www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 15-07-05

da Rebelion
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=17877


A Londra è cominciata la guerra contro l'Iran

Michel Collon

 

Dopo aver condannato il barbaro atto commesso a Londra, si tratta ora di difendere la memoria di queste vittime. Perché Blair e Bush tentano di utilizzare la loro morte per imporre ancora più aggressioni e sofferenze? Lo ha fatto lo stesso giorno Bush con l’Iran.
Vittime del terrorismo? Sì. Ma soprattutto del grande terrorismo di Stato. Il terrorismo dei più forti che per continuare a bombardare e torturare un popolo il cui unico peccato è quello di volere continuare ad essere padroni del loro petrolio, della loro vita, del futuro dei loro figli.
E nel frattempo, a Baghdad è King's Cross tutti i giorni. A causa di Blair.

Domande preoccupanti in questi momenti di manipolazione politico- mediatica dell’emozione. Bisogna mantenersi freddi e porsi due domande:

1. Che cosa nascondono? 2. A chi giova?
Il venerdì un alto responsabile della polizia londinese dichiarava: “Nessun segno permetteva di prevedere ciò che sarebbe successo” (Reuters, 8 Luglio). In realtà il mondo intero sapeva che dopo New York e Madrid sarebbe venuta Londra. Da mesi si annunciava che in Gran Bretagna si stava per celebrare il G8, momento evidentemente propizio. Ora, in giugno i servizi d’informazione britannici avevano stranamente calato il “livello di minaccia” da “grave, generale” a “importante.”

Anche dopo l’11 di settembre i servizi d’informazione statunitensi affermarono subito che non avevano previsto niente. Ma diverse investigazioni seguenti dimostrarono che sapevano molte cose e che si erano mostrati curiosamente negligenti, per non dire più.

Si veda in particolare: “11 septembre, pourquoi ils ont laissé faire essi pirates dell'air”, Peter Franssen, (www.epo.be http://www.epo.be, 2002)


A chi giova?


Gli attentati di Londra capitano in un buon momento per i sostenitori della guerra. Bush aveva sempre più difficoltà a causa del suo flagrante fallimento in Iraq. Dal proprio partito si sollevavano voci a beneficio della ritirata. Il suo ultimo discorso su “un mondo più sicuro e di maggiore libertà” non aveva convinto nessuno. E Blair era isolato in Europa.

La soluzione? “Per unirci abbiamo bisogno di un nemico comune”, affermava Condoleeeza Rice. E come ottenerlo? C'è qui la risposta di David Rockefeller (dirigente di Esso, della Chase Manhattan Bank) ma anche dell’onnipotente Council for Foreign Relations dove il fior fiore degli industriali e politici del pianeta elaborano la strategia generale per dirigere il mondo:

“Ci troviamo alla vigilia di una trasformazione globale. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è una buona crisi e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale”. Bush e Blair hanno bisogno del terrorismo, necessitano che le popolazioni si sentano in pericolo. Per approvare la sua guerra globale, per nascondere che questa serve unicamente alle multinazionali, bisogna mettere paura ai cittadini affinché appoggino la politica violenta dei loro governanti, come bene ha dimostrato Michael Moore nel suo film “Bowling for Columbine”.

Gli attentati di Londra sono dannosi per la pace.


Gli autori degli attentati a Londra non hanno niente in comune con la vera resistenza che si dirige contro i militari o i collaborazionisti, non contro i civili. Assassinare civili innocenti aiuta Blair e Bush a serrare le fila dietro di loro, a provocare una falsa identificazione, quella del “tutti” siamo in pericolo, mentre in realtà la loro guerra gira anche contro la popolazione della Gran Bretagna e degli USA. Ritorneremo su questo punto.


Dopo l’11 di settembre del 2001, in una settimana Bush ottenne che si approvasse il suo programma di guerra in Afghanistan ed Iraq, preparata molto tempo prima. E ad alta velocità, [che si approvasse] la sua legge “Patriot Act”, offensiva generale contro le libertà negli stessi Stati Uniti. Un pacchetto di leggi tanto imponente e complesso che sarebbe stato necessario almeno un anno per prepararlo. Non dimentichiamo che la stessa notte dell’11 di settembre Rumsfeld, ministro dell’Esercito, dichiarava: “Quello che è successo convince che questo paese deve, con ogni urgenza, aumentare le sue spese per la Difesa e che se è necessario il denaro per finanziare queste spese militari deve uscire dalle cassapanche della Previdenza sociale.” (?) Piani, pertanto, preparati molto tempo prima dal complesso militare-industriale.

C'è qui la risposta alla domanda “A chi giova il crimine? “.

Con ogni probabilità, domani Blair ed altri, come Sarkozy, verranno un’altra volta a spiegarci che bisogna “tirare fuori denaro dalla Previdenza sociale per aumentare le spese militari e repressive”.

Chi è responsabile della povertà? Dopo gli attentati vedemmo Bush uscire dal castello di Glenneagles e dirigersi alle camere con voce tremula per elogiare “alcune persone che qui, nel G-8, cercano di risolvere la povertà in Africa.”
In realtà, se un bambino muore a causa della povertà ogni tre secondi è causa di Bush e delle multinazionali.
La povertà del terzo mondo non cade dal cielo. È la conseguenza di cinque secoli di rapina brutale delle materie prime e, ancora oggi, delle relazioni economiche imposte alle colonie - questa parola continua ad essere valida -. Per mezzo di queste relazioni ingiuste le multinazionali continuano a succhiare le ricchezze del terzo mondo e ad approfondire in modo sempre più drammatico le differenze.

E quando un paese vuole assicurare il suo sviluppo con indipendenza, quando vuole semplicemente ottenere gli stessi benefici del suo petrolio, delle sue ricchezze naturali o della sua manodopera, come reagiscono le grandi potenze? In primo luogo, tentano di sottometterlo per mezzo del ricatto del FMI e della Banca Mondiale perché abbandoni le sue industrie, i suoi servizi pubblici per la popolazione. Se questo non basta, passa al sequestro economico, alle guerre civili alimentate dall’esterno, e infine, ai bombardamenti o ai colpi di Stato della CIA.

La Guerra dei Cento Anni


Quando cadde il Muro, il capitalismo trionfante ci promise un nuovo ordine mondiale fatto di democrazia e di pace duratura. Ma ad una gran parte dell’umanità gli è sempre rifiutato il primo diritto umano, quello di soddisfare la fame. E le guerre USA, dirette o indirette, si sono moltiplicate: Iraq, Yugoslavia, Afghanistan, Congo, Caucaso... Ed i prossimi obiettivi sono stati già segnalati da Washington: Iran, Siria, Corea, Cuba, Venezuela, Zimbabwe, eccetera...
In realtà, dopo la caduta dell’URSS e lo stravolgimento dei rapporti di forza internazionali, gli USA si sono lanciati ad una guerra dei Cento Anni, di cui ognuna delle guerre parziali è una tappa. Questa guerra globale ha tre obiettivi che sono strettamente collegati:

1. Controllare le materie prime, soprattutto l’energia, e potere privarla ai rivali.
2. Finire con ogni Stato del terzo mondo che sia troppo indipendente.
3. Subordinare le altre grandi potenze: Europa, Giappone, Russia...
In realtà, questa guerra dei Cento Anni per ricolonizzare il pianeta, questa militarizzazione delle relazioni internazionali, è l’unica “soluzione” che vedono le multinazionali statunitensi per uscire dalla crisi che loro stesse hanno creato. Come hanno provocato questa crisi? Da un lato, impoverendo i propri lavoratori e dall’altro quelli del terzo mondo, fatto che di conseguenza ha aumentato le differenze tra le ricchezze e rovinato i consumatori. Un circolo vizioso.

Questa crisi economica strutturale è insolubile perché è una crisi dovuta all’abisso esistente tra ricchi e poveri; è la crisi inevitabile di un sistema ingiusto. E la guerra non si deve al carattere di Bush o della sua squadra, no, è una strategia per “uscire dalla crisi” rinforzando il dominio sul mondo e le sue ricchezze. La guerra è la conseguenza delle leggi della guerra economica.
Il controllo delle materie prime ha l’obiettivo di assicurare un vantaggio decisivo nella competenza esacerbata tra le multinazionali. Chi non ottenga questo vantaggio non sopravvivrà alla guerra economica. E siccome i mezzi per guadagnare non sono limitati da nessuna morale, la guerra fa parte di questi mezzi.

Perché attaccare l’Iran? Perché l’Iran è il prossimo obiettivo? Perché questo paese possiede alcune importanti riserve petrolifere, perché è la potenza più importante della regione e si rifiuta di sottomettersi ad Israele, perché i recenti tentativi di fare capitolare Teheran sono falliti.
L’obiettivo di attaccare l’Iran in realtà è controllare l'insieme del petrolio tanto del Medio oriente come di tutto il pianeta per permettere agli USA di esercitare un ricatto sull’approvvigionamento petrolifero dei suoi rivali: Europa, Cina, Giappone. Chi desideri controllare il mondo deve controllarne tutte le sue fonti d’energia.

Ma si tenta anche di impedire che si costituisca in Asia un’alleanza tra potenze resistenti.

La guerra globale è cominciata dopo l’11 di settembre, scrivevamo: ovviamente, il principio di ogni politica imperialista continua ad essere “Dividi ed impera” C'è qui quello che temono soprattutto gli USA in questo continente asiatico, così come spiega Brzezinski: “la Cina potrebbe essere il pilastro di un’alleanza anti-egemonica: Cina - Russia - Iran.” Questo è, evidentemente, l’obiettivo ultimo della guerra globale dato che [la Cina] è il maggiore mercato del futuro ed il più potente dei paesi indipendenti. Da allora, gli USA decisero in realtà di continuare ad essere l’unica superpotenza, la Cina era quindi il suo nemico numero uno. Tutto quello che gli USA stanno facendo nel continente asiatico bisogna capirlo da questa prospettiva. Soprattutto l’accerchiamento della Cina che si è risolto con l’installazione di basi militari in Afghanistan e che prosegue attraverso ogni episodio della guerra globale


Ogni guerra è anche contro tutti noi.


Bush e Blair vogliono farci credere che si intraprendono queste guerre per difendere il nostro livello di vita, in Europa ed in USA. Che abbiamo gli stessi interessi di fronte ai “paesi canaglie”.
Falso. Attaccare l’Iraq ha beneficiato solo le multinazionali del petrolio, di armamenti, della costruzione e delle finanze. Allo stesso modo, al di là delle multiple bugie mediatiche, la guerra contro la Yugoslavia non fu un atto umanitario, fu una privatizzazione per mezzo delle bombe.


Il vero obiettivo delle grandi potenze - lo testimoniano i loro stessi documenti strategici - era prendere il controllo di un’economia che continuava ad essere indipendente dalle multinazionali ed il controllo di una manodopera che voleva conservare i diritti sociali dell’autogestione.
Finendola con questi sogni di indipendenza si lanciava un avvertimento ad Europa e Russia: Abbandonate ogni sogno di liberarvi dalle multinazionali!. Inoltre, si prendeva possesso della manodopera [dei paesi] dell’est, per delocalizzare le sue fabbriche, per importare da questi paesi una quantità d’idraulici polacchi, in competenza coi lavoratori di qui per fare abbassare i salari ed aumenta i benefici.
Questa è la ragione per la quale la globalizzazione e la guerra sono le due facce della stessa medaglia. L’obiettivo della globalizzazione è mettere tutti i paesi del mondo sotto una pressione massima delle multinazionali, sotto un ricatto generalizzato, specialmente rispetto alle condizioni lavorative. E la guerra non è altro che il randello quando un paese si nega a questo ricatto.
Tutto questo dimostra che una guerra di aggressione di Bush e Blair (o magari domani una guerra scatenata dall’Unione Europea?) non serve agli interessi dai lavoratori statunitensi o europei. Al contrario, sono loro che la pagano. In primo luogo fornendo le vittime, sia soldati sia vittime di attentati, ma anche e soprattutto essendo tutti essi vittime di un ricatto sociale che li sommergerà nella disoccupazione o nella iperprecarietà lavorativa. In una parola, la guerra di Bush e Blair è la guerra dei ricchi contro i poveri. È una guerra contro il futuro dell’umanità. Finirla con la povertà, finirla con la guerra è combattere Bush e Blair. Non esiste una via di mezzo.

Next Stop Teherán


Dopo gli attentati di Londra, Bush si è affrettato a denunciare la “minaccia iraniana.” Ma in realtà è da molto tempo che sta preparando la sua guerra contro questo paese. Perché le guerre non incominciano con le bombe.

Prima è necessario una preparazione: - Militare: preparare la logistica e le basi di appoggio dell’attacco, ritorneremo su ciò. - Mediatica: preparare l’opinione pubblica demonizzando il paese che si vuole in modo ossessivo.
Questa preparazione mediatica consiste in una propaganda di guerra che gioca sul conscio e l’inconscio.

Tema n° 1. Le armi di distruzione di massa.

Da mesi i media occidentali mettono in rilievo e concentrano l’attenzione, come Bush, su “la minaccia nucleare iraniana.” Mentre Israele possiede duecento testate nucleari clandestine e ha già aggredito tutti i suoi vicini, l’unico pericolo che vogliono farci temere è Teheran.
Naturalmente, le armi nucleari sono una piaga che bisogna eliminare, ma perché dovremmo fidarci di più di quelle di Bush e Sharon? Come si può rifiutare il diritto di un paese a difendersi da un’aggressione? Tuttavia, sappiamo che Baghdad e Belgrado sono stati attaccate impunemente precisamente perché non avevano con che cosa difendersi almeno un po'!

Tema n° 2. Il "terrorismo islamista. “Come l’argomento delle armi aveva ridicolizzato Bush nel caso dell’Iraq, si aggiunge ora quello del “terrorismo islamista." Ben agitato, questo tema ha il vantaggio di crearci paura “in casa.” Senza dubbio domani pseudo-rivelazioni dei servizi di sicurezza statunitensi o britannici, compiacentemente sostituite, tenteranno di convincerci che Teheran era dietro gli attentati. Esattamente come Bush tentò di collegare Saddam con Al Qaida.

Tema n° 3. La democrazia. Visto il fallimento dell’argomento n. 2 nel caso iracheno, i redattori dei discorsi di Bush ci vendono ora la guerra con un altro argomento di marketing: la democrazia. Si tenterebbe di vincere per “la libertà” tutti quei (molti) paesi attaccati.

Risulta spiritoso, sapendo che la famiglia Bush costruì la sua fortuna collaborando con Hitler e dopo con Ben Laden. E che quando George Bush padre stava alla testa della CIA protesse i peggiori dittatori tanto dell’America latina come di altri posti. Ma se i media non insistono troppo su questo nero passato il tema della democrazia può ancora dare risultato.

Sul piano delle libertà ognuno è libero di pensare quello che vuole sui dirigenti iraniani, ma una cosa è sicura: la questione non è quella. Non è per la bella faccia della democrazia che Bush tenta di mettere le mani su questo paese, è precisamente per il suo oro nero.
D’altra parte, è credibile che gli USA pretendano di esportare la democrazia in Iran? Nel 1953 un colpo di Stato guidato dalla CIA. abbattè il primo ministro Mossadegh, troppo indipendente rispetto al petrolio. Dopo, sei presidenti successivi USA imposero al paese iraniano la dittatura fascista dello Sha Pahlevi e dei terribili torturatori della Savak: 300.000 torturati in venti anni. Un po’ amnesici, quelli che danno lezioni!

E’ ora di lasciare le chiacchiere “Né Bush, né gli ayatollahs”. Vedremo risorgere questa pio slogan, molto diffusa tra la sinistra light, dopo che ha già fatto tanto male a proposito di Iraq o della Yugoslavia?

Nel 2001 denunciavamo l’effetto nefasto degli slogan “Né Bush, né Saddam”, “Né la NATO, né Milosevic”, “Né Sharon, né Arafat”: “Da dodici anni questa posizione dominante nella sinistra intellettuale europea condanna il movimento contro la guerra alla passività. Perché mette sul piano di parità gli aggressori con gli aggrediti. Se tutti sono ugualmente cattivi non c’è ragione di fare qualcosa per fermare l’aggressione.

Il “Né, né” è il cancro del movimento contro la guerra. Bisogna finirla. Non sono Sadam o Milosevic quelli che minacciano il mondo intero, è Bush. Non sono la Yugoslavia o l’Iraq quelli che ogni giorno condannano a morte a 35.000 bambini del terzo mondo, sono le multinazionali..
Gli Stati Uniti minacciano da tutte le parti la pace del mondo. Non sono i governi occidentali che devono decidere chi deve dirigere quel paese del terzo e secondo quali interessi. A chi spetta decidere è ai loro popoli. Ma se si lascia che Washington occupi queste regioni nessuna lotta sociale o democratica sarà più facile, tutto il contrario. Le uniche che ci guadagnano sono le multinazionali.”

(“Sulla Yugoslavia”: http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2002-11-01%2017:05:32&log=articles < http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2002-11-01%2017:05:32&log=articles >)


Con l'occupazione dell’Iraq ne abbiamo una prova in più. Ha risolto uno solo dei problemi del paese o, al contrario, li ha peggiorati drammaticamente?


Il contro esempio del Venezuela può forse dare un grammo di credito alla “guerra per la democrazia?” Per capirci valutiamo l’esempio del Venezuela. Abbiamo lì un presidente, Hugo Chávez, che ha vinto nove elezioni in sei anni, aumentando i suoi voti. Che cosa fa Bush? Consegna varie decine di milioni alla CIA secondo gli stessi documenti statunitensi, per abbattere democraticamente un presidente eletto. A tutti i costi possibili... Anno 2002: tentato Colpo di Stato. Fallimento. Anno 2003: sabotaggio dell’industria petrolifera. Fallimento. Anno 2004: campagna di intossicazione [informativa] con costi enormi per tentare di espellerlo per mezzo di un referendum sotto pressione internazionale. Fallimento.

Furioso, Bush muore dalla voglia di invadere lui stesso il Venezuela. Con qualunque pretesto. Per esempio, “scoprendo” lì terroristi o decretando che la vicina Colombia è “minacciata.”

Ma è talmente impantanato in Iraq che non può farlo. Non c'è modo di portare simultaneamente due grandi guerre. L’attuale resistenza del popolo iracheno sta salvando, in realtà, gli altri paesi minacciati.  Quella che Bush rimprovera a Chávez non è la mancanza di democrazia, bisogna andare in Venezuela per misurare fino a che punto si mobilitano le persone semplici per tutti i problemi della loro vita e del loro futuro. No, quello che Bush rimprovera a Chávez è che i proventi del petrolio del Venezuela siano “deviati” per finanziare progetti di alfabetizzazione, di lotta contro la miseria e di servizi sanitari per tutti, invece di servire, come in altri posti, per arricchire Esso e Shell. Quindi, sotto Chávez, il ribelle, il “populista” che da cattivo esempio facendo credere che il petrolio appartiene al suo paese!

Questo esempio del Venezuela prova che in assoluto le guerre USA non hanno per obiettivo la libertà o la democrazia, ma soltanto l’oro nero e il dominio del mondo. Supponiamo che domani i dirigenti di Teheran si sottomettono alla volontà di Esso e Shell, come fanno i regimi arabi “amici” del Kuwait o degli Emirati... Si sentirebbero allora tutte queste campagne di critiche sui suoi armamenti o sulla loro concezione della donna?

Dividere per mezzo della religione?


In sintesi, ovunque si guardi, nessuno dei temi dell’attuale propaganda di guerra - nucleare, terrorismo, dittatura - sopporta un’analisi obiettiva. Questa è la ragione per la quale la propaganda di guerra si dirige soprattutto all’inconscio...
Quando si parla di “terrorismo islamista” si manipola il pubblico. Gli è fatto credere che una religione particolare è pericolosa. Benché a voce, ovviamente, si dica solennemente che i musulmani sono persone a posto, eccetera, eccetera... l’espressione stessa che collega il terrorismo con una religione è una trappola.

Immaginiamo. Dato che gli atti d’aggressione commessi da Bush e Blair violano sistematicamente il diritto internazionale e che giuridicamente può essere qualificato come terrorismo di Stato, che cosa diremmo noi se la stampa dei paesi musulmani parlasse di “terrorismo cristiano?” Evidentemente, risponderemmo che la maggioranza dei cristiani del mondo condanna Bush e che, pertanto, la spiegazione è un’altra.

In effetti, la guerra globale non è una guerra di religione, è una guerra economica. Sono Bush e Blair che hanno interesse in dividere ai suoi rivali demonizzando una religione. Se il terrorismo è “islamista”, allora ogni musulmano si trasforma in un sospetto potenziale, in aeroplano, sul metro o nella moschea. Non si deve aggiungere molto più. Secoli di disprezzo coloniale, decine d’anni col tema dell’arabo che viene a rubarci il lavoro, mentre siamo noi che abbiamo rubato le loro ricchezze, tutto ciò costituisce una rampa di lancio preparata per demonizzare i musulmani. Così come si demonizzarono gli ebrei negli anni trenta.

L’argomento della “religione pericolosa” serve per dividere i popoli del mondo, per attrarre l’attenzione su tale o tal altro fenomeno particolare col fine di occultare la natura generale della guerra globale.

Ma il Venezuela è anche un paese molto cristiano, ma è obiettivo di Bush. Allora?
La guerra contro l’Iran è già incominciata.


Domani forse Bush e Blair “scopriranno” prove dell’implicazione di Teheran negli attentati. Pretenderanno di agire ”Come rappresaglia.” Ma questo, questo sarà proprio la campagna psicologica verso l’opinione pubblica secondo le regole classiche della propaganda di guerra. In realtà la guerra contro l'Iran è già cominciata come dimostra l’ex - ufficiale statunitense Scott Ritter, convertito in analista militare: “Il 16 ottobre del 2002 il presidente Bush dichiarava al popolo statunitense: non ho ordinato l’uso della forza contro l’Iraq. Spero che non sarà necessario.” Ora sappiamo che questa dichiarazione era una bugia. In realtà alla fine di agosto di 2002 il presidente aveva firmato un ordine autorizzando i militari statunitensi per incominciare alcune operazioni militari attive all’interno dell’Iraq.

Nel settembre 2002 la Forza Aerea statunitense aiutata dalla RAF britannica incominciava a bombardare obiettivi all’interno dell’Iraq per indebolire la capacità di difesa anti-aerea e di comando. Nella primavera del 2002 il presidente Bush aveva firmato un ordine segreto autorizzando la CIA e le forze speciali per spiegare unità clandestine in Iraq. Succede oggi la stessa cosa con l’Iran? Sì, indica Ritter:

“Nel momento in cui parliamo stanno avendo luogo voli statunitensi nello spazio aereo iraniano con l’aiuto di aeroplani senza pilota e di altri equipaggiamenti più sofisticati. Violare lo spazio aereo è già un atto di guerra. Nel nord, nel vicino Azerbayán, l’esercito statunitense prepara la base di operazioni per una presenza militare massiccia che annuncia una campagna terrestre importante per appropriarsi di Teheran. L'aviazione statunitense che opera a partire dalle sue basi in Azerbayán, ha accorciato molto la distanza che deve percorrere per attaccare gli obiettivi a Teheran. In realtà, una volta che comincino le ostilità, sarà capace di mantenere una presenza di quasi 24 ore al giorno nello spazio aereo iraniano.” , Edito nella pagina web di Al-Jazeera.

Strategicamente l'Iran si trova in questo momento circondato da basi militari statunitensi disposte su tre fianchi: 1. Afghanistan. 2. Iraq. 3. Azerbayán. Interessante: l’intusione in Azerbayán incominciò molto tempo fa, nel 2000, dopo la guerra contro la Yugoslavia, scrivevamo: “Un segretario aggiunto degli Affari Esteri statunitense si occupa solamente del Caucaso. Una visita solenne di Javier Solana dimostra che la NATO si informa enormemente su questa regione strategica. La NATO si estende nel Caucaso per espellere la Russia da lì. La principale testa di ponte USA nel Caucaso è l’Azerbayán. Washington non può stabilirsi lì in maniera troppo visibile (ma) confida alla Turchia di formare l’esercito dell’Azerbayán." , Michel Collon, (Monopoly, p. 114-116, http://www.michelcollon.info/monopoly.php)


Cinque anni dopo, si vede che l’installazione di basi militari statunitensi e la trasformazione dello Azerbayán in una specie di Israele del Caucaso ha naturalmente la Russia per obiettiva, ma forse ancor di più, l’Iran. Gli strateghi statunitensi calcolano a lungo termine e preparano in anticipo i vari colpi.

Le guerre incominciano sempre prima della data ufficiale Ritter ha ragione: una guerra di Washington incomincia molto prima che sia dichiarata ufficialmente. Oltre i discorsi ufficiali e mediatici, è importante analizzare gli antecedenti e la fine delle ultime guerre.

Primo esempio. Ufficialmente, la prima guerra contro l’Iraq comincia nell’agosto del 1990 quando Sadam Husein occupa il Kuwait. In realtà un anno prima il Congresso USA aveva decretato un sequestro contro l’Iraq, un atto di guerra senza questo nome. La decisione di guerra, in realtà, proviene da un discorso di Sadam che richiamava tutti i paesi del Golfo ad unirsi, ad essere più indipendenti dagli USA. Poteva essere scappatogli Medio oriente. Quella che seguì fu una preparazione mediatica e militare.

Secondo esempio. Ufficialmente USA e NATO si invischiano in una guerra contro i serbi nel 1995, dopo avere aspettato quattro anni dopo l’inizio dei combattimenti locali. In realtà dal 1979 la Germania invia i suoi agenti segreti per distruggere la Yugoslavia e controllare i Balcani. Per quel che riguarda gli USA avevano adottato sanzioni contro la Yugoslavia dal 1990!
Terzo esempio. Ufficialmente, Bush decise di attaccare l’Afghanistan dopo l’11 di settembre del 2001. In realtà già un anno prima gli strateghi del Pentagono avevano indicato che era necessario “cambiare regime” a Kabul, perché i talibani si rifiutavano di firmare un accordo per un oleodotto statunitense strategico verso l’Asia del Sud. Anche la guerra contro l’Iran comincia molto prima del giorno in cui ce l’annunceranno. 

I media aiutano Bush?


Ogni guerra va unita ad una guerra di informazione con una ruolo decisivo. Si tenta di portare, a tutti i costi, i cittadini ad appoggiare la politica dei suoi governanti. Uno dei metodi consiste nel trattare le vittime in modo differente...
Per i grandi media i morti non hanno lo stesso peso. L’impiegato londinese che soffre l’attacco di una bomba verso il suo lavoro pesa mille volte più che il panettiere di Baghdad morto per un missile statunitense mentre faceva il suo pane...
Il passato 1° di Luglio un bombardiere statunitense B-52 lanciava alcuni missili teleguidati contro un blocco di abitazioni nella provincia di Kunar in Afghanistan ed ammazzava almeno 17 persone, specialmente donne e bambini. Che dirigenti europei protestarono contro questa barbarie? Quali media diedero alla sofferenza degli afgani lo stesso valore di quello dato

ai londinesi? 

Si tratta di una legge giornalistica ineludibile, risponderanno i media, la famosa “legge del morto/chilometro”. Si suppone che sia più interessante un morto per strada che dieci nella città vicine o mille morti in un altro continente. Ma quello che si dimenticano di dire è che dipende molto dal valore che concedono a questi morti i media che li presentano... Se viene fornita un’immagine emotiva, se una persona vicina descrive in maniera concreta la sua vita e la sua morte, se si tiene veramente in conto la sofferenza della sua famiglia, allora una vittima lontana può convertirsi in prossimo. Un esempio...:

Quando nel 1991 i media occidentali decisero che bisognava farci piangere per le “vittime di Saddam” ci mostrarono le lacrime di una giovane infermiera kuwaitiana che raccontava come i soldati iracheni avevano rubato centinaia di incubatrici a Kuwait-City ed assassinato i bebè, e tutti abbiamo pianto. Benché fosse lontano.

Ma subito si è saputo che la giovane non era infermiera, che non era stato mai in quella maternità e che mentiva assolutamente con una messa in scena hollywoodiana perché quelle incubatrici non erano state rubate. Questa bugia mediatica, ampiamente invalsa, ebbe un impatto enorme e permise a Bush padre di far sì che l’opinione pubblica internazionale approvasse la sua guerra. Questo prova che la cosa essenziale non è la quantità di chilometri, bensì la decisione mediatica di trovare certe vittime importanti ed altre che non lo sono.

Nei periodi di guerra, calda o fredda, i nostri “amici” morti pesano mille volte di più che i nostri nemici, quelli che resistono alle nostre multinazionali. Questi “due pesi, due misure” è in realtà una conseguenza di un’educazione “etnocentrica”, cioè, che fa di Europa e USA il centro del mondo, incaricato di portare la democrazia o la civiltà al resto del mondo, più arretrato, e che deve raggiungerci. Questo schema dissimula l’imperialismo e la nostra dominazione imperiale su questo mondo.

Non sviluppiamo oltre questo tema, molto importante naturalmente, del ruolo combattente dei media. Rimettiamo al nostro testo sui principi della propaganda di guerra”:
Le droit à l'information, un combat." http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2004-01-01%2020:34:14&log=articles < http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2004-01-01%2020:34:14&log=articles >

La fatalità non esiste È un fatto: non siamo riusciti ad ostacolare né la guerra contro Iraq, né la guerra contro la Yugoslavia, né contro l'Afghanistan, per non parlare della Palestina o del Congo.


Movimento per la pace, siamo condannati a perdere sempre?

No, la fatalità non esiste. Nel 2003 le manifestazioni contro la guerra, organizzate in tutto il mondo, riunirono il maggiore numero di persone mai visto. Ed in ogni paese in cui andiamo constatiamo che Bush preoccupa sempre di più, che ogni volta si smaschera maggiormente l’ipocrisia dei suoi pretesti e che la collera aumenta. Ovviamente, tutto il mondo si fa la domanda su chi beneficia degli attentati di Londra. E quelli che possano succedere a Roma, Copenhagen o Amsterdam? La stessa cosa che a Bruxelles se permettiamo che la NATO si invischi sempre di più nella complicità con Bush in Iraq.

Chi beneficia di questi attentati? Bush e Blair che ne approfitteranno per stringere le file ed intraprendere nuove guerre all’infinito? Oppure le forze di pace che potranno dimostrare ancora meglio che tanto Londra che Baghdad hanno avuto già abbastanza morti e che l’occupazione per il petrolio deve finire perché il terrore genera terrore e perché senza giustizia il mondo non starà mai in pace?

Chi sarà più forte, i media o i nostri? L’aggressività di Bush e Blair non deve ingannare.

È un segno di debolezza. La sua unica opportunità di continuare la guerra è dividere i popoli.

La sua “forza” poggia sull’informazione mozza, sulle bugie mediatiche di demonizzazione, sul dissimulare gli interessi economici, pertanto, se tutti ci lanciamo nella battaglia della contro-infrmazione scopriamo anche la sua debolezza. La costruzione di un’informazione alternativa per mezzo di Internet, per mezzo del lavoro di discussione, paziente, concreto, argomentato; se ci applichiamo su gran scala, ecco l’antidoto della propaganda di guerra. A noi sta il costruire la propaganda per la pace!

Questa contro - informazione è indispensabile per salvare vite. Perché i morti di Londra sono vittime delle guerre perpetrate nel suo nome. E del fatto che ancora le popolazioni occidentali non hanno compreso sufficientemente la natura criminale di questo occupazione - rapina dell’Iraq. Il giorno in cui la presa di coscienza sia ancora più forte, fermerà questa guerra come fermò quella del Vietnam.

Sono troppo forti “di fronte e davanti?” Tre esempi recenti dimostrano che non è così:

1. Aznar tentò di ingannare nelle elezioni spagnole del 2004 demonizzando l’ETA per gli attentati di Madrid. Fallì grazie all'informazione popolare di base: Internet e SMS.
2. Durante il colpo di Stato contro Chávez del 2002, i media pro-statunitensi, quasi monopolisti, appoggiarono i golpisti occultando al paese la resistenza del popolo di Caracas. Ma l’informazione circolò ad ogni modo grazie ad Internet, agli  SMS, a motociclisti che andavano informando di quartiere in quartiere, eccetera...
3. Tutti media francesi appoggiarono il “Sì” nel referendum sulla Costituzione europea violando tutti i principi di deontologia giornalistica. Ma furono vinti da un’ampia mobilitazione di base e con Internet.
Questi tre esempi recenti dimostrano che i media del sistema non sono invincibili. L’informazione del popolo può essere più forte.

In questo senso il movimento belga “Stop Usa”, a cui partecipo a Bruxelles, ha appena lanciato alcune lettera/petizione dirette al primo ministro belga, con un interessante progetto di Sfumatura sull’occupazione dell’Iraq. Il testo è: “Disapprovo le guerre di Bush per il petrolio o per dominare il mondo. Mi rifiuto di essere complice di esse per mezzo del silenzio o della partecipazione, benché sia indiretta, del Belgio.” Spendendoci affinché queste lettere si firmino dappertutto, coi gruppi di base di Stop Usa, constatiamo che abbiamo un’accoglienza molto buona. Ma anche che la gente è ancora poco informata. Molto pochi sanno che il Belgio presta il porto di Anversa a Bush per il transito delle sue armi verso l’Iraq, molto pochi sanno che le armi nucleari statunitensi stazionano clandestinamente nel nostro territorio e che l’invio delle nostre truppe in Afghanistan serve per liberare le forze statunitensi per aggredire l’Iraq.

Ma quando li si è informati, si constata una volontà generale di diventare più attivi contro le guerre di Bush. Di lì la responsabilità che abbiamo tutti noi. Qui, in Europa, è assolutamente necessario aumentare la pressione per isolare Bush e Blair.
Il popolo spagnolo seppe imporre la ritirata delle sue truppe. Bisogna andare più lontano, per mezzo del lavoro di informazione, di discussione e di petizione. Concretamente: che nessun governo europeo possa aiutare la guerra in Iraq, benché in forma indiretta e limitata! Si dovrebbe organizzarsi su scala europea una campagna “Io non voglio essere complice.”

PS. Per contattare questa campagna Stop Usa, per vedere il progetto, informarvi od ottenere queste mappe: http://www.stopusa.be/home/index.php?langue=1 Sulle bugie mediatiche delle guerre precedenti: http://www.michelcollon.info/archives_testm.php