fonte http://www.solidnet.org
da Partito Comunista del Brasile (PcdoB)
http://www.pcdob.org , mailto:internacional@pcdob.org.br
L’evoluzione
del FSM e l’avvio della discussione sul nuovo socialismo
Intervista a José Reinaldo Carvalho
17 febbraio 2006
L’intervista è stata pubblicata nei siti di Diario Vermelho (www.vermelho.org.br) e del Cebrapaz (www.cebrapaz.org.br).
Nel suo percorso, il Forum Sociale Mondiale si è trasformato nel principale evento per i movimenti popolari di diversi paesi. Quest’anno, in modo inedito, il Forum è stato un evento policentrico. E per la prima volta ha potuto riflettere la nuova atmosfera che si sta vivendo in America Latina, caratterizzata dalla tendenza alla crescita del movimento progressista. Il Cebrapaz – Centro Brasiliano di Solidarietà per i Popoli e di Lotta per la Pace – ha partecipato con una sua delegazione sia al Forum di Bamako, nel Mali, che in quello di Caracas, in Venezuela, svoltisi nel gennaio scorso. Il direttore delle Comunicazioni del Centro, scrittore e analista delle questioni internazionali, José Reinaldo Carvalho, che ha partecipato ad entrambi gli eventi, cerca di fare, in questa intervista rilasciata alla giornalista Priscila Lobregate, un bilancio dello scenario mondiale e del significato che riveste la tendenza alla crescita della sinistra. Per lui, “lo spirito dell’epoca non è quello della conciliazione con l’imperialismo, ma la lotta antimperialista” e l’organizzazione della “nuova lotta per il socialismo”.
D. Quest’anno, per la prima volta abbiamo avuto una versione policentrica del FSM. E la grande notizia è rappresentata dal suo svolgimento anche a Bamako, Mali. Quali impressioni ha ricavato dal fatto che l’Africa abbia ospitato l’evento?
R. Il Forum Sociale Mondiale di Bamako è stata la manifestazione del rifiuto da parte dei popoli africani del colonialismo e della globalizzazione capitalistica, che sono le cause della povertà e della miseria del continente. Nelle loro principali parole d’ordine, essi hanno affermato che una nuova Africa sarà possibile solo in un mondo giusto e solidale e che la globalizzazione neoliberale è uguale a un apartheid sociale. In altre parole, c’è la comprensione che l’idea di un altro mondo possibile non è sufficiente. E che è necessario precisare in che condizioni questo mondo e questa nuova Africa diventeranno possibili.
Al momento dell’inaugurazione politica, i rappresentanti del FSM di Bamako, della società civile e delle organizzazioni hanno fatto discorsi combattivi. Il contenuto delle loro parole d’ordine era chiaramente antimperialista, anti-neoliberale e sottolineava il fatto che, fino a quando le politiche economiche e sociali indirizzate all’Africa saranno condotte dagli stessi organismi finanziari ed economici internazionali che guidano la globalizzazione, queste politiche, che teoricamente dovrebbero combattere la povertà, non rappresenteranno altro che una falsa lotta contro la povertà.
Per coloro che sono parte di questa lotta, è rincuorante vedere i leader locali dibattere e riflettere sui loro problemi in modo maturo e avanzare proposte convergenti con una piattaforma di lotta antimperialista. E’ importante denunciare che la povertà in Africa è il risultato della politica nocolonialista delle potenze imperialiste. Visitando l’Africa possiamo constatare quanto sia scioccante l’ineguaglianza, come la rendita e la ricchezza siano concentrate nei paesi più ricchi. Tutto ciò dimostra che il superamento dell’attuale sistema rappresenta una questione urgente per la sopravvivenza dell’umanità. Se le politiche neoliberali dovessero continuare, la vita sociale subirà un più accentuato degrado, la civiltà arretrerà, cedendo il posto alla barbarie.
D. Prima del Forum, si è svolta nella capitale del Mali una conferenza organizzata da diverse entità del movimento sociale contro la guerra e l’imperialismo. La sua partecipazione, in quanto direttore del Cebrapaz, è avvenuta su invito degli organizzatori dell’evento. Quale opinione esprime sulla conferenza?
R. La conferenza ha preceduto il FSM di Bamako e si è svolta nella stessa città, il 18 gennaio. E’ stata organizzata dal Forum del Terzo Mondo, dal Forum Mondiale delle Alternative, dal Forum per un altro Mali e dall’ONG Environnement et Développement du Tiers Monde (ENDA-TM), sotto la guida di intellettuali di prestigio come Samir Amin e Francois Houtart. L’evento si è ispirato alle idee anticolonialiste della riunione di Bandung [simbolo della lotta delle nazioni del terzo mondo e dei paesi non allineati contro il colonialismo]. Il motto era quello della lotta per una “nuova Bandung”, una “Bandung dei popoli”.
La conferenza si è posta il compito di operare per l’organizzazione di un nuovo movimento antimperialista, contro il neocolonialismo e il neoliberalismo. Si è partiti dalla constatazione che il mondo vive in un sistema neocoloniale, sotto la mondializzazione neoliberale e di fronte al tentativo di imporre l’egemonia unilaterale dell’imperialismo nordamericano, che mette in pratica una strategia di guerra e di dominio militare del pianeta. Per questo, è necessario organizzare la lotta tenendo ben in vista due obiettivi strategici. Il primo è sconfiggere le politiche neoliberali che sono dominanti e di portata internazionale. Per sconfiggerle, è necessario combattere gli organismi che gestiscono il capitalismo neoliberale – FMI, Banca Mondiale e OMC – che insieme rappresentano, per usare una felice definizione di Samir Amin, una specie di “nuovo ministero delle colonie” e che sono i responsabili di politiche lesive della sovranità nazionale, dello sviluppo sociale e del progresso dei paesi poveri. L’obiettivo non è più quello di rivendicare cambiamenti parziali nel sistema, illudendo i poveri con la falsa possibilità di riformare il capitalismo. La conferenza di Bamako ha lanciato la sfida della sconfitta dell’attuale sistema, partendo dalla comprensione che esso non può funzionare se non a costo di una miseria sempre maggiore dei paesi dominati.
Il secondo aspetto è sconfiggere la politica dell’imperialismo nordamericano, la strategia di dominio del mondo da parte degli USA, che pretendono di attuarla attraverso il controllo militare del pianeta, di una politica di guerra e di intervento militare nei paesi, di deformazione e diminuzione della democrazia e di violazione della legalità internazionale. Il neoliberalismo non funziona democraticamente. Questo sistema è possibile solo per mezzo di governi ogni volta più autoritari o filo-colonialisti, funzionali all’imperialismo, subordinati ai suoi disegni.
Cercando di raggiungere questi due obiettivi, la conferenza ha sollevato un’altra questione importante, la lotta per una nuova ONU, che potrebbe sorgere solo nel segno di un nuovo ordine economico e politico internazionale. Le Nazioni Unite oggi hanno perso la loro funzione, che è stata sminuita dall’imperialismo USA, e sono chiamate in causa dagli Stati Uniti solo quando si tratta di strumentalizzare questo organismo perché si dia corso a ciò che esige l’imperialismo. Oggi non ci troviamo di fronte ad una politica congiunturale qualunque dell’imperialismo nordamericano. La politica nordamericana è quella della guerra globale e permanente alle nazioni sovrane e ai popoli. Ciò fa parte della piattaforma del Partito Repubblicano e dell’establishment nordamericano.
D. Qual è la sua valutazione in merito all’evoluzione del FSM nel corso degli anni? E che cosa pensa del FSM di Caracas, specialmente in questo momento in cui la sinistra sembra rinascere in America Latina?
R. Il FSM, dalla sua prima edizione nel 2001, a Porto Alegre, è passato attraverso diverse fasi e sta assumendo un nuovo volto. La prima fase si limitava ad identificare i problemi e a effettuare diagnosi sull’ordine mondiale della globalizzazione. In seguito, si è manifestata una nuova fase in cui sono state organizzate manifestazioni puntuali. E nella misura in cui si trasformava in uno spazio per una grande assemblea dei movimenti sociali, il Forum è andato evolvendo verso alcune proposte che si sono tradotte nelle grandi mobilitazioni contro l’ALCA e la guerra imperialista. E’ stato nel cuore del sistema FSM che i movimenti sociali sono stati capaci di realizzare le grandi giornate di lotta mondiale, come quelle del 15 febbraio e del 15 marzo 2003 che hanno preceduto l’aggressione nordamericana all’Iraq. Sebbene non siano riuscite a impedire la guerra, hanno svolto un ruolo essenziale nella formazione di una coscienza mondiale contro il bellicismo imperialista. Allora, pur mantenendo l’attitudine a fare proposte concrete, emerse la nuova necessità di mirare al centro nervoso dei problemi mondiali, rappresentato dalla politica neoliberale e dalla strategia di guerra e militarizzazione del pianeta dell’imperialismo statunitense. Ora, è arrivato il momento per i forum di fare proposte di carattere concreto e con un profilo politico più definito. In caso contrario, il forum corre il rischio di trasformarsi in un fenomeno di folklore, a causa del suo carattere a più facce, positivo in sé, ma che potrebbe sfociare nella diluizione degli obiettivi. I Forum policentrici del 2006 hanno evidenziato che si sta formando un movimento antimperialista mondiale e che sta sorgendo obiettivamente un grande volume di lotta con questo carattere.
D. Bamako e Caracas sanciscono tale evoluzione?
R. I due capitoli del FSM policentrico sono stati un grande passo verso l’assunzione da parte del Forum di un profilo antimperialista. E’ stato molto importante che il Forum si sia tenuto nella capitale del paese che è il palco della Rivoluzione Bolivariana, un movimento di massa, profondo, esteso e unico nello scenario attuale. Allo scoccare del settimo anno di governo, commemorato il 2 febbraio, Chavez gode di un appoggio massiccio della popolazione. Il fatto che il FSM si sia svolto là mostra un vantaggio rispetto ai precedenti, perché il clima che si vive in Venezuela è quello dell’antimperialismo.
Un altro punto importante è che, sebbene non siano ancora molto chiari i contorni di che cosa possa essere il socialismo del XXI secolo – dal momento che il socialismo non dovrebbe avere modelli – la Rivoluzione Bolivariana è maturata ideologicamente al punto che Chavez oggi presenta come questione fondamentale l’obiettivo del socialismo. Egli afferma “socialismo o morte”. Ossia, la Rivoluzione Bolivariana è antimperialista e si propone come obiettivo strategico il raggiungimento del socialismo. Queste idee hanno caratterizzato le discussioni nel forum. Per questo, in un forum articolato, le iniziative più ricercate erano quelle dedicate all’antimperialismo. Era evidente la sensazione che, sebbene ancora forte e con un immenso potere di distruzione, l’imperialismo non è invincibile e i limiti della sua azione stanno nella profondità della sua crisi strutturale, nella sua accentuata decadenza storica e, soprattutto, nella ripresa delle lotte dei popoli contro tutto questo. Su questa base, si sta formando anche una coscienza della necessità di organizzare una nuova lotta per il socialismo, nelle condizioni del mondo contemporaneo e in considerazione delle peculiarità di ogni paese e regione.
D. Come si è qualificata la partecipazione del Cebrapaz al Forum di Caracas?
R. Malgrado il forum si sia tenuto al di fuori delle nostre frontiere, abbiamo registrato una presenza straordinaria di militanti delle organizzazioni popolari brasiliane, e tra queste il Cebrapaz. Abbiamo concentrato la nostra attenzione su alcune iniziative come la presenza alla marcia di apertura e alla manifestazione politica con il presidente Chavez nel Poliedro, alla conferenza sulla strategia di dominio mondiale dell’imperialismo nordamericano e sulla resistenza e la lotta dei popoli, dove abbiamo dialogato con il presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, Ricardo Alarcon, gli specialisti di politica Atilio Boron e Ana Esther Cecena e lo scrittore venezuelano Luis Brito Garcia, davanti a un pubblico di tremila persone nel grandioso teatro Teresa Careno. Poi abbiamo organizzato una grande conferenza come Cebrapaz, Consiglio Mondiale della Pace e una ventina di entità e movimenti di lotta di tutto il mondo, coordinata dalla nostra presidentessa, la deputata federale Socorro Gomes, e un’altra in difesa dell’Amazzonia, sulla base dell’impegno del nucleo amazzonico del Cebrapaz, che era presente in modo rilevante a Caracas. Abbiamo partecipato al Forum di Caracas con l’intento di portare il nostro contributo a far si che il Forum Sociale Mondiale continui a rappresentare uno spazio di articolazione e di lotta dei movimenti sociali di tutto il mondo, con carattere antimperialista e unitario. Ora ci stiamo proponendo di costruire un secondo Forum Sociale Brasiliano, il prossimo mese di maggio, a Recife e Olinda, dove avrà luogo una delle principali iniziative del Tribunale per la condanna di Bush e dell’imperialismo nordamericano per crimini di guerra.
D. Nonostante la grande importanza di questo momento, i grandi media brasiliani non hanno prestato la dovuta attenzione al FSM. Come analizza tale atteggiamento della stampa nazionale?
R. Ciò avviene per le caratteristiche dei media brasiliani, che partono da preconcetti politici e ideologici. La nostra stampa è venuta a Caracas per fare pettegolezzo, come è abitudine del giornale Folha de Sao Paulo e della rivista Veja. Questo tipo di atteggiamento rinuncia alla funzione essenziale del giornalismo che è quella di informare il lettore. Purtroppo è un atteggiamento alimentato da un sentimento di ostilità nei confronti dell’orientamento preso dal forum. Mentre per sminuire il significato dell’evento, descritto come “fiera dell’ideologia”, la stampa era interessata a farlo conoscere, quando esso ha assunto le caratteristiche di un movimento sociale e politico consolidato, non è stato più considerato una notizia importante e tale da poter essere di qualche utilità alle proprietà dei nostri giornali.
D. Cosa è cambiato nella situazione internazionale in rapporto alle azioni degli Stati Uniti?
R. Oggi stiamo vivendo un nuovo momento politico. Il governo Bush, ormai nel suo secondo mandato, non ha conquistato nessuna vittoria politica. Direi lo stesso sul piano militare, dal momento che ciò che hanno fatto in Iraq è stata un’operazione di terra bruciata, di esercizio di un potere letale di distruzione, per il quale il governo degli Stati Uniti un giorno dovrà rispondere davanti alla Storia per crimini di lesa umanità. Bush ha commesso un genocidio in Iraq. Questa è stata la “vittoria” americana. Gli USA hanno invaso l’Iraq credendo che il popolo li avrebbe accolti come liberatori e che, pertanto, non sarebbero mai stati combattuti come occupanti.
Le vittorie delle leadership di sinistra in America Latina sono sconfitte politiche degli USA, così come le manifestazioni di massa al Summit delle Americhe a Mar del Plata, per esempio. La successione delle sconfitte segnala che la politica nordamericana non riesce ad imporsi nelle forme richieste dagli USA, obbligandoli a dover fronteggiare certi risultati elettorali, almeno momentaneamente. Anche il Medio Oriente ha rappresentato una sconfitta schiacciante per i piani dell’imperialismo statunitense. E’ il caso del grande sconquasso avvenuto nel Likud [partito israeliano di destra, di cui Ariel Sharon faceva parte], del fallimento totale della politica di Sharon e ora del risultato elettorale in Palestina, una radicalizzazione del processo di lotta per la liberazione dei palestinesi, frutto del fallimento delle politiche filo-americane nella regione. In Iraq, gli americani discutono oggi del momento e delle forme del ritiro perché sanno di essersi impantanati e che non esistono vie d’uscita per l’occupazione. Si parla nella stampa internazionale del fatto che agenti di Bush nell’occupazione militare stiano cercando contatti con il vertice della resistenza, che da loro viene qualificato come “terrorista”, per vedere come sia possibile una via d’uscita onorevole per i nordamericani. E’ provato che dopo le esperienze di lotta del XX secolo, contrassegnato da grandi rivoluzioni democratiche, popolari e socialiste e da lotte anticoloniali e per l’indipendenza nazionale, il mantenimento di un regime di occupazione, inevitabilmente vedrà contrapporsi come forza imbattibile il fattore nazionale. Per fortuna, l’imperialismo non è invincibile. Senza dubbio, sarà sconfitto.
D. Cosa pensa dell’ascesa di leadership progressiste in America Latina?
R. E’ necessario distinguere dentro il processo di ascesa di leadership progressiste in America Latina, le differenze che esistono tra esse. Non è possibile tracciare un segno di uguaglianza. Esistono processi più radicali e profondi, come quello del Venezuela, e come sembrerebbe essere quello che è stato inaugurato con la vittoria di Evo Morales in Bolivia. Ed esistono processi di carattere moderato e limitato, come in Brasile e in Uruguay, e ancora più limitato, come in Cile. La vittoria di Michele Bachelet è stata solo un modo per impedire la vittoria della destra, ma non dobbiamo nutrire illusioni che formi un governo anti-neoliberale o addirittura di sinistra. Ci sono anche buone prospettive in Messico e in Nicaragua per le prossime elezioni. Ci sono leadership differenti in contesti differenti. Ma in generale è possibile dire che c’è una spinta progressista in America Latina e questa spinta viene dalla società, dai poveri, dai movimenti sociali che sono stati capaci di eleggere governanti progressisti e anti-neoliberali, pur se in grado differente. Da tutto ciò, la sinistra latinoamericana ha bisogno di trarre due conclusioni. Per prima cosa, che è indispensabile appoggiare questo processo. Ci sono settori della sinistra mondiale, latino-americana e brasiliana che preferiscono ignorare questo processo, con false contrapposizioni. Alcuni sostengono di appoggiare Chavez e Evo Morales, ma di non appoggiare Lula, Kirchner e Tabaré Vazquez. Lo stesso Chavez ha detto che non si può esigere che il presidente Lula faccia in Brasile le stesse cose che lui fa in Venezuela perché si tratta di realtà differenti. Egli ha questa lucidità e, allo stesso tempo, sa che è necessario appoggiare Lula perché nel caso questi non venisse rieletto, questo processo potrebbe subire un arretramento. Se i neoliberali brasiliani (l’alleanza PSDB-PFL) vincessero le elezioni, gli Stati Uniti avrebbero qui, in Brasile, un sostegno saldamente piazzato in territorio latinoamericano per combattere per l’ALCA e contro i processi progressisti nel nostro continente. Ma è anche necessario trarre un’altra conclusione: il clima che si sta creando è favorevole per l’attività delle forze progressiste. E’ indispensabile che queste forze, con coerenza e realismo, siano capaci di posizionarsi in questo nuovo clima e mostrare maggiore audacia politica nei movimenti sociali, nella mobilitazione e nelle politiche di governo in tutte le sue istanze, perché quello che stiamo osservando è che, per esempio, nella misura in cui dovesse protrarsi molto nel tempo una politica economica che si scontra con gli interessi nazionali e popolari e le richieste di cambiamento del popolo brasiliano, in ragione delle quali Lula fu eletto, inevitabilmente il governo e le forze che lo hanno sostenuto rischierebbero di andare incontro al discredito. Ultimamente, sono sorti alcuni problemi nella politica estera del governo Lula che, per quanto positiva, potrebbe venire a trovarsi in contrasto, per alcuni aspetti, con lo spirito di questo nuovo momento. Cito due esempi, non come critica, ma per richiamare l’attenzione su problemi reali. Uno di questi è la presenza brasiliana ad Haiti. E’stato un errore assumere questa decisione e ora è difficile tirarsene fuori. La spiegazione, secondo cui la presenza brasiliana ad Haiti ha rappresentato un modo perché il Brasile dimostrasse di essere qualificato ad operare nelle crisi internazionali permettendogli così di conquistare un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non convince. E’ stato dimostrato che il soddisfacimento di tale aspirazione dipende da altri tipi di articolazione delle alleanze e da altri scenari politici. Corriamo il rischio di vedere un’azione, fatta in nome della pace, trasformarsi nel suo opposto, per quanto nobile sia stata l’intenzione. Un altro esempio è la lotta contro il protezionismo dei paesi ricchi, importante obiettivo della politica estera del governo Lula, che ha avuto il suo momento migliore nella formazione del G-20, nella riunione dell’OMC di Cancun. Ora, comunque, la nostra diplomazia “commerciale” ha affrontato in modo per così dire più pragmatico l’incontro OMC di Hong Kong, forse sotto la pressione esercitata dalle necessità della politica economica che si vale dei modelli di esportazione come meccanismo di riduzione della vulnerabilità finanziaria esterna, o dalla lobby commerciale agraria. E ha finito di accettare alcuni compromessi in cambio di promesse molto vaghe che non saranno mantenute in materia di sussidi. L’Europa e gli Stati Uniti non cederanno mai sui sussidi. Nell’OMC il Brasile non può operare come forza di riserva degli USA nella loro lotta contro l’Europa. Il Brasile deve operare come forza di coagulo dei paesi dipendenti e oppressi e continuare la lotta per lo sviluppo, come ha fatto a Cancun. Cercare di ottenere un commercio internazionale giusto è una lotta legittima per lo sviluppo. So che ciò è incompatibile con i concetti di libero commercio dell’OMC. Per l’organizzazione, il cosiddetto libero commercio significa il fatto che i paesi in via di sviluppo liberalizzino i loro mercati e le regole di investimento, deregolamentino ancora di più le loro finanze e i mercati di capitale e rinuncino alle loro scelte nazionali in merito agli acquisti governativi, in cambio di qualcosa che non si sa. I paesi ricchi non sono disposti a concedere nulla in cambio. E’ la logica della lotta feroce che si combatte per i mercati tra le potenze imperialiste e quei paesi non andranno a cedere i loro mercati.
Stiamo entrando nel periodo elettorale, di lotta politica aperta. Credo che per essere accreditati a governare il Brasile per altri quattro anni, il presidente Lula e le forze che lo appoggiano debbano collocarsi all’altezza delle nuove sfide e dello spirito del nostro tempo, che non è quello della conciliazione con l’imperialismo, ma della lotta antimperialista.
Traduzione di Mauro Gemma