma una parte significativa di questi deriva dalla rapina del resto del mondo (scambi disuguali, o speculazioni). Nello stesso tempo, crediti inesigibili e perdite si sono accumulati altrove. I crediti inesigibili detenuti dalla grandi banche giapponesi sono cresciuti da 50 miliardi di dollari del 1990 a 1,3 trilioni di dollari alla fine del 1995. La maggior parte di questi debiti sono stati rilevati dal governo giapponese, che ora è sommerso dai debiti fino al collo. Altre perdite sono state rigettate sui governi, compagnie di assicurazioni, fondi pensionistici, ecc.—cioè non sono spariti. Negli Stati Uniti stato, governi locali e fondi pensionistici sono passati da un attivo netto di 245 miliardi di dollari nel 2000 ad un passivo di 366 miliardi di dollari nel 2003 [Fortune, 31/5/04], cercando di assorbire le pesanti perdite della Enron, della WorldCom e di altre compagnie. Tuttavia Fortune, accusò di avidità i sindacati operai per questa straordinaria operazione. D) La speculazione. Un altro indicatore di squilibrio è l’attività della speculazione. Quando i capitalisti non possono investire con profitto nella produzione ricorrono alla speculazione per cercare di derubarsi a vicenda. Alla fine più di 3,1 trilioni di dollari sono trattati dalla speculazione ogni giorno solo in circolante ed interessi derivati, mentre la produzione giornaliera mondiale di beni e servizi è di solo 100 miliardi di dollari Il volume della speculazione è cresciuto del 20% all’anno, secondo la “Bank for International Settlements and the US Comptroller of the Currency”.
Secondo il Survey of Consumer Finances 2001 della Federal Riserve, 98 è l’indice Gini approssimato della disuguaglianza nella proprietà dei capitali degli Stati Uniti (escludendo il valore delle abitazioni e delle automobili). Nella scala Gini l’indice zero indica la perfetta uguaglianza, mentre 100 indica che una sola persona detiene tutto il capitale. Per contrasto, l’enorme disuguaglianza nel reddito —lo 0,1 dei percettori di reddito si sono ripartiti nel 2002 il 7,4% di tutto il reddito degli Stati Uniti—mostra un indice Gini attorno a 50. Tuttavia la Federal Reserve ammette che i suoi dati non considerano migliaia di miliardi in patrimoni. L’indice Gini è coerente con una estrapolazione del lavoro di Victor Perlo sulla proprietà del capitale nel decennio.
Traduzione
di Giuliano Cappellini