Nato: tra allargamento e nuove prospettive
di Gabriele Proglio
Il 13 e 14 settembre si è svolta a Berlino una riunione dei ministri degli
esteri dei diversi paesi facenti parte della Nato. L’Italia ha portato – con
l’intervento di Martino – una posizione che è auspicata da moltissimi paesi tra
cui Usa e Gran Bretagna, ovvero di ridefinire i ruoli e gli interventi della
Nato. Oltre alle operazioni di
peacekeeping (l’esercito alleato è presente con 11.000 uomini solo in
Afghanistan) il ministro Martino ha chiesto l’appoggio del comando
nordatlantico per quello che riguarda l’operazione “Enduring Freedom”. Questo
significa ovviamente trasformarne la struttura militare e passare da un livello
di “ruolo globale” in caso di difesa, ad uno di sceriffo internazionale. In
realtà sappiamo bene come l’incapacità della Nato e dell’Onu di essere autonomi
dagli Usa abbiano provocato in passato guerre e disastri umanitari.
La mente va al Kossovo e alla Serbia, alle guerre “umanitarie” nelle quali la
forza militare è intervenuta in virtù dei legami politici ed economici che
sussistevano tra i paesi europei (e non solo) e gli Usa. I massacri degli
uomini della Nato sono considerati crimini di guerra (ma mai nessuno è stato
condannato). Dalle bombe intelligenti che mietono vite innocenti nei balcani e
piegano un paese (e la sua economia), all’uranio impoverito che da solo agisce
come una peste; la storia della Nato è costellata da interessi particolari e
violenze chirurgiche.
Dopo la caduta di Berlino, la lotta agli stati canaglie, l’azione a sostegno di
molte multinazionali (in particolare a quelle che svolgono ruoli di ricerca nel
settore militare), la Nato interviene militarmente il 13 settembre 2001
applicando per la prima volta l’articolo 5 della suo statuto che recita “Le
parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o
Nord America, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di
conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in
esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto
dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le
parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le
altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza
armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica”. E’
la reazione all’11 settembre. Nuove vittime innocenti, nuovi spargimenti di
sangue in nome del capitalismo.
Secondo il professore Marc Herold dell’Università di New Hampshire, docente in
economia, sul terreno afgano sono rimaste “almeno 3.767 civili uccisi dalle
bombe Usa tra il 7 ottobre e il 10 dicembre. Una media, cioè di 62 morti
innocenti al giorno per un totale che supera di gran lunga i 3.234 delle Twin
Tower”. Non si vuole qui fare la conta dei morti o comunque valutare la forza
della liberà in base al potenziale letale. Il colonialismo americano non si è
mai fermato; dai protettorati alle contee dell’impero, dal controllo economico
dei territori alle nuove forme di organizzazione delle tratte delle merci (Fmi
e Bm), dalle multinazionali intese come aree extraterritoriali (dove non vale
la legislazione del paese) alle guerre imperiali.
Oggi che il fronte Iraq è diventato un nuovo Vietnam – considerando anche i
beceri tentativi americani di organizzare un teatrino parlamentare – gli Usa
devono rivedere la capacità di sviluppo della forza militare. Se è vero che la
guerriglia è organizzata per sopravvivere 10 anni – e lo si comprende dalla capacità
di continuare a controllare il territorio indice di una buona presa nel tessuto
sociale – gli Usa non possono permettersi di essere bloccati in un conflitto
per così tanto tempo. Anche perché il conflitto sta assumendo dimensioni
mastodontiche sia per la possibile ”internazionalizzazione”, sia per le pesanti
spese a finanziamento delle missione.
La promessa di Bush di mantenere inalterate le sfere di influenza europee sulle
regioni petrolifere del paese inizia a non essere non più così certa. Per questo
motivo i rapporti con l’Arabia Saudita si stanno raggelando; il peso degli Usa
nel mercato del petrolio potrebbe inclinare gli equilibri all’interno
dell’Opec. In pratica non si vuole che gli Usa detengano, magari attraverso
proprietà extranazionali (italiane, inglesi, ecc), il controllo dei vasti
giacimenti di oro nero in Iraq. Si passerebbe quindi dal controllo finanziario
(che esiste già) dei pozzi, al controllo fisico della materia prima. Il rincaro
dei prezzi al distributore sotto casa sono conseguenza di questa logica e non
del sabotaggio del greggio da parte della resistenza. Quindi una guerra
finanziaria all’interno di una guerra economica. Dall’altra parte gli Usa,
secondo 'The Iraq Quagmire' (rapporto redatto
da organizzazioni pacifiste americane), hanno investito in questi pochi anni di
guerra in Iraq oltre 700 miliardi di dollari (600 erano quelli a sostegno della
missione in Vietnam degli anni 60 e 70),
con oltre 1 milione di soldati, più di 210 mila militari della Guardia
Nazionale, con oltre un terzo dei soldati in servizio (341 mila tra uomini e
donne) tornati due-tre volte oltreoceano. Sono 2060 i militari uccisi di cui
1.866 militari Usa e 255 contractor. 14.065 sono i feriti americani, 66 i
giornalisti morti in Iraq (11 sono stati uccisi da militari Usa).
Mentre il popolo iracheno resiste all’offensiva alleata (seppur il numero dei
morti civili iracheni è – a fine 2004 – di oltre 98.000 persone e i feriti sono
120.000) gli Usa devono ridimensionare una strategia militare che pesava di sconfiggere
- dopo un bombardamento a tappeto – le resistenze irachene con l’impiego dei
contractors. Questo ha reso invece più vulnerabili le zone sensibili di
controllo, (a Nassyria la Api e Agip hanno da proteggere i giacimenti
petroliferi già controllati dalle multinazionali quando ancora c’era Saddam
Hussein) e ha enormemente dilatato le spese per la guerra. Le già difficili condizioni
dell’Imperialismo americano si sono aggravate con la nuova guerra per il petrolio.
Bisogna inoltre considerare che seppur Washington abbia una pesante influenza
sulle strutture sopranazionali (il caso Argentina lo ha dimostrato per quello
che riguarda il Fmi e i paesi del sud america per la BM) e comunque possa
veicolare il consenso di molti paesi dell’Onu (le menzogne “chimiche” della
seconda guerra del golfo ne sono la prova), continua a basare il proprio potere
sullo sfruttamento della crescita dei paesi che definisce “in via di sviluppo”
o “terzo mondo”.
Le velleità di governare il mercato sono venute meno quando la globalizzazione,
intesa come nuova fase internazionale del grande capitale, ha trasformato il
capitale fisico in capitale finanziario proponendo come fattore di sviluppo del
prodotto interno lordo non più le barriere doganali (i confini dello stato) ma
le partecipazioni nella proprietà. Le multinazionali se da una parte erano
funzionali al piano di sfruttare a basso costo altrove per rivendere a prezzo
di listino in dollaro, dall’altro facevano venire meno quel protezionismo del
mercato americano che poteva quindi essere conquistato da capitali esteri
(europei e asiatici). Cadendo le frontiere americane divennero inutili anche le
forme di contenimento del capitale estero in Usa; dai dazi doganali (per
materie prime, alimentari e prodotti a bassa tecnologia) alla richiesta di
scrupolose certificazioni di prodotti hi-tech. Gli Usa si sono trovati
proiettati in un contesto nel quale il capitale finanziario – che è anche
quello speculativo e che quindi crea i danni maggiori nella gestione della cosa
pubblica – deteneva non solo il potere economico ma anche politico. Non a caso
Bush e la sua cordata ne rappresentato gli interessi. E proprio per questo –
per la necessità di continuare la dollarizzazione del petrolio (Saddam Hussein
voleva aprire in seno all’Opec la possibilità di introdurre l’euro come moneta
di scambio) – che avviene la guerra in Iraq. Questo unito alla ricerca di
un’economia di guerra – quella di Endurign Freedom – che è l’unica possibilità
di ridare slancio, tramite politiche neokeynesiame volte però all’accrescimento
unicamente della macchina bellica, alle problematiche interne al bilancio
nazionale degli Usa.
In questo quadro, da crisi intensa del capitale e successivo sviluppo
dell’imperialismo coloniale, si colloca la richiesta degli Usa all’Europa (e ai
partener inter-nazionali) di appoggiare le linee programmatiche di Washington;
ne va delle sorti del capitalismo. La connessione tra impegno capitale e
impegno militare è diretta. Se prima l’Europa era un prolungamento della
fabbrica americana, oggi le mire sono mondiali. Per continuare a vivere il
capitalismo ha bisogno di nuove terre, nuove colonie, nuovi mercati, nuovi
sfruttamenti a basso costo. E bisogna tenere in considerazione che comunque e
sempre il sistema mondiale potrà aumentare senza raggiungere la piena
occupazione dei fattori produttivi e il consumo dei beni prodotti proprio
perché il capitalismo non è un sistema perfetto ma asimmetrico. E’ un po’ come
un fuoco; più si getta legna più brucia, quando il fuoco diminuisce d’intensità
si cerca altra legna e dopo un momento (breve o lungo dipende dallo stato del
fuoco) il fuoco è nuovamente alto. Quando però le risorse (legna nell’esempio)
finiscono il fuoco è destinato a spegnersi. Non a caso lo scopo delle politiche
estere americane da sempre (dal Destino manifesto ad Enduring Freedom) è stato
quello di controllare le risorse per assicurarsi una continuità. Ma, come già
detto, la situazione presente impone la realizzazione di un potere militare che
sia espressione del capitalismo mondiale (in continuità e sotto la direzione di
quello statunitense).
La Nato è il soggetto preposto. In tal senso gli Usa stanno continuando un
progetto iniziato nel dopoguerra con la promessa di aiuti economici dietro la
disponibilità di sviluppare basi militari sul territorio nazionale. Poi la Nato
e il ruolo di garante internazionale e persino di assassino mercenario come nel
caso dei balcani. Infine il nuovo ruolo della “Grande Nato”. Quello di
diventare a tutti gli effetti il braccio armato del capitalismo, limitando
quindi le forze militari nazionali al controllo del territorio e alla gestione
delle situazioni postguerra; dove cioè la forza militare serve per proteggere i
nuovi indirizzi (gli interessi) del capitale nascente. In tal senso va la
creazione della Nato Reponse Force; la forza di risposta della Nato capace di
colpire – come ha ricordato il generale Usa James Jones (comandate supremo delle forze alleate in Europa) “in
qualsiasi parte del mondo entro 5 giorni ed essere autosufficiente per un mese
in una vasta gamma di missioni”.
La formazione - di oltre 17.000 uomini - è stata ufficializzata al
meeting «informale» di Poiana Brasov in Romania. Nello stesso incontro è
inoltre emerso che il battaglione italiano Susa di 500 alpini (in Afghanistan
ha assunto il nome di «Task Force Cobra») ha avuto “l'onore”, ancor prima
dell'annuncio della raggiunta capacità operativa della Nrf, di essere il primo
ad essere spedito in missione quale contingente della nuova «forza ad alta
prontezza».[1] Non solo. La Sardegna è stata subaffittata dagli Usa per
sviluppare la più grande operazione anfibia della Nrf chiamata “Destined Glory
2004” con l’impiego di 9.500 uomini, 47 navi, 46 aerei. La ristrutturazione
della Nato segue l’indirizzo Usa di puntare sulla “Nuova Europa”(Italia,
Inghilterra e paesi dell’Est) a discapito di quella vecchia (Francia, Germania)
in virtù della gestibilità economica e
militare dei territori.
L’obbiettivo – come già detto – è quello di radicare nel vecchio continente,
nella sua parte orientale, delle basi militari d’appoggio e di sviluppo per le
nuove guerre imperialistiche e per meglio controllare, con il teorema della
risposta diretta, i territori e le aree di interesse geostrategico. Proprio a
Berlino la Nato ha stretto una collaborazione diretta con la Russia per il
controllo del mediterraneo in funzione ovviamente antiterrorismo. Gli equilibri
endogeni ed esogeni al capitalismo, alla sua forma economica e alle
rappresentazioni politiche sono in costante mutazione. In questo scenario la resistenza
di una popolazione, come fu quella vietnamita o cubana (o come potrebbe essere
quella del popolo iracheno), può cambiare le sorti del mondo intero.
[1] Manlio Dinucci dal Manifesto del 15 ottobre 2004