da
SISA - http://www.sisa-info.ch - 15/12/2005
Il sindacato giovanile svizzero è appena stato a Cuba per il Congresso della
Federazione Sindacale Mondiale. Una congresso del sindacalismo di classe
purtroppo boicottato dai maggiori sindacati europei: solo SISA e SUD per la
Svizzera e la CUB per l'Italia si sono presentati.
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XV Congresso Sindacale Mondiale
Il resoconto dei nostri
delegati a Cuba
La Federazione Sindacale
Mondiale è un luogo aperto di fratellanza, e ciò anche se
esistono vari aspetti che per degli europei e per dei militanti come noi non
sono sempre comprensibili. Ma noi non siamo settari e vediamo in questa
organizzazione internazionale un valido partner affinché il sindacalismo
ritrovi il suo valore combattivo di trasformazione sociale. Max e Vinko, i
membri della nostra delegazione a Cuba, hanno presentato ai soci del SISA il
loro rapporto sull'esperienza appena vissuta sia dal lato politico-sindacale
che da quello umano. Il SISA valuterà come intensificare la collaborazione con
l'ufficio di Ginevra della federazione Sindacale Mondiale.
Introduzione
“Grazie compagno”. Dire questo a un poliziotto che ti aiuta fa uno strano
effetto. Solitamente siamo abituati a tenerci alla larga da loro, ma a Cuba è
diverso: poliziotti, militari, funzionari e popolazione sono tutti compagni e
amici. Il loro calore umano è percettibile ovunque. Come primo impatto è stato
davvero forte: non ci aspettavamo tale collaborazione dalle autorità. Abbiamo
invece scoperto che il popolo cubano è molto più disponibile di quanto si creda
nei paesi occidentali. Ci dispiace che i grandi mass-media trasmettano soltanto
scene di guerra e terrorismo (quasi vogliano giustificare l’imperialismo
americano) e invece non vogliano mai trasmettere informazioni proveniente da
Cuba (o perché no dalla Corea del Nord), dove per fortuna di eventi belli ne
avvengono ancora.
La Federazione Sindacale Mondiale
La Federazione Sindacale Mondiale (FSM) – World Federation of Trade Union
(WFTU) viene fondata nel 1945 su iniziativa dell’Unione Sovietica (e dello
stesso Stalin), la quale vedeva in essa la possibilità di unire il movimento
operaio internazionale per la causa del miglioramento delle condizioni di vita
della classe lavoratrice sul corto periodo, e per il cambiamento della società
in senso socialista sul lungo periodo. Finita la seconda guerra mondiale gli
USA si prendono i meriti, a dire il vero relativi, di “liberatori” dell’Europa,
rubandolo ai sovietici che più di tutti hanno pagato per sconfiggere il
nazifascismo.
Con la necessità di tenere sotto controllo l’Europa occidentale il governo di
Washington dà vita al piano Marshall. Per fare in maniera tale che questo
progetto fosse portato a termine senza intoppi si cerca l’alleanza dei
sindacati: gli USA decidono così di favorire la nascita di una nuova
Internazionale sindacale che si allontani dalla FSM, dominata dai
rivoluzionari: nasce la confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi
(CISL) – International Confederation of Free Trade Union (ICFTU): è il 1949.
Tanto liberi in realtà questi sindacati non erano, perché finanziati coi soldi
americani per tenere a bada le masse operaie e per consolidare il sistema
capitalista dandogli una parvenza “sociale”. La CISL con il tempo si è
rinforzata, assumendo posizioni social-liberali a scapito della FSM, nella
quale sono rimasti quei sindacati che ancora oggi con coraggio e coerenza
credono nella lotta di classe.
Negli anni ’70 il sindacato comunista italiano CGIL abbandona la FSM e si allea
ai socialdemocratici e nel 1995 anche il sindacato francese CGT legato al forte
Partito Comunista Francese si adagia su posizioni di un tragico riformismo di
destra e aderisce alla CISL. In Svizzera nessun sindacato fa parte della FSM:
da UNIA alla VPOD sono tutti membri dell’Unione Sindacale Svizzera, che
aderisce alla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e a sua volta è
affiliata alla CISL. Gli unici svizzeri accreditati quali osservatori al 15°
Congresso della FSM sono stati infatti il SISA ticinese e il SUD ginevrino.
Il Congresso della FSM
L’assemblea plenaria del 15° Congresso Sindacale Mondiale si è aperto al
Palazzo delle convenzioni dell’Avana vicino all’hotel Palco con un coro locale
che ha intonato prima una versione vocale de “El pueblo unido” e ha terminato
con la tradizionale Internazionale”, cantata da tutti i presenti in piedi e con
il pugno chiuso. La parola è in seguito passata rispettivamente ai vertici
della FSM: vestito in verde olivo, in ricordo dello sbarco del Granma, Pedro
Ross, della Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC), ha salutato i delegati,
passando poi la parola al dirigente sindacale siriano che fra le altre cose ha
avvertito i presenti che dopo l’Irak potrebbe essere la volta della Siria
(governata da un’alleanza baathista e comunista) e venir invasa: negli scorsi
giorni ve ne sono state le avvisaglie dopo che dei marines a stelle e strisce
sono entrati in territorio siriano innescando un conflitto a fuoco con le
guardie locali (notizia che è passata praticamente inosservata sui nostri
mass-media).
Il giorno seguente la plenaria è continuata con interventi liberi: apprezzato è
stato il discorso tenuto dal coordinatore del SISA che ha spiegato la necessità
di unire le lotte operaie e studentesche per una società più equa e dando
maggiore risalto alle aspirazioni della base. Successivamente si sono svolti
due work-shop tematici: il primo sul ruolo dei sindacati nei confronti della
globalizzazione neoliberista e il secondo sulla lotta per la pace e contro
l’imperialismo. La delegazione studentesca del SISA ha scelto il primo incontro
e ha ascoltato gli appassionati appelli alla resistenza classista in
particolare da parte del sindacato petroliero messicano e da un giovanissimo
studente di un’accademia militare latinoamericana affinché globalizzazione non
sia sinonimo di imperialismo, come purtroppo è il caso attualmente.
Durante il work-shop è intervenuto anche l’amico Pierpaolo Leonardi, della CUB,
il quarto sindacato nazionale italiano, che come noi è di base e collabora con
il SISA nella Rete Sindacale Europea: il discorso di Leonardi è stato
fondamentale per evitare che i compagni asiatici e africani coltivino false
speranze: non è vero che l’Europa è la faccia buona della globalizzazione
rispetto agli USA, in realtà è un tutt’uno fatto di sfruttamento delle risorse
dei paesi più poveri e di attacco ai diritti sociali dei lavoratori occidentali.Il
terzo giorno si sono svolte le sessioni di lavoro sulle questioni regionali, in
cui i sindacalisti presenti si sono divisi per continente e hanno esplicitato
le proprie posizioni per trovare sinergie su temi concreti.
Il 4 dicembre mentre si riuniva il Consiglio generale della FSM per eleggere il
nuovo ufficio presidenziale, gli ospiti e gli osservatori venivano invitati a
visitare la Piazza della Rivoluzione con il monumento imponente dedicato al
patriota José Martì e il ministero dell’interno con la gigantesca immagine di
Che Guevara in ferro sulla facciata dell’edificio. Dopodichè si è passati alla
Scuola Latinoamericana di Scienze Mediche, dove studenti da tutto il continente
vanno a studiare medicina gratuitamente, completamente sussidiati dal governo
cubano, che aiuta in questo modo quei giovani che non avrebbero la possibilità
di studiare per la distruttiva selezione sociale che caratterizza (anche in
Svizzera) il sistema formativo di tipo borghese.
Tornando a parlare dell’assise sindacale, il 15° Congresso ha pure deliberato
su una ventina di risoluzioni, alcune contro le aggressioni militari, un’altra
per liberazione immediata dei 5 eroi cubani ingiustamente incarcerati dagli
yankee, altre per l’unità della classe operaia, ecc.
Per quanto ci concerne abbiamo avuto modo di conoscere varie organizzazioni
sindacali da tutti i paesi del mondo, stabilendo relazioni sia politiche sia
umane che ci auguriamo poter rendere effettive al di là di questi quattro
giorni. Momenti di interessante dibattito politico si sono intrecciati con
attimi di vera emozione, come quando il SISA è stato insignito del distintivo
della Confederazione dei Lavoratori dell’Ecuador, consegnatoci da una compagna
che ha sottolineato che il nostro discorso di vitalità e di speranza merita la
solidarietà degli anziani. Un incontro anch’esso molto affettuoso è stato
suggellato da una pacca sulla spalla di un nostro militante al presidente del
sindacato dei docenti della Corea del Nord, paese sconosciuto, diffamato e
potenziale obiettivo di invasione militare americana.
Momenti più seri ma non meno carichi di amicizia e reciproco rispetto sono
avvenuti con la folta delegazione indiana e un compagno del Bangladesh ha
voluto a tutti i costi che lo mettessimo in contatto con il Partito del lavoro
ticinese. Il SISA ha pure consegnato le proprie credenziali a un membro del
neonato Sindacato alternativo spagnolo, incontrato tramite il fraterno amico
Ramon Cardona, segretario generale aggiunto della FSM, che ci aveva incontrato
un anno fa nel nostro ufficio a Bellinzona e che durante tutta la durata del
Congresso ha dimostrato grande disponibilità e affabilità. Oltre a questi vanno
pure citati il dissidente della CGT francese Joseph Lop, il responsabile del
Blocco Sindacale di Sinistra dell’Unione Sindacale Austriaca, l’interprete
personale per l’italiano di Fidel Castro, un esponente del sindacato
nicaraguese vicino al Fronte sandinista, e dei compagni del combattivo PAME
greco, e tantissimi altri.
Bilancio soggettivo del Congresso
La Federazione Sindacale Mondiale è un luogo aperto di fratellanza. E’ questo
il sentimento generale che si respira nell’ambiente congressuale. Ciononostante
esistono vari aspetti che per degli Europei e per dei militanti come noi non
sono sempre comprensibili. Qualcuno – forse solo per ignoranza politica, forse
per settarismo dogmatico – ritiene che un sindacato di base e alternativo come
il SISA dovrebbe boicottare momenti “burocratici” come questi, che hanno un
passato legato al blocco socialista. Ma come è vero che lo stalinismo
propriamente detto è finito nel 1956 e che il Muro è caduto nel 1989 deve
esserci, in sindacalisti a cui sta veramente a cuore l’emancipazione degli
ultimi (e non i soliti estremistucoli-parolai), la capacità di lavorare all’interno
di quelle strutture che non hanno abbandonato – pur con sensibilità e metodi
sicuramente diversi – la combattività e soprattutto l’analisi classista dei
fenomeni sociali.
In questo senso non si può lavorare nella CISL perché dipendente dalle lobby
economiche, non si può lavorare nella CMT perché dipendente dalla Chiesa, non
si può lavorare nell’AIT perché il settarismo anarcoide è contro l’unità! Il
discorso del SISA al Congresso chiedeva di favorire l’azione diretta dei
lavoratori e quindi di evitare il burocratismo e il verticismo del sindacalismo
rimasto a una concezione un po’ sovietica dell’organizzazione. E’ stato
applaudito anche dai cinesi e dai coreani che effettivamente sono lontanissimi
da queste idee.
Non bisogna mai dimenticare però due cose fondamentali: anzitutto ogni popolo
ha la sua cultura e le tradizioni (che si ripercuotono anche nel modo di
lavorare in un partito o in un sindacato) che non si possono cambiare imponendo
il nostro metodo; in secondo luogo in paesi dove vige un sistema socialista o
comunque centralizzato e più o meno statalista il ruolo del sindacato è
profondamente diverso rispetto a quello che si concepisce in una società ad
economia di mercato in un regime di cosiddetta democrazia liberale. Ma se da
parte nostra c’è la volontà di lavorare nella FSM, è anche perché i documenti
congressuali ci hanno dimostrato che la volontà di “aprire” la federazione ai
movimenti e alle associazioni plurali esiste e va aiutato. A piccoli passi
forse, ma un processo rivoluzionario (ma davvero ben fatto e serio) è sempre
molto concreto, molto pragmatico.
Quale futuro fra SISA e FSM?
Il SISA studierà una propria linea da adottare per stabilire eventuali future
collaborazioni con la FSM. Sul corto periodo si è però già deciso di aprire un
dialogo con l’ufficio della FSM presso le Nazioni Unite (ONU) a Ginevra e di
richiedere formalmente l’apertura di una scuola sindacale per formare i futuri
militanti, aspetto che evidentemente come sindacato studentesco ci interessa in
maniera particolare.
Il contatto con il popolo cubano: povertà o
ricchezza?
La società socialista rimane una società in cui esistono le classi sociali: la
“dittatura del proletariato” secondo Marx serve proprio a livellare la società
sull’uguaglianza sostanziale e quindi procedere verso il comunismo. La cosa che
più dispiace non è quindi quello di vedere la società cubana non ancora del
tutto pronta al comunismo: questo è un processo lungo e tortuoso. Il problema è
semmai quello di vedere determinati passi indietro compiuti nell’ultimo
decennio con la dollirificazione e la creazione di una economia a due velocità.
Che nel periodo speciale sorto con la sparizione improvvisa del Comecon fosse
necessario l’apertura moderata al mercato è comprensibile (lo ha fatto anche
Lenin e Tito a suo tempo), ma che ancora oggi si sia ancorati a un modello che
sta lentamente minando le basi dell’uguaglianza lascia perplessi.
La presenza di gente che si prostituisce e che tenta in ogni modo di arrivare
ai soldi dei turisti NON per bisogno (e questo è importante sottolinearlo) ma
per raggiungere livelli di vita più agiata è anche comprensibile (dato che il
sistema socialista non permette forme di arricchimento sproporzionale in breve
tempo come quello capitalista, il che ci sembra anche giusto, poiché è vero che
non ci si arricchisce materialmente, ma sicuramente, attraverso il processo
socialista, ci si arricchisce umanamente e socialmente), ma queste piccole basi
di consumismo sono un danno per la Rivoluzione perché il denaro diventa Dio e l’eventuale
passaggio al capitalismo non verrebbe neppure visto come tragico. E’ possibile
che in centro città fra i quartieri popolari si costruiscano hotel di lusso o
ristoranti dai prezzi molto europei che un cittadino cubano medio non potrà mai
permettersi? Se era necessario nel periodo speciale scendere a questi
compromessi non era possibile forse limitarli a determinate zone della città?
Inseriti in un contesto sociale nettamente meno ricco potrebbe infatti creare
situazioni di invidia e di perdita dei valori fondamentali del socialismo fra
la popolazione.
E’ pure preoccupante che esistano tuttora, anche se qui si sta migliorando,
lavoratori pagati in pesos e altri che ricevono salario in valuta, ciò che crea
un potere d’acquisto diverso. In un momento di incertezza sarebbe disposta la
gente a resistere agli Americani o cederebbe spinta dalla propaganda
capitalista e consumista a cambiare il sistema (per poi fare la fine dei russi
che impiangono nientemeno che Stalin)? Sarebbero pronti a resistere perché ora
hanno scuola e sanità gratuita? Sono domande legittime, critiche, che abbiamo
posto in modo molto diretto ai cubani, perché a Cuba si può parlare di tutto e
la presunta “dittatura” non la si vede neanche di striscio.
La cosa che nonostante tutte le perplessità di cui sopra fa ben sperare è che a
livello di autorità si è ben consci di questi rischi ma pure dell’alto livello
dell’educazione (pure etica) del popolo che dovrebbe essere in grado di evitare
che le tentazioni consumistiche possano prendere il sopravvento. Inoltre c’è
molta speranza che un giorno abbastanza vicino si riesca a eliminare la doppia
economia attuale, fonte di molti problemi, ma necessaria per mantenere in piedi
le conquiste sociali della Rivoluzione anche durante la gravissima crisi
economica del dopo ’89.
Va detto che poco prima che partissimo, Fidel ha annunciato che l’economia
cubana è ancora cresciuta (circa del 9%, e non è poco se pensiamo che
l’economia svizzera cresce, quando va bene, del 1.5%) e ciò permetterà di
aumentare i salari, i sussidi sociali e le rendite pensionistiche. Si torna a
casa con un’immagine di Cuba meno stereotipata, e con chiari ed evidenti tutti
i problemi del paese che non sono nascosti e vengono ammessi senza problemi, ma
con la sicurezza che quell’esperienza non è morta, al contrario ha ancora oggi
molti aspetti che meritano di essere conosciuti e apprezzati, e altri che
andrebbero cambiati (ma la Rivoluzione cubana non è mai stata immobilista, anzi
ha sempre saputo far buon uso delle critiche costruttive dei compagni).
Si torna a casa con la fiducia che il popolo cubano, nonostante tutto, è forte
e dovrebbe riuscire a resistere: per questo la nostra solidarietà per quella
Rivoluzione deve essere ancora più forte, ancora più impegnata. A volte quando cammini
per l’Avana vedi cose che ti rallegrano; in altri casi ti prende l’angoscia per
situazioni poco comprensibili, ma Cuba è un paese reale che tenta (e quasi
sempre ce la fa) di applicare l’ideale più umano che esista, non è un manuale
di teoria marxista. Per questo le nostre critiche che, certamente, devono
esistere, non devono essere però quelle dei soliti comunisti da salotto che
sempre cadono nel purismo ideologico e settario di unici detentori della verità
rivoluzionaria.
L’esperienza vissuta all’Avana ci ha permesso di toccare con mano la realtà del
popolo cubano. Abbiamo constatato che molti dei luoghi comuni che vigono nelle
menti degli occidentali non sono, di fatto, reali: ci siamo resi conto che il
popolo cubano può essere invece un ottimo modello anche per noi, che tanto
abbiamo perso dal lato umano e sociale. Possiamo poi smentire con fermezza ciò
che si dice sulle istituzioni cubane: innanzitutto non esiste nessun tipo di
censura mediatica; d’altra parte non si riscontra nemmeno nessuna pressione
“dittatoriale”.
Ciò che i capitalisti odierni vogliono farci credere, e cioè che uno stato
socialista come Cuba ha tendenze repressive, impositive o quant’altro, è del
tutto fuori luogo se confrontato con la realtà cubana. Abbiamo scoperto (come già
enunciato) che il sistema socialista dell’Isola permette a tutto il suo popolo
un’istruzione gratuita: ciò significa che la popolazione vive nella più totale
libertà di pensiero e – grazie all’istruzione adeguata – è arricchita di
“strumenti” indispensabili per compiere le proprie scelte. Bisogna capire che i
problemi finanziari ai quali è confrontata Cuba non sono dovuti al suo modello
economico, bensì sono gli USA a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo
economico dell’isola: infatti è a causa dell’embargo degli yankee che Cuba ha
difficoltà a progredire.
Non dobbiamo quindi correre a capofitto a denunciare un modello socialista
senza conoscerne i retroscena. Tante volte invece sarebbe il caso di concederci
una bella vacanza in paesi come quello caraibico, evitando forse di alloggiare
in hotel a 5 stelle con confort occidentali e andando invece ad alloggiare in
una casa cubana, per comprendere meglio la realtà di questo interessantissimo
popolo. Girando per le strade dell’Avana abbiamo notato che i bambini si
ritrovano per strada, giocano, ridono, corrono, si divertono, fanno scuola,
sono felici. Scene quotidiane che oggi non vediamo più in paesi
industrializzati come il nostro. Sarà la cultura cubana, sarà il fatto che i
cubani non hanno i confort che invece gli occidentali hanno… noi crediamo
piuttosto che sia la coscienza del popolo a rendere possibile tutto questo.
Coscienza che gli occidentali hanno man mano perso, a causa delle leggi di
mercato e del consumismo spietato.
Il contatto col popolo ci ha fondamentalmente insegnato quanto i cubani credano
nel socialismo e nel processo rivoluzionario (processo rallentato – ed è giusto
dirlo - a causa della arroganza occidentale) che lentamente li sta portando ad
un benessere sempre maggiore. Credere in questo popolo è già un passo per
aiutarlo.Per concludere possiamo dire d’aver vissuto una sostanziosa mole di
situazione ed esperienze. Da queste abbiamo tratto sicuramente un insegnamento
valido: il socialismo è la sola via che ci permetterà di risolvere i problemi
non solo europei, ma anche del mondo!
Vinko Bilusic e Massimiliano Ay
(SISA - http://www.sisa-info.ch)