da http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=6903
di A.M.
22/12/2005
ne parliamo col giornalista Stefano Chiarini
Abbiamo incontrato Stefano Chiarini, lo scorso 6 dicembre nella sala del
Rettorato di Ancona, ospite delle associazioni pacifiste cittadine. L’inviato
del Manifesto in Medio-Oriente, nonché esperto di questioni internazionali ha
aggiornato il pubblico sull’attuale situazione in quelle terre tormentate,
cominciando dalla Palestina. Chiarini premette che “si parla poco e male del
Medio oriente, purtroppo anche a sinistra.
L’immagine positiva e rinnovata di Sharon non ha alcun riscontro nella realtà,
in cui non c’è una soluzione ai problemi in una direzione di pace. Sharon è il
generale israeliano responsabile dei massacri nei campi profughi di Sabra e
Chatila, in Libano. Un Tribunale belga pochi anni fa aveva aperto un
procedimento contro il generale ed il Pubblico Ministero lo aveva rinviato a
giudizio. Di fronte alla minaccia americana di spostare il comando NATO da
Bruxelles a Varsavia, il processo è stato insabbiato. Ma Sharon non è solo il
passato di sé stesso. Egli oggi non vuole uno Stato palestinese indipendente,
con continuità territoriale e sbocchi esterni; non rispetta le risoluzioni
delle Nazioni Unite; non pone nella sua agenda la questione dei profughi
palestinesi. Questa è una costante del generale Sharon, attraverso le stragi
nei campi profughi si volevano cancellare i campi profughi, mostrare che la
Palestina non ha un popolo.
Con la divisione della Palestina e la nascita di Israele, la risoluzione ONU
194 poneva la questione del rientro degli esuli, anche con la creazione
dell’UNRWA, un organismo ONU in difesa degli esiliati palestinesi. Questa
organizzazione, che gli USA hanno tentato più volte di cancellare, ha dato a
ciascun profugo un cartoncino con indicato il nome ed il proprio villaggio
palestinese di provenienza, ormai distrutti, dando così ai palestinesi un
riconoscimento internazionale al loro status di esuli con una patria.” Chiarini
prosegue spiegando la filosofia dell’annessione di Sharon: “l’acquisizione del
massimo della terra, con meno arabi possibile. Il muro infatti evita le città
palestinesi e le aree più popolose, disegnando una macchia di leopardo sullo
scampolo di West Bank 50%), annettendo la valle del fiume Giordano, Gerusalemme
est e le alture del Golan siriano. La Palestina viene smembrata così in 3, 4
parti senza sbocchi e senza risorse vitali come l’acqua, sul disegno di un
reticolo, al cui centro c’è il villaggio arabo ed intorno basi militari
israeliane, colonie, strade riservate ai coloni ed ai militari.
Il piano di Sharon non è un piano di pace, ma di annessione.” Il giornalista
descrive poi il disastro sociale di questa politica, per i palestinesi:
“creando su queste basi uno stato sovrano, la forza lavoro palestinese, pur
lavorando nelle colonie industriali israeliane, si troverà ad essere a carico
dell’ONU, non di Israele: ad uno stato legittimo infatti non si devono erogare
alcun tipo di servizi. Più che ad una forma di sovranità palestinese verrebbe
da pensare però ad una sorta di riserva indiana, senza alcun diritto al ritorno
dei profughi.” Chiarini puntualizza che oggi per riparare al torto dell’esodo,
quel diritto andrebbe comunque ragionevolmente negoziato. “La pace,” prosegue
l’esperto di questioni mediorientali, “ è possibile purché non si scenda sotto
il limite del 22% dei territori per i Palestinesi, che hanno già perso il 78%
delle terre, rinunciandovi. Il futuro Stato dei palestinesi dovrà avere una
continuità territoriale, con accesso alle risorse idriche, con uno sbocco
esterno che non sia Israele e con Gerusalemme est capitale.” L’esatto contrario
di quanto previsto dal piano Sharon.
Chiarini lancia un appello a sostegno del popolo palestinese: “hanno bisogno
del nostro aiuto. Vivono un’ occupazione mentre sui giornali occidentali i
“territori” non vengono mai definiti “ occupati” La Convenzione di Ginevra vieta
la colonizzazione da parte di un paese occupante;Israele viola questa norma
alterando gli equilibri demografici.” “Le fonti ufficiali israeliane sembrano
dipingere i palestinesi come degli estranei della regione, mentre invece essi
sono autoctoni ed il movimento di liberazione viene definito “terrorista”.
Queste interpretazioni israeliane sono sempre più spesso fatte proprie anche
dalla sinistra, dai suoi giornali e dai suoi partiti.”
Ovviamente il giornalista colloca la questione palestinese in un quadro più
vasto, quello della guerra in Iraq, dei tentativi di destabilizzazione del
Libano e delle minacce di aggressione rivolte alla Siria.
Parlando del paese dei due fiumi, Chiarini ha descritto il “governo iracheno
come un governo che accetta l’occupazione e la divisione etnico-confessionale
del paese. Le divisioni dei posti di governo e della burocrazia sono
proporzionate sulle percentuali religiose. Una cosa mai accaduta prima in Iraq,
ma già sperimentata dalle autorità francesi nel Libano coloniale. In questo
modo si vuole impedire la nascita di partiti nazionali iracheni, ipotizzando
un’organizzazione politica in cui il cittadino appartiene alla comunità, non
allo stato ed in cui il potere viene dato ai settori religiosi più retrivi. I
sunniti vengono discriminati, insieme ai curdi ed agli sciiti contrari
all’occupazione, a danno del senso di unità non solo araba ma anche nazionale.
Il paese viene diviso in 3 entità: a nord una curdo-americana, ricca di pozzi
petroliferi diretti verso Israele, una sunnita al centro e senza petrolio, ed
una sciita a sud, ricca di oro nero. Il petrolio non sarebbe controllato dallo
stato ma dalle singole regioni. Il progetto è scritto nella Costituzione, in
cui il paese viene definito non una nazione araba, bensì un paese abitato da
arabi” “Non è da escludere, secondo il mai accantonato piano antiarabo
sionista, lo smembramento dell’Arabia Saudita emarginando i sunniti locali per
far gestire il petrolio agli sciiti. O quello di dividere la Siria alla
componente laurita viene conteso il potere dai fondamentalisti sunniti. Un
progetto di alleanze sarà disegnato tra Israele e le minoranze non
arabo-sunnite, come già successe nel 1982 coi cristiano- maroniti in Libano, o
con i curdi o con i copti. Creando nuovi stati etnici, siano sunniti,
turcomanni, e di tutte le varie componenti, si giustificherà così lo “stato
ebraico”.
La nuova divisione dell’ area sarà arbitraria, non omogenea, con milioni di
profughi. Tutte le componenti, non esistendo censimenti certi ed essendo numerosissime
le famiglie miste, sosterranno prevedibilmente di essere la maggioranza.
L’effetto sarà una nuova Yugoslavia, moltiplicata per 10.000.” “La distruzione
dell’Iraq unito sta procedendo attraverso 4 passaggi fondamentali: il primo è
stato lo scioglimento dell’esercito nazionale che univa il paese; il secondo è
stato il saccheggio e la distruzione dei musei della Mesopotamia: il patrimonio
comune di tutte le etnie, antecedente all’islamizzazione dell’area; il terzo
l’eliminazione dai libri di scuola di ogni accenno al conflitto
arabo-israeliano; il quarto è stato il tentativo, poi fallito, di sopprimere la
bandiera nazionale irachena. Alle Olimpiadi di Atene si ipotizzò di portare
come vessillo della nazionale una bandiera con tre strisce ed una mezzaluna
azzurra, simile alla bandiera israeliana, senza alcun riferimento ai colori
nazionali arabi che sono il verde, il rosso, il nero.” “La resistenza sta
rallentando questo processo, che pure non è stato accantonato dagli occupanti,
i quali trovano anche un’opposizione nell’opinione pubblica americana.
L’occupazione sta attraversando degli aggiustamenti in direzione
dell’irachizzazione progressiva del conflitto, anche se le violazioni dei
diritti umani, peggiori di quelle che avvenivano sotto Saddam, non fanno che
aumentare la resistenza popolare.”
“A coloro che sostengono che con il ritiro delle truppe ci sarebbe ci sarebbe
il caos, va detto che è l’occupazione stessa a creare il caos nel paese e che i
cosiddetti “tempi tecnici per il ritiro” sono solo il tempo materiale per fare
le valigie visto che le basi straniere sono nel deserto, isolate dalle città.
E’ probabile che vengano cambiate le insegne della missione, ponendole sotto
l’egida della NATO; l’ipotesi non è troppo fantasiosa considerato che in America
ci saranno le elezioni di medio- termine”
Chiarini tiene a sottolineare la mancanza di una reale informazione di ciò che
avviene nel paese e sostiene che chi ha lodato le lezioni irachene dello scorso
anno, anche a sinistra, manca di autonomia di giudizio. “Io c’ero e non ho
visto nulla di democratico, pochissimi votanti e seggi simili a set
cinematografici. A noi giornalisti venne detto dalle autorità: “andate dove vi
pare, noi però vi garantiamo sicurezza solo in 5 seggi” . Sarebbe bene che la
sinistra si svincoli dalla chiave di lettura dei fatti fornita da israeliani ed
americani.”
Il giornalista ha poi risposto ad una serie di domande dal pubblico, la prima è
stata sul ruolo dei terroristi di Al Quaida. “Il ruolo di Al Quaida è
funzionale alla strategia americana, sposta il conflitto dal piano politico a
quello religioso.”
Sulla resistenza e la sua composizione Chiarini spiega che “gli americani non
si aspettavano una risposta così ampia all’occupazione. La sinistra, pur
essendo nella resistenza, non ha un ruolo chiave come lo hanno le componenti
nazionaliste arabe. Il Partito Comunista Iracheno è al governo con gli
americani ed ovviamente è malvisto dalla popolazione. Alcune componenti ne sono
uscite e stanno organizzandosi nel movimento resistenziale”
Qualcuno chiede un approfondimento sulla situazione della sinistra palestinese
e del ruolo del nuovo governo di Abu Mazen. “ La sinistra palestinese non gode
più di alcun sostegno economico e non riesce a fornire assistenza sociale come
Hamas. Tuttavia conta tra le sue fila intellettuali rilevanti. Abu Mazen, pur
essendo un moderato non può essere un collaborazionista con Israele, gli stessi
poliziotti palestinesi sono ex combattenti, la pressione della base popolare
palestinese gli impedisce di eliminare i settori nazionalisti con una milizia
repressiva. Inoltre Israele non accetterebbe una “concorrenza” palestinese nel
trovare il consenso degli americani, non tollererebbe una collaborazione tra
CIA e servizi palestinesi.”