www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 19-09-05

 

Nato: tra allargamento e nuove prospettive

di Gabriele Proglio


Il 13 e 14 settembre si è svolta a Berlino una riunione dei ministri degli esteri dei diversi paesi facenti parte della Nato. L’Italia ha portato – con l’intervento di Martino – una posizione che è auspicata da moltissimi paesi tra cui Usa e Gran Bretagna, ovvero di ridefinire i ruoli e gli interventi della Nato.  Oltre alle operazioni di peacekeeping (l’esercito alleato è presente con 11.000 uomini solo in Afghanistan) il ministro Martino ha chiesto l’appoggio del comando nordatlantico per quello che riguarda l’operazione “Enduring Freedom”. Questo significa ovviamente trasformarne la struttura militare e passare da un livello di “ruolo globale” in caso di difesa, ad uno di sceriffo internazionale. In realtà sappiamo bene come l’incapacità della Nato e dell’Onu di essere autonomi dagli Usa abbiano provocato in passato guerre e disastri umanitari.

La mente va al Kossovo e alla Serbia, alle guerre “umanitarie” nelle quali la forza militare è intervenuta in virtù dei legami politici ed economici che sussistevano tra i paesi europei (e non solo) e gli Usa. I massacri degli uomini della Nato sono considerati crimini di guerra (ma mai nessuno è stato condannato). Dalle bombe intelligenti che mietono vite innocenti nei balcani e piegano un paese (e la sua economia), all’uranio impoverito che da solo agisce come una peste; la storia della Nato è costellata da interessi particolari e violenze chirurgiche.

Dopo la caduta di Berlino, la lotta agli stati canaglie, l’azione a sostegno di molte multinazionali (in particolare a quelle che svolgono ruoli di ricerca nel settore militare), la Nato interviene militarmente il 13 settembre 2001 applicando per la prima volta l’articolo 5 della suo statuto che recita “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o Nord America, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica”. E’ la reazione all’11 settembre. Nuove vittime innocenti, nuovi spargimenti di sangue in nome del capitalismo.

Secondo il professore Marc Herold dell’Università di New Hampshire, docente in economia, sul terreno afgano sono rimaste “almeno 3.767 civili uccisi dalle bombe Usa tra il 7 ottobre e il 10 dicembre. Una media, cioè di 62 morti innocenti al giorno per un totale che supera di gran lunga i 3.234 delle Twin Tower”. Non si vuole qui fare la conta dei morti o comunque valutare la forza della liberà in base al potenziale letale. Il colonialismo americano non si è mai fermato; dai protettorati alle contee dell’impero, dal controllo economico dei territori alle nuove forme di organizzazione delle tratte delle merci (Fmi e Bm), dalle multinazionali intese come aree extraterritoriali (dove non vale la legislazione del paese) alle guerre imperiali.

Oggi che il fronte Iraq è diventato un nuovo Vietnam – considerando anche i beceri tentativi americani di organizzare un teatrino parlamentare – gli Usa devono rivedere la capacità di sviluppo della forza militare. Se è vero che la guerriglia è organizzata per sopravvivere 10 anni – e lo si comprende dalla capacità di continuare a controllare il territorio indice di una buona presa nel tessuto sociale – gli Usa non possono permettersi di essere bloccati in un conflitto per così tanto tempo. Anche perché il conflitto sta assumendo dimensioni mastodontiche sia per la possibile ”internazionalizzazione”, sia per le pesanti spese a finanziamento delle missione.

La promessa di Bush di mantenere inalterate le sfere di influenza europee sulle regioni petrolifere del paese inizia a non essere non più così certa. Per questo motivo i rapporti con l’Arabia Saudita si stanno raggelando; il peso degli Usa nel mercato del petrolio potrebbe inclinare gli equilibri all’interno dell’Opec. In pratica non si vuole che gli Usa detengano, magari attraverso proprietà extranazionali (italiane, inglesi, ecc), il controllo dei vasti giacimenti di oro nero in Iraq. Si passerebbe quindi dal controllo finanziario (che esiste già) dei pozzi, al controllo fisico della materia prima. Il rincaro dei prezzi al distributore sotto casa sono conseguenza di questa logica e non del sabotaggio del greggio da parte della resistenza. Quindi una guerra finanziaria all’interno di una guerra economica. Dall’altra parte gli Usa, secondo
'The Iraq Quagmire' (rapporto redatto da organizzazioni pacifiste americane), hanno investito in questi pochi anni di guerra in Iraq oltre 700 miliardi di dollari (600 erano quelli a sostegno della missione in Vietnam degli anni 60 e 70),  con oltre 1 milione di soldati, più di 210 mila militari della Guardia Nazionale, con oltre un terzo dei soldati in servizio (341 mila tra uomini e donne) tornati due-tre volte oltreoceano. Sono 2060 i militari uccisi di cui 1.866 militari Usa e 255 contractor. 14.065 sono i feriti americani, 66 i giornalisti morti in Iraq (11 sono stati uccisi da militari Usa).

Mentre il popolo iracheno resiste all’offensiva alleata (seppur il numero dei morti civili iracheni è – a fine 2004 – di oltre 98.000 persone e i feriti sono 120.000) gli Usa devono ridimensionare una strategia militare che pesava di sconfiggere - dopo un bombardamento a tappeto – le resistenze irachene con l’impiego dei contractors. Questo ha reso invece più vulnerabili le zone sensibili di controllo, (a Nassyria la Api e Agip hanno da proteggere i giacimenti petroliferi già controllati dalle multinazionali quando ancora c’era Saddam Hussein) e ha enormemente dilatato le spese per la guerra.  Le già difficili condizioni dell’Imperialismo americano si sono aggravate con la nuova guerra per il petrolio. Bisogna inoltre considerare che seppur Washington abbia una pesante influenza sulle strutture sopranazionali (il caso Argentina lo ha dimostrato per quello che riguarda il Fmi e i paesi del sud america per la BM) e comunque possa veicolare il consenso di molti paesi dell’Onu (le menzogne “chimiche” della seconda guerra del golfo ne sono la prova), continua a basare il proprio potere sullo sfruttamento della crescita dei paesi che definisce “in via di sviluppo” o “terzo mondo”.

Le velleità di governare il mercato sono venute meno quando la globalizzazione, intesa come nuova fase internazionale del grande capitale, ha trasformato il capitale fisico in capitale finanziario proponendo come fattore di sviluppo del prodotto interno lordo non più le barriere doganali (i confini dello stato) ma le partecipazioni nella proprietà. Le multinazionali se da una parte erano funzionali al piano di sfruttare a basso costo altrove per rivendere a prezzo di listino in dollaro, dall’altro facevano venire meno quel protezionismo del mercato americano che poteva quindi essere conquistato da capitali esteri (europei e asiatici). Cadendo le frontiere americane divennero inutili anche le forme di contenimento del capitale estero in Usa; dai dazi doganali (per materie prime, alimentari e prodotti a bassa tecnologia) alla richiesta di scrupolose certificazioni di prodotti hi-tech. Gli Usa si sono trovati proiettati in un contesto nel quale il capitale finanziario – che è anche quello speculativo e che quindi crea i danni maggiori nella gestione della cosa pubblica – deteneva non solo il potere economico ma anche politico. Non a caso Bush e la sua cordata ne rappresentato gli interessi. E proprio per questo – per la necessità di continuare la dollarizzazione del petrolio (Saddam Hussein voleva aprire in seno all’Opec la possibilità di introdurre l’euro come moneta di scambio) – che avviene la guerra in Iraq. Questo unito alla ricerca di un’economia di guerra – quella di Endurign Freedom – che è l’unica possibilità di ridare slancio, tramite politiche neokeynesiame volte però all’accrescimento unicamente della macchina bellica, alle problematiche interne al bilancio nazionale degli Usa.

In questo quadro, da crisi intensa del capitale e successivo sviluppo dell’imperialismo coloniale, si colloca la richiesta degli Usa all’Europa (e ai partener inter-nazionali) di appoggiare le linee programmatiche di Washington; ne va delle sorti del capitalismo. La connessione tra impegno capitale e impegno militare è diretta. Se prima l’Europa era un prolungamento della fabbrica americana, oggi le mire sono mondiali. Per continuare a vivere il capitalismo ha bisogno di nuove terre, nuove colonie, nuovi mercati, nuovi sfruttamenti a basso costo. E bisogna tenere in considerazione che comunque e sempre il sistema mondiale potrà aumentare senza raggiungere la piena occupazione dei fattori produttivi e il consumo dei beni prodotti proprio perché il capitalismo non è un sistema perfetto ma asimmetrico. E’ un po’ come un fuoco; più si getta legna più brucia, quando il fuoco diminuisce d’intensità si cerca altra legna e dopo un momento (breve o lungo dipende dallo stato del fuoco) il fuoco è nuovamente alto. Quando però le risorse (legna nell’esempio) finiscono il fuoco è destinato a spegnersi. Non a caso lo scopo delle politiche estere americane da sempre (dal Destino manifesto ad Enduring Freedom) è stato quello di controllare le risorse per assicurarsi una continuità. Ma, come già detto, la situazione presente impone la realizzazione di un potere militare che sia espressione del capitalismo mondiale (in continuità e sotto la direzione di quello statunitense).

La Nato è il soggetto preposto. In tal senso gli Usa stanno continuando un progetto iniziato nel dopoguerra con la promessa di aiuti economici dietro la disponibilità di sviluppare basi militari sul territorio nazionale. Poi la Nato e il ruolo di garante internazionale e persino di assassino mercenario come nel caso dei balcani. Infine il nuovo ruolo della “Grande Nato”. Quello di diventare a tutti gli effetti il braccio armato del capitalismo, limitando quindi le forze militari nazionali al controllo del territorio e alla gestione delle situazioni postguerra; dove cioè la forza militare serve per proteggere i nuovi indirizzi (gli interessi) del capitale nascente. In tal senso va la creazione della Nato Reponse Force; la forza di risposta della Nato capace di colpire – come ha ricordato
il generale Usa James Jones (comandate supremo delle forze alleate in Europa) “in qualsiasi parte del mondo entro 5 giorni ed essere autosufficiente per un mese in una vasta gamma di missioni”.

La formazione - di oltre 17.000 uomini - è stata ufficializzata
al meeting «informale» di Poiana Brasov in Romania. Nello stesso incontro è inoltre emerso che il battaglione italiano Susa di 500 alpini (in Afghanistan ha assunto il nome di «Task Force Cobra») ha avuto “l'onore”, ancor prima dell'annuncio della raggiunta capacità operativa della Nrf, di essere il primo ad essere spedito in missione quale contingente della nuova «forza ad alta prontezza».[1] Non solo. La Sardegna è stata subaffittata dagli Usa per sviluppare la più grande operazione anfibia della Nrf chiamata “Destined Glory 2004” con l’impiego di 9.500 uomini, 47 navi, 46 aerei. La ristrutturazione della Nato segue l’indirizzo Usa di puntare sulla “Nuova Europa”(Italia, Inghilterra e paesi dell’Est) a discapito di quella vecchia (Francia, Germania) in virtù della gestibilità  economica e militare dei territori.

L’obbiettivo – come già detto – è quello di radicare nel vecchio continente, nella sua parte orientale, delle basi militari d’appoggio e di sviluppo per le nuove guerre imperialistiche e per meglio controllare, con il teorema della risposta diretta, i territori e le aree di interesse geostrategico. Proprio a Berlino la Nato ha stretto una collaborazione diretta con la Russia per il controllo del mediterraneo in funzione ovviamente antiterrorismo. Gli equilibri endogeni ed esogeni al capitalismo, alla sua forma economica e alle rappresentazioni politiche sono in costante mutazione. In questo scenario la resistenza di una popolazione, come fu quella vietnamita o cubana (o come potrebbe essere quella del popolo iracheno), può cambiare le sorti del mondo intero.


[1] Manlio Dinucci dal Manifesto del 15 ottobre 2004