www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 02-09-05

da http://www.materik.ru , agosto 2005

Intervista al nuovo ambasciatore russo nella RPC

 

Riteniamo di particolare interesse proporre la traduzione delle parti a nostro avviso più significative dell’intervista, concessa l’11 agosto 2005 al giornale “Vremja Novostei” e ripresa nel sito dell’ “Istituto dei Paesi della CSI”, dal nuovo ambasciatore russo nella Repubblica Popolare Cinese, Serghey Razov, profondo conoscitore ed estimatore della realtà cinese e impegnato nell’attività diplomatica a Pechino già ai tempi dell’URSS, nel periodo in cui, nei rapporti tra i due paesi, cominciava a profilarsi il passaggio dalla fase del duro confronto ideologico (ed anche politico-militare), protrattasi per decenni, a quella della distensione e della collaborazione, oggi in impetuoso sviluppo.

Nell’intervista vengono appunto illustrate le enormi prospettive aperte dal livello che ha raggiunto la cooperazione tra i due grandi giganti dell’Asia, in seguito alla realizzazione della partnership strategica alla fine dello scorso secolo, e in particolare nel periodo della presidenza di Vladimir Putin.

 

M.G

 

(…)

D. L’inizio del Suo lavoro come ambasciatore della Russia in Cina coincide con la risoluzione quest’anno della disputa di frontiera tra i nostri paesi. Ciò potrebbe rendere più facile il Suo compito?

 

R. Avere risoltola questione delle frontiere assume il significato di un avvenimento storico nei nostri rapporti con la Cina. Attraverso gli sforzi congiunti, siamo riusciti a risanare una ferita che per decenni aveva creato una sensazione di disagio, e che ha rischiato di incancrenirsi. Si capisce che rimangono questioni concrete da affrontare nella collaborazione nella zona di frontiera. Esse sono collegate all’organizzazione del monitoraggio congiunto delle vie d’acqua che attraversano i confini, del regime del loro corso, della navigazione, dell’utilizzo razionale delle risorse naturali, della salvaguardia del patrimonio forestale. Ma sarà sicuramente più facile risolverle su una base giuridica chiara e sulle solide fondamenta della fiducia reciproca.

 

D. Cosa è necessario fare per il raggiungimento dell’obiettivo ambizioso che Russia e Cina si sono poste: l’incremento di due - tre volte per il 2010 dello scambio commerciale bilaterale, fino a 60 – 80 miliardi di dollari?

 

R. Se questo compito verrà realizzato, la Cina conquisterà la posizione di nostro principale partner commerciale. Già nel 2004 lo scambio commerciale ha raggiunto la cifra record di 21 miliardi di dollari. Nell’anno in corso sta crescendo con ritmi rapidissimi: più del 20%. Sono interessanti le prospettive dell’export russo in Cina, non solo sul piano quantitativo, ma anche per le sue caratteristiche strutturali. Insieme all’esportazione di risorse energetiche, metalli e legname, la Russia è interessata alla fornitura di macchinari e tecnologie di carattere civile (…)

 

D. Il tema della collaborazione nel campo del petrolio e del gas ha assunto un carattere delicato per il disappunto cinese in merito alla mancata realizzazione del progetto di oleodotto che doveva partire da Angarsk. Quali sono allora le prospettive della collaborazione nell’ambito delle risorse energetiche e del sottosuolo?

 

R. E’ un tema delicato, ma esso è collegato non con qualsivoglia disappunto, ma con il rilievo strategico che per la Cina ha il problema dell’approvvigionamento energetico di un’economia che sta crescendo in modo dinamico. Negli ultimi anni è cresciuta di tre volte l’esportazione dalla Russia alla Cina di petrolio per via ferroviaria. Il piano di forniture per il 2006 è di 15 milioni di tonnellate. Si prevede che per il 2008 in Russia sia allestito il cantiere per la costruzione dell’oleodotto Tayshet – Skovorodino della portata di 30 milioni di tonnellate. La compagnia “Transneft” e la corporazione nazionale cinese del petrolio e del gas sono state incaricate di avviare consultazioni circa la possibilità di costruire diramazioni dell’oleodotto verso la Cina e di sottoporre le proposte concordate alla dirigenza dei due paesi.

 

D. La Cina è riuscita ad ottenere la modifica dell’embargo sulla fornitura di armi introdotto nel 1989 dall’Unione Europea. Esiste forse la minaccia della sostituzione dei russi da parte degli europei nella collaborazione con il mercato cinese in materia di tecnologie militari?

 

R. Penso di no. La possibilità di una modifica nell’embargo è una questione degli europei e della Cina, sebbene noi sosteniamo l’opinione che l’embargo nei confronti di qualsiasi paese possa essere introdotto solo sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La nostra collaborazione tecnico-militare con la Cina si sviluppa indipendentemente dalle azioni di paesi terzi. Essa si svolge su basi reciprocamente vantaggiose e rappresenta un sostegno essenziale allo sviluppo del complesso militare – industriale, si realizza rigorosamente nell’ambito degli obblighi internazionali della Russia e non è diretta contro paesi terzi.

E’ difficile concordare con l’opinione talvolta espressa, che la collaborazione tecnico-militare con la Cina potrebbe sconvolgere l’equilibrio regionale delle forze nella regione Asiatica e dell’Oceano Pacifico. Gli armamenti russi dislocati nella RPC e la relativa tecnologia militare hanno, di regola, carattere difensivo. Del resto, non è certo la Cina la potenza più forte sul piano militare in questa regione.

 

D. Dal 1975 al 1979 Lei ha lavorato a Pechino. Furono anni cruciali per la RPC: la morte di Mao nel 1976, la fine della “rivoluzione culturale”, l’inizio delle riforme di Deng Hsiaoping. Era possibile allora prevedere la profondità dei cambiamenti?

 

R. La Cina della seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso rappresentava un “gigante addormentato”, le cui possibilità erano compromesse dalla follia della “rivoluzione culturale”, dalla totale ideologizzazione di tutte le sfere della vita sociale, da un’irrazionale politica economica. Le decisioni fondamentali assunte nel dicembre del 1978, che aprivano, per usare un’espressione di allora, il cammino “alla liberazione delle coscienze”, alle riforme, diedero libero corso all’iniziativa imprenditoriale e fecero uscire il paese dalla stagnazione. Il gigante si è così svegliato, come era prevedibile. Ciò che non si poteva prevedere era il fatto che la Cina, nel giro di circa un quarto di secolo avrebbe dimostrato un così straordinario costante dinamismo nel suo sviluppo economico-sociale. Pensate, che il prodotto interno lordo della RPC supera di sette-otto volte quello del 1980.!

 

D. Il Suo lavoro nella sezione internazionale del CC del PCUS negli anni ’80 è venuto a coincidere con il passaggio delle relazioni tra Mosca e Pechino dalla fase del confronto a quella della collaborazione. Quali delle lezioni allora tratte sono ancora attuali?

 

R. E’ stato un passaggio lungo e non semplice per entrambe le parti. Si è trattato di un processo lento e travagliato che ha permesso di superare gli stereotipi nella reciproca percezione. La lezione principale fu rappresentata dalla comprensione della necessità della deideologizzazione dei rapporti interstatali, del rifiuto della polemica in merito alle questioni decisive relative alla costruzione di una nuova società, che in definitiva rappresentava un diversivo rispetto alla soluzione delle questioni fondamentali della sicurezza e della collaborazione (…)

 

D. La Sua carriera è iniziata in Cina. La dimestichezza con la cultura cinese ha in qualche modo influenzato il Suo entusiasmo?

 

R. Mi rivolgo con grande rispetto alla cultura e alle tradizioni cinesi. Ma passati 30 anni dalla mia prima missione in Cina, so di tornare in un paese completamente nuovo, che si è conquistato il rispetto per i risultati raggiunti. In un paese, che gioca un ruolo sempre crescente nelle questioni internazionali.

 

Traduzione dal russo di Mauro Gemma