da Rebelion
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=17877
Michel Collon
Dopo aver
condannato il barbaro atto commesso a Londra, si tratta ora di difendere la
memoria di queste vittime. Perché Blair e Bush tentano di utilizzare la loro
morte per imporre ancora più aggressioni e sofferenze? Lo ha fatto lo stesso
giorno Bush con l’Iran.
Vittime del terrorismo? Sì. Ma soprattutto del grande terrorismo di Stato. Il
terrorismo dei più forti che per continuare a bombardare e torturare un popolo
il cui unico peccato è quello di volere continuare ad essere padroni del loro
petrolio, della loro vita, del futuro dei loro figli.
E nel frattempo, a Baghdad è King's Cross tutti i giorni. A causa di Blair.
Domande preoccupanti in questi momenti di manipolazione politico- mediatica
dell’emozione. Bisogna mantenersi freddi e porsi due domande:
1. Che cosa
nascondono? 2. A chi giova?
Il venerdì un alto responsabile della polizia londinese dichiarava: “Nessun
segno permetteva di prevedere ciò che sarebbe successo” (Reuters, 8 Luglio). In
realtà il mondo intero sapeva che dopo New York e Madrid sarebbe venuta Londra.
Da mesi si annunciava che in Gran Bretagna si stava per celebrare il G8,
momento evidentemente propizio. Ora, in giugno i servizi d’informazione
britannici avevano stranamente calato il “livello di minaccia” da “grave,
generale” a “importante.”
Anche dopo l’11 di settembre i servizi d’informazione statunitensi affermarono
subito che non avevano previsto niente. Ma diverse investigazioni seguenti
dimostrarono che sapevano molte cose e che si erano mostrati curiosamente
negligenti, per non dire più.
Si veda in particolare: “11 septembre, pourquoi ils ont laissé faire essi pirates dell'air”, Peter Franssen, (www.epo.be http://www.epo.be, 2002)
A chi giova?
Gli attentati di Londra capitano in un buon momento per i sostenitori della
guerra. Bush aveva sempre più difficoltà a causa del suo flagrante fallimento
in Iraq. Dal proprio partito si sollevavano voci a beneficio della ritirata. Il
suo ultimo discorso su “un mondo più sicuro e di maggiore libertà” non aveva
convinto nessuno. E Blair era isolato in Europa.
La soluzione? “Per unirci abbiamo bisogno di un nemico comune”, affermava
Condoleeeza Rice. E come ottenerlo? C'è qui la risposta di David Rockefeller
(dirigente di Esso, della Chase Manhattan Bank) ma anche dell’onnipotente
Council for Foreign Relations dove il fior fiore degli industriali e politici
del pianeta elaborano la strategia generale per dirigere il mondo:
“Ci troviamo alla vigilia di una trasformazione globale. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è una buona crisi e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale”. Bush e Blair hanno bisogno del terrorismo, necessitano che le popolazioni si sentano in pericolo. Per approvare la sua guerra globale, per nascondere che questa serve unicamente alle multinazionali, bisogna mettere paura ai cittadini affinché appoggino la politica violenta dei loro governanti, come bene ha dimostrato Michael Moore nel suo film “Bowling for Columbine”.
Gli attentati di Londra sono dannosi per la pace.
Gli autori degli attentati a Londra non hanno niente in comune con la vera resistenza
che si dirige contro i militari o i collaborazionisti, non contro i civili.
Assassinare civili innocenti aiuta Blair e Bush a serrare le fila dietro di
loro, a provocare una falsa identificazione, quella del “tutti” siamo in
pericolo, mentre in realtà la loro guerra gira anche contro la popolazione
della Gran Bretagna e degli USA. Ritorneremo su questo punto.
Dopo l’11 di settembre del 2001, in una settimana Bush ottenne che si
approvasse il suo programma di guerra in Afghanistan ed Iraq, preparata molto
tempo prima. E ad alta velocità, [che si approvasse] la sua legge “Patriot
Act”, offensiva generale contro le libertà negli stessi Stati Uniti. Un
pacchetto di leggi tanto imponente e complesso che sarebbe stato necessario
almeno un anno per prepararlo. Non dimentichiamo che la stessa notte dell’11 di
settembre Rumsfeld, ministro dell’Esercito, dichiarava: “Quello che è successo
convince che questo paese deve, con ogni urgenza, aumentare le sue spese per la
Difesa e che se è necessario il denaro per finanziare queste spese militari
deve uscire dalle cassapanche della Previdenza sociale.” (?) Piani, pertanto,
preparati molto tempo prima dal complesso militare-industriale.
C'è qui la risposta alla domanda “A chi giova il crimine? “.
Con ogni
probabilità, domani Blair ed altri, come Sarkozy, verranno un’altra volta a
spiegarci che bisogna “tirare fuori denaro dalla Previdenza sociale per
aumentare le spese militari e repressive”.
Chi è responsabile della povertà? Dopo gli attentati vedemmo Bush uscire dal
castello di Glenneagles e dirigersi alle camere con voce tremula per elogiare
“alcune persone che qui, nel G-8, cercano di risolvere la povertà in Africa.”
In realtà, se un bambino muore a causa della povertà ogni tre secondi è causa
di Bush e delle multinazionali.
La povertà del terzo mondo non cade dal cielo. È la conseguenza di cinque
secoli di rapina brutale delle materie prime e, ancora oggi, delle relazioni
economiche imposte alle colonie - questa parola continua ad essere valida -.
Per mezzo di queste relazioni ingiuste le multinazionali continuano a succhiare
le ricchezze del terzo mondo e ad approfondire in modo sempre più drammatico le
differenze.
E quando un paese vuole assicurare il suo sviluppo con indipendenza, quando
vuole semplicemente ottenere gli stessi benefici del suo petrolio, delle sue
ricchezze naturali o della sua manodopera, come reagiscono le grandi potenze?
In primo luogo, tentano di sottometterlo per mezzo del ricatto del FMI e della
Banca Mondiale perché abbandoni le sue industrie, i suoi servizi pubblici per
la popolazione. Se questo non basta, passa al sequestro economico, alle guerre
civili alimentate dall’esterno, e infine, ai bombardamenti o ai colpi di Stato
della CIA.
La Guerra dei Cento Anni
Quando cadde il Muro, il capitalismo trionfante ci promise un nuovo ordine
mondiale fatto di democrazia e di pace duratura. Ma ad una gran parte
dell’umanità gli è sempre rifiutato il primo diritto umano, quello di
soddisfare la fame. E le guerre USA, dirette o indirette, si sono moltiplicate:
Iraq, Yugoslavia, Afghanistan, Congo, Caucaso... Ed i prossimi obiettivi sono
stati già segnalati da Washington: Iran, Siria, Corea, Cuba, Venezuela,
Zimbabwe, eccetera...
In realtà, dopo la caduta dell’URSS e lo stravolgimento dei rapporti di forza
internazionali, gli USA si sono lanciati ad una guerra dei Cento Anni, di cui
ognuna delle guerre parziali è una tappa. Questa guerra globale ha tre
obiettivi che sono strettamente collegati:
1.
Controllare le materie prime, soprattutto l’energia, e potere privarla ai
rivali.
2. Finire con ogni Stato del terzo mondo che sia troppo indipendente.
3. Subordinare le altre grandi potenze: Europa, Giappone, Russia...
In realtà, questa guerra dei Cento Anni per ricolonizzare il pianeta, questa militarizzazione
delle relazioni internazionali, è l’unica “soluzione” che vedono le
multinazionali statunitensi per uscire dalla crisi che loro stesse hanno
creato. Come hanno provocato questa crisi? Da un lato, impoverendo i propri
lavoratori e dall’altro quelli del terzo mondo, fatto che di conseguenza ha
aumentato le differenze tra le ricchezze e rovinato i consumatori. Un circolo
vizioso.
Questa crisi economica strutturale è insolubile perché è una crisi dovuta
all’abisso esistente tra ricchi e poveri; è la crisi inevitabile di un sistema
ingiusto. E la guerra non si deve al carattere di Bush o della sua squadra, no,
è una strategia per “uscire dalla crisi” rinforzando il dominio sul mondo e le
sue ricchezze. La guerra è la conseguenza delle leggi della guerra economica.
Il controllo delle materie prime ha l’obiettivo di assicurare un vantaggio
decisivo nella competenza esacerbata tra le multinazionali. Chi non ottenga
questo vantaggio non sopravvivrà alla guerra economica. E siccome i mezzi per
guadagnare non sono limitati da nessuna morale, la guerra fa parte di questi
mezzi.
Perché attaccare l’Iran? Perché l’Iran è il prossimo obiettivo? Perché questo
paese possiede alcune importanti riserve petrolifere, perché è la potenza più
importante della regione e si rifiuta di sottomettersi ad Israele, perché i
recenti tentativi di fare capitolare Teheran sono falliti.
L’obiettivo di attaccare l’Iran in realtà è controllare l'insieme del petrolio
tanto del Medio oriente come di tutto il pianeta per permettere agli USA di
esercitare un ricatto sull’approvvigionamento petrolifero dei suoi rivali:
Europa, Cina, Giappone. Chi desideri controllare il mondo deve controllarne
tutte le sue fonti d’energia.
Ma si tenta anche di impedire che si costituisca in Asia un’alleanza tra
potenze resistenti.
La guerra globale è cominciata dopo l’11 di settembre, scrivevamo: ovviamente, il principio di ogni politica imperialista continua ad essere “Dividi ed impera” C'è qui quello che temono soprattutto gli USA in questo continente asiatico, così come spiega Brzezinski: “la Cina potrebbe essere il pilastro di un’alleanza anti-egemonica: Cina - Russia - Iran.” Questo è, evidentemente, l’obiettivo ultimo della guerra globale dato che [la Cina] è il maggiore mercato del futuro ed il più potente dei paesi indipendenti. Da allora, gli USA decisero in realtà di continuare ad essere l’unica superpotenza, la Cina era quindi il suo nemico numero uno. Tutto quello che gli USA stanno facendo nel continente asiatico bisogna capirlo da questa prospettiva. Soprattutto l’accerchiamento della Cina che si è risolto con l’installazione di basi militari in Afghanistan e che prosegue attraverso ogni episodio della guerra globale
Ogni guerra è anche contro tutti noi.
Bush e Blair vogliono farci credere che si intraprendono queste guerre per
difendere il nostro livello di vita, in Europa ed in USA. Che abbiamo gli
stessi interessi di fronte ai “paesi canaglie”.
Falso. Attaccare l’Iraq ha beneficiato solo le multinazionali del petrolio, di
armamenti, della costruzione e delle finanze. Allo stesso modo, al di là delle
multiple bugie mediatiche, la guerra contro la Yugoslavia non fu un atto
umanitario, fu una privatizzazione per mezzo delle bombe.
Il vero obiettivo delle grandi potenze - lo testimoniano i loro stessi
documenti strategici - era prendere il controllo di un’economia che continuava
ad essere indipendente dalle multinazionali ed il controllo di una manodopera
che voleva conservare i diritti sociali dell’autogestione.
Finendola con questi sogni di indipendenza si lanciava un avvertimento ad
Europa e Russia: Abbandonate ogni sogno di liberarvi dalle multinazionali!.
Inoltre, si prendeva possesso della manodopera [dei paesi] dell’est, per
delocalizzare le sue fabbriche, per importare da questi paesi una quantità
d’idraulici polacchi, in competenza coi lavoratori di qui per fare abbassare i
salari ed aumenta i benefici.
Questa è la ragione per la quale la globalizzazione e la guerra sono le due
facce della stessa medaglia. L’obiettivo della globalizzazione è mettere tutti
i paesi del mondo sotto una pressione massima delle multinazionali, sotto un
ricatto generalizzato, specialmente rispetto alle condizioni lavorative. E la
guerra non è altro che il randello quando un paese si nega a questo ricatto.
Tutto questo dimostra che una guerra di aggressione di Bush e Blair (o magari
domani una guerra scatenata dall’Unione Europea?) non serve agli interessi dai
lavoratori statunitensi o europei. Al contrario, sono loro che la pagano. In
primo luogo fornendo le vittime, sia soldati sia vittime di attentati, ma anche
e soprattutto essendo tutti essi vittime di un ricatto sociale che li
sommergerà nella disoccupazione o nella iperprecarietà lavorativa. In una
parola, la guerra di Bush e Blair è la guerra dei ricchi contro i poveri. È una
guerra contro il futuro dell’umanità. Finirla con la povertà, finirla con la
guerra è combattere Bush e Blair. Non esiste una via di mezzo.
Next Stop Teherán
Dopo gli attentati di Londra, Bush si è affrettato a denunciare la “minaccia
iraniana.” Ma in realtà è da molto tempo che sta preparando la sua guerra
contro questo paese. Perché le guerre non incominciano con le bombe.
Prima è
necessario una preparazione: - Militare: preparare la logistica e le basi di
appoggio dell’attacco, ritorneremo su ciò. - Mediatica: preparare l’opinione
pubblica demonizzando il paese che si vuole in modo ossessivo.
Questa preparazione mediatica consiste in una propaganda di guerra che gioca
sul conscio e l’inconscio.
Tema n° 1. Le armi di distruzione di massa.
Da mesi i
media occidentali mettono in rilievo e concentrano l’attenzione, come Bush, su
“la minaccia nucleare iraniana.” Mentre Israele possiede duecento testate
nucleari clandestine e ha già aggredito tutti i suoi vicini, l’unico pericolo
che vogliono farci temere è Teheran.
Naturalmente, le armi nucleari sono una piaga che bisogna eliminare, ma perché
dovremmo fidarci di più di quelle di Bush e Sharon? Come si può rifiutare il
diritto di un paese a difendersi da un’aggressione? Tuttavia, sappiamo che
Baghdad e Belgrado sono stati attaccate impunemente precisamente perché non
avevano con che cosa difendersi almeno un po'!
Tema n° 2. Il "terrorismo islamista. “Come l’argomento delle armi aveva
ridicolizzato Bush nel caso dell’Iraq, si aggiunge ora quello del “terrorismo
islamista." Ben agitato, questo tema ha il vantaggio di crearci paura “in
casa.” Senza dubbio domani pseudo-rivelazioni dei servizi di sicurezza
statunitensi o britannici, compiacentemente sostituite, tenteranno di convincerci
che Teheran era dietro gli attentati. Esattamente come Bush tentò di collegare
Saddam con Al Qaida.
Tema n° 3. La democrazia. Visto il fallimento dell’argomento n. 2 nel caso
iracheno, i redattori dei discorsi di Bush ci vendono ora la guerra con un
altro argomento di marketing: la democrazia. Si tenterebbe di vincere per “la
libertà” tutti quei (molti) paesi attaccati.
Risulta
spiritoso, sapendo che la famiglia Bush costruì la sua fortuna collaborando con
Hitler e dopo con Ben Laden. E che quando George Bush padre stava alla testa
della CIA protesse i peggiori dittatori tanto dell’America latina come di altri
posti. Ma se i media non insistono troppo su questo nero passato il tema della
democrazia può ancora dare risultato.
Sul piano delle libertà ognuno è libero di pensare quello che vuole sui
dirigenti iraniani, ma una cosa è sicura: la questione non è quella. Non è per
la bella faccia della democrazia che Bush tenta di mettere le mani su questo
paese, è precisamente per il suo oro nero.
D’altra parte, è credibile che gli USA pretendano di esportare la democrazia in
Iran? Nel 1953 un colpo di Stato guidato dalla CIA. abbattè il primo ministro
Mossadegh, troppo indipendente rispetto al petrolio. Dopo, sei presidenti
successivi USA imposero al paese iraniano la dittatura fascista dello Sha
Pahlevi e dei terribili torturatori della Savak: 300.000 torturati in venti
anni. Un po’ amnesici, quelli che danno lezioni!
E’ ora di lasciare le chiacchiere “Né Bush, né gli ayatollahs”. Vedremo
risorgere questa pio slogan, molto diffusa tra la sinistra light, dopo che ha
già fatto tanto male a proposito di Iraq o della Yugoslavia?
Nel 2001 denunciavamo l’effetto nefasto degli slogan “Né Bush, né Saddam”, “Né
la NATO, né Milosevic”, “Né Sharon, né Arafat”: “Da dodici anni questa
posizione dominante nella sinistra intellettuale europea condanna il movimento
contro la guerra alla passività. Perché mette sul piano di parità gli
aggressori con gli aggrediti. Se tutti sono ugualmente cattivi non c’è ragione
di fare qualcosa per fermare l’aggressione.
Il “Né, né” è il cancro del movimento contro la guerra. Bisogna finirla. Non
sono Sadam o Milosevic quelli che minacciano il mondo intero, è Bush. Non sono
la Yugoslavia o l’Iraq quelli che ogni giorno condannano a morte a 35.000
bambini del terzo mondo, sono le multinazionali..
Gli Stati Uniti minacciano da tutte le parti la pace del mondo. Non sono i
governi occidentali che devono decidere chi deve dirigere quel paese del terzo
e secondo quali interessi. A chi spetta decidere è ai loro popoli. Ma se si
lascia che Washington occupi queste regioni nessuna lotta sociale o democratica
sarà più facile, tutto il contrario. Le uniche che ci guadagnano sono le
multinazionali.”
(“Sulla Yugoslavia”: http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2002-11-01%2017:05:32&log=articles
<
http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2002-11-01%2017:05:32&log=articles
>)
Con l'occupazione dell’Iraq ne abbiamo una prova in più. Ha risolto uno solo
dei problemi del paese o, al contrario, li ha peggiorati drammaticamente?
Il contro esempio del Venezuela può forse dare un grammo di credito alla
“guerra per la democrazia?” Per capirci valutiamo l’esempio del Venezuela.
Abbiamo lì un presidente, Hugo Chávez, che ha vinto nove elezioni in sei anni,
aumentando i suoi voti. Che cosa fa Bush? Consegna varie decine di milioni alla
CIA secondo gli stessi documenti statunitensi, per abbattere democraticamente
un presidente eletto. A tutti i costi possibili... Anno 2002: tentato Colpo di
Stato. Fallimento. Anno 2003: sabotaggio dell’industria petrolifera.
Fallimento. Anno 2004: campagna di intossicazione [informativa] con costi
enormi per tentare di espellerlo per mezzo di un referendum sotto pressione
internazionale. Fallimento.
Furioso, Bush muore dalla voglia di invadere lui stesso il Venezuela. Con
qualunque pretesto. Per esempio, “scoprendo” lì terroristi o decretando che la
vicina Colombia è “minacciata.”
Ma è
talmente impantanato in Iraq che non può farlo. Non c'è modo di portare
simultaneamente due grandi guerre. L’attuale resistenza del popolo iracheno sta
salvando, in realtà, gli altri paesi minacciati. Quella che Bush rimprovera a Chávez non è la mancanza di
democrazia, bisogna andare in Venezuela per misurare fino a che punto si
mobilitano le persone semplici per tutti i problemi della loro vita e del loro
futuro. No, quello che Bush rimprovera a Chávez è che i proventi del petrolio
del Venezuela siano “deviati” per finanziare progetti di alfabetizzazione, di
lotta contro la miseria e di servizi sanitari per tutti, invece di servire,
come in altri posti, per arricchire Esso e Shell. Quindi, sotto Chávez, il
ribelle, il “populista” che da cattivo esempio facendo credere che il petrolio
appartiene al suo paese!
Questo esempio del Venezuela prova che in assoluto le guerre USA non hanno per
obiettivo la libertà o la democrazia, ma soltanto l’oro nero e il dominio del
mondo. Supponiamo che domani i dirigenti di Teheran si sottomettono alla
volontà di Esso e Shell, come fanno i regimi arabi “amici” del Kuwait o degli
Emirati... Si sentirebbero allora tutte queste campagne di critiche sui suoi
armamenti o sulla loro concezione della donna?
Dividere per mezzo della religione?
In sintesi, ovunque si guardi, nessuno dei temi dell’attuale propaganda di
guerra - nucleare, terrorismo, dittatura - sopporta un’analisi obiettiva.
Questa è la ragione per la quale la propaganda di guerra si dirige soprattutto
all’inconscio...
Quando si parla di “terrorismo islamista” si manipola il pubblico. Gli è fatto
credere che una religione particolare è pericolosa. Benché a voce, ovviamente,
si dica solennemente che i musulmani sono persone a posto, eccetera,
eccetera... l’espressione stessa che collega il terrorismo con una religione è
una trappola.
Immaginiamo. Dato che gli atti d’aggressione commessi da Bush e Blair violano
sistematicamente il diritto internazionale e che giuridicamente può essere
qualificato come terrorismo di Stato, che cosa diremmo noi se la stampa dei
paesi musulmani parlasse di “terrorismo cristiano?” Evidentemente,
risponderemmo che la maggioranza dei cristiani del mondo condanna Bush e che,
pertanto, la spiegazione è un’altra.
In effetti, la guerra globale non è una guerra di religione, è una guerra
economica. Sono Bush e Blair che hanno interesse in dividere ai suoi rivali
demonizzando una religione. Se il terrorismo è “islamista”, allora ogni
musulmano si trasforma in un sospetto potenziale, in aeroplano, sul metro o
nella moschea. Non si deve aggiungere molto più. Secoli di disprezzo coloniale,
decine d’anni col tema dell’arabo che viene a rubarci il lavoro, mentre siamo
noi che abbiamo rubato le loro ricchezze, tutto ciò costituisce una rampa di
lancio preparata per demonizzare i musulmani. Così come si demonizzarono gli
ebrei negli anni trenta.
L’argomento della “religione pericolosa” serve per dividere i popoli del mondo,
per attrarre l’attenzione su tale o tal altro fenomeno particolare col fine di
occultare la natura generale della guerra globale.
Ma il Venezuela
è anche un paese molto cristiano, ma è obiettivo di Bush. Allora?
La guerra contro l’Iran è già incominciata.
Domani forse Bush e Blair “scopriranno” prove dell’implicazione di Teheran
negli attentati. Pretenderanno di agire ”Come rappresaglia.” Ma questo, questo
sarà proprio la campagna psicologica verso l’opinione pubblica secondo le
regole classiche della propaganda di guerra. In realtà la guerra contro l'Iran
è già cominciata come dimostra l’ex - ufficiale statunitense Scott Ritter,
convertito in analista militare: “Il 16 ottobre del 2002 il presidente Bush
dichiarava al popolo statunitense: non ho ordinato l’uso della forza contro
l’Iraq. Spero che non sarà necessario.” Ora sappiamo che questa dichiarazione
era una bugia. In realtà alla fine di agosto di 2002 il presidente aveva
firmato un ordine autorizzando i militari statunitensi per incominciare alcune
operazioni militari attive all’interno dell’Iraq.
Nel settembre 2002 la Forza Aerea statunitense aiutata dalla RAF britannica
incominciava a bombardare obiettivi all’interno dell’Iraq per indebolire la
capacità di difesa anti-aerea e di comando. Nella primavera del 2002 il
presidente Bush aveva firmato un ordine segreto autorizzando la CIA e le forze
speciali per spiegare unità clandestine in Iraq. Succede oggi la stessa cosa
con l’Iran? Sì, indica Ritter:
“Nel
momento in cui parliamo stanno avendo luogo voli statunitensi nello spazio
aereo iraniano con l’aiuto di aeroplani senza pilota e di altri equipaggiamenti
più sofisticati. Violare lo spazio aereo è già un atto di guerra. Nel nord, nel
vicino Azerbayán, l’esercito statunitense prepara la base di operazioni per una
presenza militare massiccia che annuncia una campagna terrestre importante per
appropriarsi di Teheran. L'aviazione statunitense che opera a partire dalle sue
basi in Azerbayán, ha accorciato molto la distanza che deve percorrere per
attaccare gli obiettivi a Teheran. In realtà, una volta che comincino le
ostilità, sarà capace di mantenere una presenza di quasi 24 ore al giorno nello
spazio aereo iraniano.” , Edito nella pagina web di Al-Jazeera.
Strategicamente l'Iran si trova in questo momento circondato da basi militari
statunitensi disposte su tre fianchi: 1. Afghanistan. 2. Iraq. 3. Azerbayán. Interessante: l’intusione in
Azerbayán incominciò molto tempo fa, nel 2000, dopo la guerra contro la
Yugoslavia, scrivevamo: “Un segretario aggiunto degli Affari Esteri
statunitense si occupa solamente del Caucaso. Una visita solenne di Javier
Solana dimostra che la NATO si informa enormemente su questa regione
strategica. La NATO si estende nel Caucaso per espellere la Russia da lì. La
principale testa di ponte USA nel Caucaso è l’Azerbayán. Washington non può
stabilirsi lì in maniera troppo visibile (ma) confida alla Turchia di formare
l’esercito dell’Azerbayán." , Michel Collon, (Monopoly, p. 114-116,
http://www.michelcollon.info/monopoly.php)
Cinque anni dopo, si vede che l’installazione di basi militari statunitensi e
la trasformazione dello Azerbayán in una specie di Israele del Caucaso ha
naturalmente la Russia per obiettiva, ma forse ancor di più, l’Iran. Gli
strateghi statunitensi calcolano a lungo termine e preparano in anticipo i vari
colpi.
Le guerre incominciano sempre prima della data ufficiale Ritter ha ragione: una
guerra di Washington incomincia molto prima che sia dichiarata ufficialmente.
Oltre i discorsi ufficiali e mediatici, è importante analizzare gli antecedenti
e la fine delle ultime guerre.
Primo esempio. Ufficialmente, la prima guerra contro l’Iraq comincia
nell’agosto del 1990 quando Sadam Husein occupa il Kuwait. In realtà un anno
prima il Congresso USA aveva decretato un sequestro contro l’Iraq, un atto di
guerra senza questo nome. La decisione di guerra, in realtà, proviene da un
discorso di Sadam che richiamava tutti i paesi del Golfo ad unirsi, ad essere
più indipendenti dagli USA. Poteva essere scappatogli Medio oriente. Quella che
seguì fu una preparazione mediatica e militare.
Secondo esempio. Ufficialmente USA e NATO si invischiano in una guerra contro i
serbi nel 1995, dopo avere aspettato quattro anni dopo l’inizio dei
combattimenti locali. In realtà dal 1979 la Germania invia i suoi agenti
segreti per distruggere la Yugoslavia e controllare i Balcani. Per quel che
riguarda gli USA avevano adottato sanzioni contro la Yugoslavia dal 1990!
Terzo esempio. Ufficialmente, Bush decise di attaccare l’Afghanistan dopo l’11
di settembre del 2001. In realtà già un anno prima gli strateghi del Pentagono
avevano indicato che era necessario “cambiare regime” a Kabul, perché i
talibani si rifiutavano di firmare un accordo per un oleodotto statunitense
strategico verso l’Asia del Sud. Anche la guerra contro l’Iran comincia molto
prima del giorno in cui ce l’annunceranno.
I media aiutano Bush?
Ogni guerra va unita ad una guerra di informazione con una ruolo decisivo. Si
tenta di portare, a tutti i costi, i cittadini ad appoggiare la politica dei
suoi governanti. Uno dei metodi consiste nel trattare le vittime in modo
differente...
Per i grandi media i morti non hanno lo stesso peso. L’impiegato londinese che
soffre l’attacco di una bomba verso il suo lavoro pesa mille volte più che il
panettiere di Baghdad morto per un missile statunitense mentre faceva il suo
pane...
Il passato 1° di Luglio un bombardiere statunitense B-52 lanciava alcuni
missili teleguidati contro un blocco di abitazioni nella provincia di Kunar in
Afghanistan ed ammazzava almeno 17 persone, specialmente donne e bambini. Che
dirigenti europei protestarono contro questa barbarie? Quali media diedero alla
sofferenza degli afgani lo stesso valore di quello dato
ai
londinesi?
Si tratta di una legge giornalistica ineludibile, risponderanno i media, la
famosa “legge del morto/chilometro”. Si suppone che sia più interessante un
morto per strada che dieci nella città vicine o mille morti in un altro
continente. Ma quello che si dimenticano di dire è che dipende molto dal valore
che concedono a questi morti i media che li presentano... Se viene fornita
un’immagine emotiva, se una persona vicina descrive in maniera concreta la sua
vita e la sua morte, se si tiene veramente in conto la sofferenza della sua
famiglia, allora una vittima lontana può convertirsi in prossimo. Un
esempio...:
Quando nel 1991 i media occidentali decisero che bisognava farci piangere per
le “vittime di Saddam” ci mostrarono le lacrime di una giovane infermiera
kuwaitiana che raccontava come i soldati iracheni avevano rubato centinaia di
incubatrici a Kuwait-City ed assassinato i bebè, e tutti abbiamo pianto. Benché
fosse lontano.
Ma subito si è saputo che la giovane non era infermiera, che non era stato mai
in quella maternità e che mentiva assolutamente con una messa in scena
hollywoodiana perché quelle incubatrici non erano state rubate. Questa bugia
mediatica, ampiamente invalsa, ebbe un impatto enorme e permise a Bush padre di
far sì che l’opinione pubblica internazionale approvasse la sua guerra. Questo
prova che la cosa essenziale non è la quantità di chilometri, bensì la
decisione mediatica di trovare certe vittime importanti ed altre che non lo
sono.
Nei periodi di guerra, calda o fredda, i nostri “amici” morti pesano mille
volte di più che i nostri nemici, quelli che resistono alle nostre
multinazionali. Questi “due pesi, due misure” è in realtà una conseguenza di
un’educazione “etnocentrica”, cioè, che fa di Europa e USA il centro del mondo,
incaricato di portare la democrazia o la civiltà al resto del mondo, più
arretrato, e che deve raggiungerci. Questo schema dissimula l’imperialismo e la
nostra dominazione imperiale su questo mondo.
Non sviluppiamo oltre questo tema, molto importante naturalmente, del ruolo
combattente dei media. Rimettiamo al nostro testo sui principi della propaganda
di guerra”:
Le droit à l'information, un combat." http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2004-01-01%2020:34:14&log=articles
<
http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2004-01-01%2020:34:14&log=articles
>
La fatalità non esiste È un fatto: non siamo riusciti ad ostacolare né la
guerra contro Iraq, né la guerra contro la Yugoslavia, né contro l'Afghanistan,
per non parlare della Palestina o del Congo.
Movimento per la pace, siamo condannati a perdere sempre?
No, la fatalità non esiste. Nel 2003 le manifestazioni contro la guerra,
organizzate in tutto il mondo, riunirono il maggiore numero di persone mai
visto. Ed in ogni paese in cui andiamo constatiamo che Bush preoccupa sempre di
più, che ogni volta si smaschera maggiormente l’ipocrisia dei suoi pretesti e
che la collera aumenta. Ovviamente, tutto il mondo si fa la domanda su chi
beneficia degli attentati di Londra. E quelli che possano succedere a Roma,
Copenhagen o Amsterdam? La stessa cosa che a Bruxelles se permettiamo che la
NATO si invischi sempre di più nella complicità con Bush in Iraq.
Chi beneficia di questi attentati? Bush e Blair che ne approfitteranno per
stringere le file ed intraprendere nuove guerre all’infinito? Oppure le forze
di pace che potranno dimostrare ancora meglio che tanto Londra che Baghdad
hanno avuto già abbastanza morti e che l’occupazione per il petrolio deve
finire perché il terrore genera terrore e perché senza giustizia il mondo non
starà mai in pace?
Chi sarà più forte, i media o i nostri? L’aggressività di Bush e Blair non deve
ingannare.
È un segno di debolezza. La sua unica opportunità di continuare la guerra è dividere i popoli.
La sua
“forza” poggia sull’informazione mozza, sulle bugie mediatiche di
demonizzazione, sul dissimulare gli interessi economici, pertanto, se tutti ci
lanciamo nella battaglia della contro-infrmazione scopriamo anche la sua
debolezza. La costruzione di un’informazione alternativa per mezzo di Internet,
per mezzo del lavoro di discussione, paziente, concreto, argomentato; se ci
applichiamo su gran scala, ecco l’antidoto della propaganda di guerra. A noi
sta il costruire la propaganda per la pace!
Questa contro - informazione è indispensabile per salvare vite. Perché i morti
di Londra sono vittime delle guerre perpetrate nel suo nome. E del fatto che
ancora le popolazioni occidentali non hanno compreso sufficientemente la natura
criminale di questo occupazione - rapina dell’Iraq. Il giorno in cui la presa
di coscienza sia ancora più forte, fermerà questa guerra come fermò quella del
Vietnam.
Sono troppo forti “di fronte e davanti?” Tre esempi recenti dimostrano che non
è così:
1. Aznar
tentò di ingannare nelle elezioni spagnole del 2004 demonizzando l’ETA per gli
attentati di Madrid. Fallì grazie all'informazione popolare di base: Internet e
SMS.
2. Durante il colpo di Stato contro Chávez del 2002, i media pro-statunitensi,
quasi monopolisti, appoggiarono i golpisti occultando al paese la resistenza
del popolo di Caracas. Ma l’informazione circolò ad ogni modo grazie ad
Internet, agli SMS, a motociclisti che
andavano informando di quartiere in quartiere, eccetera...
3. Tutti media francesi appoggiarono il “Sì” nel referendum sulla Costituzione
europea violando tutti i principi di deontologia giornalistica. Ma furono vinti
da un’ampia mobilitazione di base e con Internet.
Questi tre esempi recenti dimostrano che i media del sistema non sono
invincibili. L’informazione del popolo può essere più forte.
In questo senso il movimento belga “Stop Usa”, a cui partecipo a Bruxelles, ha
appena lanciato alcune lettera/petizione dirette al primo ministro belga, con
un interessante progetto di Sfumatura sull’occupazione dell’Iraq. Il testo è:
“Disapprovo le guerre di Bush per il petrolio o per dominare il mondo. Mi
rifiuto di essere complice di esse per mezzo del silenzio o della partecipazione,
benché sia indiretta, del Belgio.” Spendendoci affinché queste lettere si
firmino dappertutto, coi gruppi di base di Stop Usa, constatiamo che abbiamo
un’accoglienza molto buona. Ma anche che la gente è ancora poco informata.
Molto pochi sanno che il Belgio presta il porto di Anversa a Bush per il
transito delle sue armi verso l’Iraq, molto pochi sanno che le armi nucleari
statunitensi stazionano clandestinamente nel nostro territorio e che l’invio
delle nostre truppe in Afghanistan serve per liberare le forze statunitensi per
aggredire l’Iraq.
Ma quando li si è informati, si constata una volontà generale di diventare più
attivi contro le guerre di Bush. Di lì la responsabilità che abbiamo tutti noi.
Qui, in Europa, è assolutamente necessario aumentare la pressione per isolare
Bush e Blair.
Il popolo spagnolo seppe imporre la ritirata delle sue truppe. Bisogna andare
più lontano, per mezzo del lavoro di informazione, di discussione e di
petizione. Concretamente: che nessun governo europeo possa aiutare la guerra in
Iraq, benché in forma indiretta e limitata! Si dovrebbe organizzarsi su scala
europea una campagna “Io non voglio essere complice.”
PS. Per contattare questa campagna Stop Usa, per vedere il progetto, informarvi
od ottenere queste mappe: http://www.stopusa.be/home/index.php?langue=1 Sulle
bugie mediatiche delle guerre precedenti:
http://www.michelcollon.info/archives_testm.php