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Intervista a
Stefano Chiarini: la Palestina, Israele, la politica estera Usa
di redazione del 11/01/2006
1. Ariel Sharon è in gravi condizioni di salute e ormai fuori dalla scena
politica israeliana. Cosa significa questo da un lato per Israele e per il suo
sistema politico (a partire dal nuovo partito a cui lo stesso Sharon aveva da
poco dato vita)? Cosa significa, dall’altro lato, per il progetto di cui Sharon
si era fatto interprete: quello di una “Piccola Palestina” discontinua,
controllata, assediata e disegnata sulla cartina geografica a macchia di
leopardo?
L’uscita di scena di un personaggio che aveva fatto di tutto per occupare
l’intero spazio politico e che puntava sostanzialmente, con le prossime
elezioni, a conquistare un potere maggiore di quello che tradizionalmente hanno
i primi ministri israeliani, è un dato di fatto di enorme rilevanza.
Vorrei ricordare questa vocazione bonapartista di Sharon, quella di un generale
che assume tutti i poteri, di un capo che si identifica completamente con il
suo Stato. È importante perché la sua scomparsa lascia un vuoto notevole nel
sistema politico israeliano che sarà difficile colmare, anche se il sistema
stesso è pieno di generali pronti in prospettiva a prendere il suo posto e a
continuare il suo progetto.
Al di là delle alchimie parlamentari, sappiamo che il potere in Israele è nelle
mani, in gran parte, del complesso militare ed industriale e dei servizi di
sicurezza che non a caso hanno espresso sino ad ora gran parte dei membri della
classe politica.
Ora bisogna vedere se il nuovo partito Kadima, formato con una parte del Likud
e alcuni laburisti come Peres, continuerà a svilupparsi oppure entrerà in
crisi. I sondaggi dicono che comunque dovrebbe rimanere una delle forze più
significative, certo è che senza Sharon perderà molto della sua efficacia.
2. Sharon viene presentato, spesso anche a sinistra, come “l’uomo della pace”,
colui il quale già viene rimpianto appunto perché massimo, in alcuni casi
addirittura unico garante del processo di pace. Qual è il giudizio che tu
daresti complessivamente di Ariel Sharon?
Sharon è un generale che si è sempre mosso nella convinzione che fosse da
evitare la costruzione di un vero Stato palestinese nei territori occupati, con
capitale Gerusalemme est e con sbocchi verso l’esterno. Sharon pensa che tutta
la terra fino al Giordano sia terra israeliana. Anche a causa delle pressioni
americane, aveva capito negli ultimi tempi che l’ipotesi di un’annessione
totale non sarebbe andata nell’interesse di Israele ed era venuto meno uno dei
suoi retropensieri principali: annettere tutto per poi mandare via i
palestinesi come già era avvenuto nel 1948 e in parte nel 1967. Chiaramente la
situazione internazionale non avrebbe più permesso un progetto di questo tipo;
Sharon è andato allora elaborando un’ipotesi che prevedesse l’annessione del
massimo di territorio possibile con il minimo di arabi possibile. Questa è
l’equazione che sta alla base del progetto di Sharon; un progetto che non
poteva prescindere dal muro, strumento della politica di annessione ad Israele
di gran parte degli insediamenti. L’idea di affidare una sorta di autonomia
alle zone ad alta densità abitativa palestinese, alle città e ai gruppi di
villaggi farebbe sì, in questo progetto, che queste zone si troverebbero a
macchia di leopardo senza una loro continuità territoriale. La gran parte delle
terre invece rimarrebbero ad Israele, soprattutto quelle fertili, dove ci sono
le sorgenti d’acqua, e poi l’intera valle del Giordano che sbocca sulla
Giordania. Ne uscirebbe un’entità palestinese spezzettata, senza un retroterra
economico, senza sbocchi verso l’esterno e anche frammentata al suo interno.
L’obiettivo non è arrivare alla pace ma evitare che un’annessione totale dei
territori occupati possa rimettere in discussione il carattere ebraico dello
Stato d’Israele. E ciò si eviterebbe annettendo solo i territori e non la
popolazione.
Sharon è pericoloso quindi non tanto per quello che ha fatto in passato
(intendiamoci al riguardo: il principio che i crimini di guerra vadano puntivi
deve valere anche per Sharon) ma quanto per quello che significa il suo
progetto per il futuro.
La parte più pericolosa del suo progetto è l’idea delle mosse unilaterali, la
scelta di non trattare con la parte palestinese. Questo è molto grave perché in
sé, teoricamente, non crea alcun interlocutore e punta a creare il caos dalla
parte palestinese. Senza dimenticare che va contro gli accordi di Oslo, non
rispetta tutte le risoluzioni dell’Onu e la Convenzione di Ginevra. Non si può
arrivare alla pace senza il diritto internazionale.
È evidente che questo progetto rimarrebbe estremamente pericoloso anche nel
caso in cui venisse riassunto da altri esponenti politici israeliani.
3. Come giudichi i risultati delle recenti elezioni municipali, che hanno visto
l’affermazione di Hamas? Quali sono le prospettive che questo voto apre in
relazione alle prossime elezioni del 25 gennaio, che avverranno in un clima
incandescente di scontri e con un pesante vuoto d’autorità?
I risultati che ci sono stati sono in parte il frutto del malgoverno che ha
segnato l’autorità palestinese e anche il risultato delle pressioni americane
che hanno fatto sì che l’autorità palestinese abbandonasse un discorso di
resistenza e opposizione per allinearsi sulle posizioni americane. Il venire
meno di questo atteggiamento di opposizione e resistenza ha indebolito molto
l’autorità palestinese. Non possiamo dimenticare poi che le continue pressioni
internazionali hanno portato ad una diminuzione dei fondi all’Anp mentre Hamas
non ha mai avuto problemi economici di questo tipo.
Credo inoltre che Al Fatah abbia pagato le sue leggi elettorali di stampo
maggioritario, volute a suo tempo per garantirsi il potere a livello locale. Ma
cambiando il clima politico quelle leggi elettorali hanno avvantaggiato Hamas.
La ricerca di sistemi proporzionali è fondamentale per garantire una dialettica
tra le diverse posizioni, anche nel caso di una netta prevalenza di questa o
quest’altra lista.
Vorrei aggiungere che il movimento di Hamas non va demonizzato oltre un certo
limite, essendo comunque parte della resistenza anche se portatore di
un’ideologia molto conservatrice. Tuttavia non è minimamente paragonabile ad
altri movimenti islamisti presenti in altre aree del Medio oriente.
Ci sono infine alcuni episodi interessanti nelle scorse consultazioni: penso
all’elezione a Ramallah e a Betlemme di due sindaci delle liste del Fronte
popolare.
4. Quali sono le condizioni indispensabili, oltre alla continuità territoriale,
per poter costruire, a più di dieci anni dagli accordi di Oslo, uno Stato
palestinese?
Uno Stato palestinese è tale innanzitutto se viene garantita l’estensione
sull’insieme dei territori occupati, di per sé il 22 per cento della Palestina.
Nel 1988 con la proclamazione simbolica dello stato di Palestina, dopo
l’Intifada, i palestinesi già rinunciarono al 78 per cento del proprio Stato.
Non è possibile scendere sotto questa soglia del 22 per cento: non è possibile
in primo luogo perché è fondamentale la continuità territoriale, uno sbocco
verso l’esterno, magari per sviluppare rapporti privilegiati con la Giordania.
E’ fondamentale poi che la capitale dello Stato palestinese sia Gerusalemme est
e che venga riconosciuto il diritto al ritorno dei profughi. Questo è giusto a
livello teorico e politico, anche se poi si dovrà evidentemente negoziare con
la controparte. In linea generale però il riconoscimento del diritto è
fondamentale: i profughi hanno il diritto di visitare il proprio paese, ad un
indennizzo per tutte le proprietà che sono state loro sottratte. È un diritto
riconosciuto dall’Onu nella risoluzione 194; il suo riconoscimento metterebbe i
due popoli su un livello di parità e cioè assumerebbe un alto valore storico e
politico.
5. In un articolo apparso sul manifesto domenica 8 gennaio commentavi la
conferma, riportata anche dal N.Y.T., dell’apertura di trattative tra esponenti
politico-militari Usa e alcuni leader della resistenza irachena. Due domande
speculari: quali sono gli obiettivi in Iraq, a breve e medio termine, degli
Stati Uniti e qual è il grado di resistenza oggi del Paese all’occupazione
statunitense.
Il primo obiettivo degli Usa, e quindi probabilmente anche dei loro alleati, è
quello di rimanere in Iraq. Non c’è in campo alcuna “exit strategy”. Vedremo
se, nel caso di un governo del centrosinistra, avverrà un ritiro totale e
immediato delle truppe… per parte mia ho molte riserve.
Il progetto americano è quello di restare, e restare ovviamente cercando di
limitare le perdite. Le ragioni sono ovviamente di carattere economico e
strategico, dobbiamo pensare che l’Iraq è il primo paese per risorse
petrolifere non sfruttate, che nel tempo dureranno di più di quelle dell’Arabia
Saudita. Bisogna pensare poi alla sua collocazione geografica alle porte
dell’Asia e a ridosso dell’Iran.
In questa prospettiva (rimanere ma limitare le perdite) hanno avviato contatti
con la resistenza anche se non siamo ancora al momento della trattativa
generale. Gli Usa vogliono limitarla ad accordi parziali con esponenti locali
senza mettere in discussione il progetto generale della divisione dell’Iraq su
basi etniche e confessionali. Fino ad ora i sunniti sono stati totalmente
esclusi dal potere, oppressi, perseguitati perché hanno rifiutato l’occupazione
e anche perché incarnano un nazionalismo arabo che va distrutto, secondo uno
dei paradigmi dell’ideologia neoconservatrice. Però ovviamente un accordo con
alcuni di questi settori sunniti con l’obiettivo di pacificare determinate zone
non metterebbe in discussione il progetto complessivo di separazione del paese
in tre, quattro parti.
In realtà quello che chiede la resistenza irachena “nazionale” è un calendario
per il ritiro delle truppe e l’apertura di una discussione sulla presenza dei
militari in Iraq.
6. Arriviamo a noi. Interrogarsi sugli scenari della politica internazionale
significa anche, di riflesso, capire le linee di tendenza degli schieramenti
che si fronteggiano in casa nostra per la vittoria delle prossime elezioni
politiche. La prassi della destra, totalmente subordinata alle direttive
statunitensi, è nota. Ti interrogo invece sulle prospettive dell’Unione, il cui
documento licenziato dal tavolo di confronto contiene più di una stonatura. Vi
si legge che “il ritiro dall’Iraq” – non immediato – “andrà effettuato con una
forte iniziativa politica in modo da accompagnare nel migliore dei modi la già
avviata transizione democratica dell’Iraq”. Si sostiene che in Iraq è già
avviata una transizione alla democrazia. Cosa possiamo dire?
È assolutamente falso. Non vi è alcuna transizione e alcuna democrazia. C’è
invece un’occupazione e un’investitura, da parte degli Usa, di partiti
confessionali ed etnici che hanno il monopolio del potere politico. Ora stanno
gestendo per conto degli americani il paese su basi etniche e confessionali
pensando solamente agli interessi della loro comunità o setta confessionale;
direi che questa è la negazione di qualsiasi principio democratico perché i
cittadini iracheni non sono più cittadini dello Stato iracheno, ma fedeli di
questa o quella confessione religiosa o parte di una certa etnia. Praticamente
il cittadino iracheno non nasce con determinati diritti ma acquisisce le
possibilità di fruirne solo in relazione all’etnia o alla religione del padre o
della madre.
Le famiglie miste non sanno bene come collocarsi, non hanno voce. Devono
schierarsi. Chiamare questa situazione - che ricorda lo stato tribale o
confessionale - “transizione democratica” mi sembra profondamente sbagliato e
fonte di futuri errori.
Né il governo italiano né l’Ulivo hanno denunciato le violazioni dei diritti
umani da parte delle truppe d’occupazione e da parte di questo presunto governo
democratico.
Voglio ricordare i lager, le scorribande delle milizie confessionali, i brogli
elettorali compiuti dalle milizie filo-iraniane e curde.
La situazione che il documento dell’Unione definisce “di già avviata
transizione democratica” è drammatica. Ciò che si è avviato è la distruzione
dello Stato iracheno come stato unitario e arabo.
7. Quali ritieni debbano essere i capisaldi di una proposta politica realmente
d’alternativa?
Sostanzialmente per quanto riguarda l’Iraq andrebbe innanzitutto ribadito il
giudizio che ho finora espresso.
Il secondo punto è mantenere ferma la richiesta di un ritiro immediato accompagnato
chiaramente dalla richiesta altrettanto importante di un avvio di trattative
dirette con la stessa resistenza e con l’opposizione legata alla resistenza in
modo da arrivare rapidamente ad un confronto sui temi del ritiro e della
costruzione in prospettiva di un nuovo sistema democratico.
Nuovo sistema democratico che non è possibile costruire senza ripartire da un
vero governo di unità nazionale nel quale siano presenti anche esponenti della
resistenza e da vere elezioni sotto il controllo internazionale.
Dire che ci vogliono tempi tecnici per il ritiro da un lato è un’ovvietà ma
dall’altro mi vien da dire che i tempi tecnici sinceramente sono quelli di fare
le valigie!
Un altro pericolo che, in prospettiva, non escluderei è che una parte del
centrosinistra potrebbe comunque spingere per mantenere una certa presenza
italiana in Iraq ma con la copertura della Nato. Ridurre o anche togliere la
presenza delle truppe italiane ma continuare contemporaneamente a gestire e
sostenere anche attraverso soldati italiani nella nuova Accademia militare
della Nato in costruzione a Baghad, quella guerra. Sarebbe estremamente grave
ma credo che sia uno dei progetti più credibili sul tappeto.