da Liberazione del 10/03/2006
Sul filo di una
nuova crisi internazionale
di Claudio Grassi
Il braccio di ferro sul nucleare iraniano continuerà nei prossimi giorni, anche
se ad occuparsene sarà il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e non più l’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica. Gli schieramenti non hanno subìto, in
queste settimane, particolari modifiche: da una parte Stati Uniti, troika
europea (Gran Bretagna, Francia e Germania) ed Israele spingono
per l’immediata approvazione di pesanti sanzioni; dall’altra la Russia che,
grazie anche al sostegno cinese, continua a tentare la carta della mediazione,
a partire da quanto disposto dallo stesso Trattato di Non Proliferazione, il
quale consente lo sviluppo di tecnologia nucleare per uso civile. Il rinnovato
impegno di Mosca in Medio Oriente, con l’obiettivo di raggiungere quello che il
Ministro degli Esteri Lavrov ha recentemente definito “un approccio
multilaterale a problemi essenziali quali l’ecologia, l’acqua, il controllo
degli armamenti”, irrita non poco Stati Uniti ed
Israele, come è emerso in occasione del recente incontro tra Putin ed Hamas e
come dimostrano le risentite dichiarazioni del Segretario di Stato USA
Condoleezza Rice rispetto a una ipotetica mediazione russa sul nucleare
iraniano. Un fastidio, quello della Rice, che nasconde anche qualche timore.
La sorpresa forse più negativa giunge invece da New Delhi, dove il governo di centro sinistra presieduto da Singh ha chiuso lo scorso
fine settimana un accordo di “partnership strategica” in campo economico e
militare con Bush, aprendo così una pericolosa contraddizione rispetto al
Programma minimo comune, che prevede il perseguimento di “una politica estera
indipendente”, sottoscritto con il Fronte della Sinistra indiana, determinante
per i delicati equilibri di governo,. Un’eventuale crisi sul nucleare iraniano
potrebbe costituire l’elemento deflagrante, dal momento che il Partito
comunista indiano-marxista e, con esso, l’intero
Fronte di Sinistra, che sostiene il governo dall'esterno, non possono accettare
una scelta del governo schiacciata sui diktat di Bush.
E' importante comunque sottolineare che la maggior
parte delle forze di sinistra, movimenti e governi progressisti nel mondo hanno
assunto una posizione di netta contrarietà rispetto alla linea Usa nei
confronti dell'Iran.
Fidel Castro, ricevendo dopo la metà di febbraio il Presidente del Parlamento
iraniano Gholam Alì Kaddad Adel, ha ribadito ancora
una volta che “Cuba appoggia il diritto dell’Iran a usare l’energia nucleare
con fini pacifici”. Su posizioni del tutto simili si collocano il governo
venezuelano ed il Partido Comunista do Brasil, prezioso alleato di Lula.
Occorre ricordare, da questo punto di vista, che Cuba e Venezuela hanno votato contro, insieme alla Siria, al deferimento
dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’ONU anche nel precedente vertice
dell’AIEA, così come si sono astenuti altri cinque paesi tradizionalmente
vicini al movimento dei non-allineati e comunque in posizione critica rispetto
alle pesanti ingerenze degli Stati Uniti in Medio Oriente (Bielorussia,
Sudafrica, Indonesia, Algeria e Libia).
Viceversa alcuni paesi UE (Francia e Germania in particolare), che nella
primavera del 2003 si erano schierati con decisione contro l’aggressione
all’Iraq, hanno assunto, purtroppo, una posizione molto vicina al governo Usa.
In questo contesto delicato e complesso è davvero
difficile tracciare i possibili scenari in caso di precipitazione della crisi
relativa al nucleare iraniano, anche se non è azzardato ipotizzare, come
giustamente sottolineato da Vittorio Zucconi su “La Repubblica” di ieri, un
film già visto per l’Iraq nella primavera 2003. Vale a dire, uno scenario della
prossima “guerra preventiva” ed uno dei tasselli della strategia USA di totale destabilizzazione del Medio Oriente.
Si sta infatti alimentando irresponsabilmente un
pesante clima di guerra che ricorda l'operazione, orchestrata dal governo Usa,
sulle armi di distruzione di massa in Iraq, rivelatasi completamente falsa,
costruita a tavolino per imbrogliare l'opinione pubblica. Quelle armi non
c'erano, ma serviva il pretesto per intervenire militarmente. Gli Usa, non
contenti del disastro che hanno provocato in quel paese e in tutto il Medio
Oriente, oggi sembrano decisi ad aprire un nuovo
fronte di guerra utilizzando gli stessi metodi. A conferma di ciò, vanno
considerate le gravissime dichiarazioni rilasciate ieri al Congresso Usa da Condoleezza Rice che indicano l’Iran come nemico
numero uno.
Molti governi dell'Occidente sono schierati contro l’Iran, mentre nulla si dice
sull'imponente numero di armi nucleari in possesso di
Israele. Così come risulta inaccettabile il metodo dei
due pesi e delle due misure: l'India e il Pakistan, siccome sono alleati Usa
possono dotarsi di armi nucleari, non così l'Iran. Anche noi auspichiamo una
soluzione negoziata, che non costituisca però una resa
per il popolo iraniano di fronte all’arroganza di Washington; una soluzione che
non calpesti il Trattato di Non Proliferazione e che parta dalla pari dignità
dei popoli, dei paesi e dei governi di fronte agli obblighi, ma anche al
diritto internazionali.
Il prossimo 18 marzo saremo tutti in piazza in
occasione del terzo anniversario della guerra in Iraq, per il ritiro immediato
dei militari italiani e non solo. In questa situazione si aggiunge un altro
obiettivo e cioè mobilitarci perché la follia della
guerra preventiva e permanente di Bush sia bloccata in tempo e non si apra un
nuovo conflitto con l'Iran che potrebbe far deflagrare tutto il Medio Oriente.
Sarebbe bene che in piazza ci fossero tutte le forze dell'Unione, anche perché
vorremmo sapere da loro, con chiarezza, come intendono affrontare questo
problema che, non è escluso, potrebbe essere uno dei primi banchi di prova del futuro governo.