da
http://www.counterpunch.org/petras11242005.html
24 novembre 2005
Verso il socialismo nel XXI secolo
Pensare
la Guerra e la Pace
di James Petras
Per gli ideologi e i borghesi militaristi di Washington DC la "pace"
deve essere assicurata attraverso il consolidamento di un impero mondiale, che
a sua volta implica guerre permanenti in tutto il mondo. Per gli ideologi ed i
portavoce politici delle multinazionali, l'azione del libero mercato combinata
con l'uso mirato della forza imperiale, in specifiche circostanze
"strategiche", può assicurare pace e prosperità. Secondo i popoli e
le nazioni del terzo Mondo, la pace scaturirà dall’autodeterminazione e dalla
"giustizia sociale", dall'eliminazione dello sfruttamento ed
dell’intervento imperiale e con l’insediamento di democrazie partecipative,
basate sull'uguaglianza sociale. Per molte delle forze progressiste in Europa e
negli Stati Uniti, un sistema di istituzioni e leggi internazionali, vincolanti
tutte le nazioni, può rafforzare la risoluzione pacifica dei conflitti,
regolare il comportamento della comunità mondiale e proteggere
l'autodeterminazione di popoli.
Ognuna di queste prospettive ha serie lacune. La dottrina militarista della
pace-attraverso-l'impero ha dimostrato negli ultimi tre millenni di essere una
formula di guerra, e particolarmente nel periodo contemporaneo, come
testimoniano le passate e presenti rivolte anti-coloniali e le guerre dei
popoli in tutta l'Asia, l'Africa e l'America Latina. La nozione di combinare il
potere di mercato e la forza selettiva per assicurare la pace, ha ingannato
pochi, specie tra i popoli del terzo Mondo: le rivolte popolari che negli
ultimi due decenni hanno portato al rovesciamento dei clienti del "libero
mercato elettorale" dell'imperialismo euro-USA in tutta l'America Latina,
attestano la loro costante vulnerabilità.
I movimenti antimperialisti, dove si sono affermati, in molti casi sono
riusciti a muovere da una forma di imperialismo (potere diretto) solamente per
cadere vittima di un'altra, basata sulle "forze del mercato".
Inoltre, nelle nazioni post-coloniali, quando i rivoluzionari
"nazionalisti" e socialisti sono diventati le nuove élite
privilegiate, sono emerse conflittualità di classe ed etniche.
Infine la via legal-istituzionale alla pace è stata afflitta dal fatto che le
ineguaglianze globali nel potere socio-politico si sono riprodotte nelle
istituzioni internazionali e nel loro personale giuridico. Che, mentre
formalmente provvedono una struttura "internazionale", nella sostanza
le loro regole di procedura, le omissioni e selezioni degli atti e degli attori
criminali, riflettono l'interesse politico dei poteri imperiali. A mio avviso,
abbiamo bisogno di andare avanti, oltre l’antimperialismo, a unire le lotte per
l’autodeterminazione per abbracciare l'emancipazione di classe. Dobbiamo
convincere e lottare per una nuova correlazione di forze socio-politiche per
sfidare le istituzioni internazionali e il personale che le serve ad una prospettiva
di classe che favorisca le nazioni oppresse e la classi sfruttate. Questo
significa sostenere le secolari tendenze social-democratiche nei movimenti
antimperialisti: sostenere le strutture istituzionali internazionali ma con
un'enfasi profonda e costante sul loro contenuto di classe e nazionale. Infine,
mentre è necessario per scopi tattici (e alleanze momentanee), riconoscere le
divisioni e i conflitti potenziali, militari e di mercato, inter-imperialisti,
è importante tenere conto dei loro obiettivi strategici comuni (la costruzione
dell’impero), anche se possono sembrare molto differenti.
Accademici, attivisti contro la guerra, politici e giornalisti, nell'analizzare
le prospettive di guerra e di pace, tendono a restringere la varietà di circostanze
e di processi. Ecco quattro tesi prioritarie e le loro implicazioni.
1) Il "potere declinante" degli USA e le nuove guerre
2) Le sconfitte dell’impero e le nuove guerre
3) L'interdipendenza economica e le minacce militari
4) Configurazioni del nuovo potere; conflitti e convergenze inter-imperialiste.
Le teorie che argomentano in favore della tesi che l’imperialismo USA sia un
"potere in declino" possono portare a gravi errori politici. Mentre è
vero che l'economia nazionale USA (ciò che io chiamo la "Repubblica")
sta affrontando seri problemi strutturali (crescente deficit commerciale e di
bilancio, indebitamento eccessivo, declino dell'economia manifatturiera e
crescita di quella speculativa), si espande "l'Impero" - le
operazioni estere delle multinazionali USA, le banche e le basi militari.
Queste non sono in "declino", al contrario, si può affermare che sia
l'espansione economica all’estero a generare l’incremento degli interventi
militari. Gli USA sono ancora in testa nella percentuale di multinazionali tra
le prime 500 (circa il 50%) rispetto ad Europa, Asia ed al resto del mondo, ed
in diversi importanti settori, come la tecnologia informatica, la finanza e
alcune industrie (come l’aeronautica) sono la potenza dominante.
Gli USA guidano il mondo negli investimenti per ricerca e sviluppo (R & S)
e nel livello di crescita della produttività. La gran parte dei guadagni della
R & S è tuttavia applicato alle operazioni delle multinazionali nelle loro
sussidiarie estere, quindi i guadagni e i profitti della produttività sono
fabbricati all'estero e trasferiti in patria in economia di carta. Non è in
questione un declino assoluto degli Stati Uniti ma uno sviluppo disuguale fra
"l'Impero" e "la Repubblica". Più specificamente, mentre
l'Impero cresce, la Repubblica declina. L'economia nazionale e la società
sopportano il costo del finanziamento, sovvenzionamento e forniture per i
soldati dell'impero. Ecco perché le guerre imperiali, costose e prolungate,
ultimamente hanno provocato dissenso interno ed opposizione di massa.
Diversamente da un passato in cui l'impero creava una "aristocrazia del
lavoro", oggi l’imperialismo è accompagnato dall'impoverimento del lavoro,
dalla riduzione delle spese sociali e dalla creazione di una forza lavoro
precaria.
Di fronte all'espansione all'estero e al decadimento nazionale, emergono almeno
due principali politiche imperiali: l'una patrocina la creazione di nuove
"crisi", aumentando il militarismo per "distrarre"
l'opposizione nazionale con richiami sciovinisti e inculcando il terrore di
minacce esterne per creare "coesione" dietro all'impero. La seconda
scuola sostiene che nuove guerre esacerberebbero l'opposizione nazionale, che
la "paura" funzionale alla guerra e la propaganda "sciovinista"
hanno perso la loro efficacia di fronte alle perdite materiali patite dalle
masse, e che è ora di impegnarsi nella diplomazia (impegnare i competitori
dell’impero), diminuire l'esercito coloniale ed aumentare il ruolo dei sepoys
locali. Secondo questa scuola, si ridurrà così il deficit di bilancio e si
concentreranno le risorse dello Stato nella promozione di liberi mercati
internazionali, accordi commerciali e di investimento.
Essenzialmente le potenze imperialiste rispondono alle sconfitte militari in
due modi:
(1) cercando un modo nuovo, più facile (almeno agli occhi dei politici) di
vincere le guerre, per distrarre il pubblico dalla sconfitta, sostenere il
morale all’interno del mondo militare, rassicurare gli alleati e i clienti
della saldezza della propria capacità di proiezione di potere;
(2) ritirandosi dal campo di combattimento, abbassando il proprio profilo
militare per neutralizzare l’opposizione interna alla costruzione dell’impero,
ridurre l’isolamento politico internazionale e ricollocare le risorse politiche,
economiche e militari a difendere il sistema nell'insieme.
L'amministrazione Bush ha adottato la strategia delle nuove guerre – minacce
d’invasione, attacchi militari, sanzioni economiche e colpi di stato
("cambio di regime") contro Siria, Iran, Venezuela, anche se la loro
guerra in Iraq è fallita e devono fronteggiare una crescente insurrezione in
Afganistan. Anche se la guerra dei borghesi militaristi in Iraq è avversata da
una maggioranza dei loro cittadini ed abbandonata da un numero crescente di
partner della coalizione, i borghesi militaristi lanciano nuove campagne di
propaganda dei mass media, demonizzando i paesi segnati e creando
"tensione internazionale" nella speranza di rianimare la coesione
interna e nuovi "partner di coalizione" oltre il mondo anglosassone.
Di fronte a significative sconfitte militari, per debellare l’anti-militarismo
civile, gli artefici della politica imperialista USA ricorrono frequentemente a
"riuscite" invasioni di paesi piccoli e deboli. Per esempio, dopo la
sconfitta in Vietnam, gli US invasero la piccola isola di Grenada nei Caraibi,
e poi Panama. Appoggiandosi su questi esili trionfi imperiali, Washington si
volse con successo verso gli attacchi aerei contro la Jugoslavia e l'Iraq (I
Guerra del Golfo), creando la mistica nazionale dell’esercito "
invincibile e retto", pronto e impaziente di invadere l’Iraq. Nel giro di
tre anni di dura e implacabile resistenza, con 15.000 soldati tra morti e
feriti e al costo di $300 miliardi, la mistica è evaporata, sostituita da
disincanto ed opposizione.
La seconda risposta imperiale ad una sconfitta militare è tagliare le perdite,
attenuare le divisioni interne ed instradare temporaneamente la costruzione
dell'impero su altre vie: vale a dire guerre surrogate, operazioni coperte da
unità operative speciali e competizione economica intensificata per le quote di
mercato. Essendo provato che il passaggio dalla guerra ad alta intensità a
quella a bassa intensità e alla costruzione dell’impero basata sul mercato, è
una pausa temporanea tra guerre imperiali.
Durante e dopo la loro sconfitta in Vietnam, gli USA inclinarono verso
operazioni coperte per rovesciare il governo socialista democratico del Cile,
delegarono e finanziarono forze mercenarie in Angola, Mozambico, Nicaragua, Afghanistan
e imposero con successo regimi neo-liberali, per aprire nuovi mercati e nuove
opportunità di investimento in tutto il terzo Mondo e nell’ex URSS.
Insomma, le sconfitte inferte all’impero dai movimenti di liberazione nazionali
in alcuni casi cambiano temporaneamente le politiche, ma non colpiscono le
istituzioni soggiacenti e le forze socio-economiche che guidano le guerre
imperiali.
La tenuta della dottrina delle guerre multiple di fronte alle sconfitte non è
ancora provata ma è probabile che, nelle attuali condizioni militari ed
economiche, gli USA preferiranno esacerbare l'opposizione interna ed allargare
e approfondire la resistenza armata e di massa particolarmente nel mondo
musulmano, nel Medio Oriente e in America Latina- se verrà preso di mira il
governo eletto in Venezuela.
Purtroppo attualmente le istituzioni politiche e legali internazionali non sono
riuscite a definire e perfezionare le convenzioni e le norme di legge. Con Kofi
Annam, le Nazioni Unite hanno aiutato e sostenuto l’aggressione USA contro
l'Afghanistan, provvedendo una copertura legale per l’occupazione coloniale USA
dell'Iraq con il riconoscimento del regime fantoccio e rifiutando di condannare
l'uso sistematico da parte di Washington della tortura e della detenzione illegale
ed indefinita di sospettati. L'inchiesta della commissione Onu sull'assassinio
del miliardario statista libanese Hariri ha prodotto accuse contro il governo
siriano basate su testimonianze dubbie e prove che nessuna corte di giustizia
indipendente accetterebbe. Il Tribunale Internazionale sostenuto dall’Onu ha
rifiutato, relativamente alla Jugoslavia, di considerare i crimini di guerra di
statunitensi, inglesi e kossovari - inclusa la saturazione di bombe sulle
città, la pulizia etnica verso i serbi, l'occupazione e la frammentazione del
territorio serbo. Insomma, per essere efficace, la legge internazionale deve
ricercare un ordine istituzionale internazionale indipendente dalla
manipolazione e dal controllo UE-USA.
L'evitare o il proseguire la guerra, richiede che noi riusciamo a prevedere i
potenziali conflitti e scontri militari in nuce. Uno dei più malaugurati
presagi di conflitto militare sono le crescenti minacce USA alle potenze
economiche emergenti, segnatamente alla Repubblica Popolare Cinese.
Già da diversi anni ma più intensamente durante il 2005, Washington ha messo in
atto una rabbiosa campagna propagandistica di demonizzazione della Cina,
ampiamente basata su falsità grossolane e distorsioni. Il relativo declino
degli Stati Uniti rispetto alla rapida crescita della Cina ha provocato due
reazioni negli USA. Da un lato le multinazionali USA hanno trasferito molti dei
loro impianti manifatturieri in Cina, incrementato i loro investimenti e
commerci e cercato di assorbire le imprese potenzialmente lucrose. Dall'altro
una coalizione di alcuni settori dell'economia, appoggiata da diversi membri
del congresso e dai borghesi militaristi neo-conservatori, ha orchestrato
l'accerchiamento della Cina, con una politica aggressiva di protezionismo nazionale.
Nonostante l’aumento della "interdipendenza" tra Stati Uniti e Cina -
la Cina finanzia il deficit commerciale USA comprando obbligazioni del Tesoro
USA per miliardi di dollari ed ha accumulato un'enorme surplus commerciale con
gli USA - la fazione militarista ha firmato un patto militare rivolto contro la
Cina con il Giappone e l'India, costruisce basi militari nel Sud-Ovest
asiatico, organizza esercitazioni militari con il suo cliente, la Mongolia, e
spende miliardi di dollari per fornire armamenti militari a Taiwan, puntati
contro le città cinesi. La spesa USA per le sfide cinesi è di 30 miliardi di
dollari americani, con la richiesta che vengano triplicati, dimenticando
convenientemente che le spese militari USA eccedono i $ 430 miliardi, da cinque
a quindici volte (secondo la valutazione che si accetta). In risposta
all’accerchiamento degli Stati Uniti, la Cina è entrata in un patto difensivo
con la Russia e diversi altri stati ex sovietici.
Nell'élite USA, fra i settori "militaristi" e quelli economici c'è un
chiaro conflitto sul miglior modo di estendere l'impero. Entrambi i settori
sono attivi nel perseguire le loro mete imperiali, l’uno attraverso
l'accerchiamento militare, l'altro con la via della penetrazione del mercato,
col il blocco preventivo delle vendite di tecnologia, di società petrolifere ed
altri così detti "beni strategici".
Invece di accettare un potere economico ridotto in Asia, dove gli USa si
trovano a competere economicamente con la Cina, i settori militaristi dominanti
tentano di compensare il relativo declino economico aumentando l’aggressione
militare.
In altre parole,"l'interdipendenza economica" non è una condizione
bastevole per contenere l'inclinazione all’aggressione militare degli USA
contro le potenze economiche emergenti. I tentativi degli USA di bloccare
l’emergere della Cina come potenza regionale, seguono il piano strategico
disegnato da Paul Wolfowitz nel 1992, che prevede una serie di politiche
militari, diplomatiche ed economiche per instaurare un mondo unipolare. Venendo
meno una ripresa delle capacità economiche degli Stati Uniti, è probabile che
la crescita progettata della Cina evochi nuovi inviti allo scontro e
all’offensiva militare, anche attraverso l’incoraggiamento del separatismo
delle province (Taiwan, Tibet e le province musulmane nell'Ovest), o provocando
uno scontro territoriale in alto mare o nello spazio aereo, ingaggiando un
"interventismo umanitario", o promuovendo una nuova guerra
commerciale per l'energia e le materie prime.
Con l'elezione del Presidente Bush, un nuovo blocco di potere ha assunto i
principali centri decisionali dello stato imperiale; i borghesi militaristi
hanno declassato le tradizionali agenzie militari e di intelligence, in favore
di loro propri "corpi di intelligence" e "formazioni militari
speciali". Il Dipartimento di Stato è stato eclissato dai neo-conservatori
nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, nel Pentagono, negli influenti
"pensatoi" di destra e all'interno dell'ufficio vice-presidenziale -
fra gli altri centri del potere.
Il piano di guerra per l’Iraq, che loro hanno proposto e perfezionato,
spalleggiati dal sostegno dei borghesi militaristi (Rumsfeld, Cheney, Bush ed
altri) era per distruggere ogni avversario di Israele in Medio Oriente e
promuove in Medio Oriente una sfera di prosperità comune USA-Israele.
I fautori della politica imperialista non sono omogenei e non condividono
sempre le stesse prospettive e priorità ideologiche. La tradizionale élite
dominante non evitava di usare la forza, di demonizzare le vittime o di
intervenire per produrre "cambiamenti" di regime. Ciò che è diverso
nell’attuale configurazione del potere è 1) la loro posizione estremamente
militarista, che ha imposto guerre "offensive" preventive e
permanenti in ogni parte del mondo; 2) l’accoglimento degli interessi dello
Stato d'Israele negli interessi economici degli Stati Uniti nel plasmare la
strategia imperiale USA; 3) l'ostilità ai settori tradizionali dello Stato e i
tentativi di creare centri di potere paralleli; 4) le misure per sostituire
l'ordine costituzionale con un "nuovo ordine" esecutivo concentrato,
con facoltà da plenipotenziario di arrestare, incarcerare e vietare
l’opposizione politica.
Di conseguenza i borghesi militaristi affrontano un duplice conflitto: tra la società
civile e il "loro Stato"; ed una lotta intra-istituzionale tra i
militari di professione, la Cia e l’Fbi da una parte e i borghesi militaristi
ed i loro incaricati "paralleli" in queste istituzioni, che guidano
il versante dell’esecutivo.
La sconfitta dei borghesi militaristi attraverso un'opposizione civile di massa
combinata con riusciti procedimenti federali contro i membri chiave
dell'esecutivo, può minare la politica militarista e può dar luogo ad un
rovesciamento regolato. D'altra parte una sconfitta condurrebbe i borghesi
militaristi a prendere misure disperate, ad inventare un "11
Settembre" per imporre la legge marziale e "riunire il paese"
dietro ad una politica di guerra antiterrorista-militarista.
Conclusione
Nonostante il relativo declino del potere USA in termini economici e
militari, largamente dovuto alla resistenza popolare in Iraq e Venezuela e al
potere emergente della Cina, la minaccia di nuove guerre non è molto diminuita.
In gran parte perché a Washington abbiamo un regime estremista, dominato da
borghesi militaristi "volenterosi". Questo crea molta incertezza e
pericolo. Purtroppo, la minaccia di "nuove guerre", sta venendo
condivisa da molti leader europei, come Blair, Chirac e Merkel, che si sono
uniti al coro per destabilizzare la Siria e minacciare l'Iran.
C'è chiaramente molto bisogno di approfondire la nostra critica alla
fabbricazione delle "prove" delle minacce nucleari e alla
demonizzazione di determinati Stati. C'è bisogno di andare oltre i social forum
di massa, che discutono e si scambiano le idee, per formare un nuovo movimento
di partecipazione internazionale, mirato ad opporsi alle guerre imperialiste,
agli stati coloniali e alla struttura economica che li sostiene. Senza
fondamentali cambiamenti strutturali, i diritti umani universali custoditi
nella legge internazionale della Carta delle Nazioni Unite rimarranno lettera
morta. Dobbiamo disfarci dell'eresia che non ci sia un'alternativa alle guerre
imperiali, che si debba vivere in un "mondo unipolare", che il "realismo"
imponga di acconsentire alla consorteria militarista di Washington. Dobbiamo
invece affermare queste verità:
1) che, uscito dalle ceneri delle occupazioni coloniali, il popolo del Medio
Oriente sta forgiando il suo proprio destino;
2) che viviamo in un mondo multipolare, definito dai centri della resistenza di
massa popolare;
3) che la sopravvivenza del nostro pianeta dipende da un nuovo realismo basato
sulla libertà, l'autodeterminazione e, come il Presidente Chavez ha tanto
eloquentemente affermato, sul socialismo del ventunesimo secolo.
*
James Petras, Professore ordinario di Sociologia all'Università di Binghamton,
New York, ha profuso il suo impegno nella lotta di classe, è consulente dei
"senza terra" e di disoccupati in Brasile ed Argentina ed è coautore
di Zed. Il suo nuovo libro con Enrico Veltmeyer, I Movimenti Sociali
e lo Stato: Brasile, Ecuador, Bolivia e l'Argentina, sarà pubblicato ad
ottobre 2005.
Traduzione dall’inglese Bf