“Courrier international” - n° 805 – 6 aprile 2006
“Lasciateci il nostro dittatore bielorusso!”
Vitali Tretiakov*
*A 53 anni, Vitali Tretiakov è un’istituzione della stampa russa. E’ stato, dal 1988 al 1990, redattore capo aggiunto del giornale Moskovskie Novosti, all’epoca paladino della perestroika. Nel dicembre del 1990, egli lanciò la mitica Nezavisimaja Gazeta, uno dei primi quotidiani indipendenti della fine dell’era sovietica, di cui sarà redattore capo fino al 2001. Nel gennaio 2006, prende la guida di Moskovskie Novosti, che nel frattempo ha adottato una linea redazionale molto putiniana. Vitali Tretiakov insegna nel prestigioso Istituto moscovita di relazioni internazionali. Ha pubblicato recentemente “Kak stat znamenitym jurnalistom” (Come diventare un giornalista celebre, 2004) e “Nujen li nam Putin posle 2008?” (Avremo bisogno di Putin dopo il 2008?, 2005).
Potrebbe far
sorridere il fatto di vedere l’Occidente civilizzato, legalitario e partigiano
della non ingerenza negli affari interni di altri paesi, tentare di
destabilizzare la Bielorussia soffiando su un fuoco che non vuole accendersi,
allo scopo di scatenare una rivoluzione anti-Lukashenko in quel paese sovrano.
Ma l’atteggiamento occidentale è perlomeno strano. La Francia, per la seconda
volta in sei mesi, è stata scossa da disordini di massa. Gli Stati Uniti
conoscono manifestazioni contro la guerra in Iraq, che il governo continua a
condurre a dispetto dell’ostilità di una gran parte, o a dir meglio della
maggioranza dell’opinione pubblica. Il Regno Unito deve affrontare una vicenda
di corruzione in seno al partito di governo. La popolarità del presidente
americano e quella del primo ministro britannico sono al punto più basso (ma,
nonostante tutto, sempre più elevato della quotazione del “capo
dell’opposizione bielorussa”, anche se moltiplicata per tre o quattro volte).
L’Unione
Europea è appena uscita dall’affare delle caricature, che non ha mancato di
mettere in pericolo le relazioni già complesse dell’Europa occidentale con il
mondo musulmano. E’ in preparazione lo smantellamento della Serbia: sta per
esserle sottratto il Kosovo. Contro il parere dei serbi, facciamo notare. Al
Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIY), cittadella della
giustizia nord-atlantica, i detenuti muoiono uno dopo l’altro. Uno si suicida
[Milan Babic, condannato a tredici anni di reclusione dal TPIY, si è suicidato
il 5 marzo 2006], l’altro [Slobodan Milosevic] è morto perché gli è stato
impedito di farsi curare oppure, se si fosse trovato in buona salute, perché è
stato avvelenato.
Negli Stati
baltici, che sono membri dell’Unione Europea e della NATO, si continua a
rendere omaggio alle SS, si disperdono le manifestazioni antifasciste e ci si
rifiuta di considerare cittadini almeno un terzo degli abitanti di origine
russa. In Afghanistan e in Iraq, l’inchiostro è appena asciugato sui rapporti
degli osservatori occidentali che hanno convalidato le elezioni come
democratiche e trasparenti (in un contesto d’occupazione, che da solo
testimonia del loro carattere democratico). E, se si conosce in modo un po’ più
preciso il numero dei morti tra le truppe di occupazione americane ed europee
(qualche migliaio), dopo tre anni si è perso il conto dei morti iracheni:
all’incirca, molte decine di migliaia.
Non sarebbe meglio regolare una parte almeno di questi problemi, di cui molti riguardano direttamente la democrazia, i diritti dell’uomo (incluso il diritto alla vita) e i diritti di alcuni popoli che vivono su territori amministrati dall’UE, dagli Stati Uniti e dalla NATO, ma anche in paesi che non fanno parte né dell’UE, né degli Stati Uniti, né della NATO, ma che sono stati messi arbitrariamente sotto tutela da Bruxelles e da Washington? Ci sarà sempre il tempo, in seguito, per “riordinare” politicamente la Bielorussia, che peraltro non chiede nulla a nessuno e che è del tutto in grado di sbrogliarsela da sola.
Tutto ciò ha
un lato terrificante. Così, a forza di soffiare sul fuoco, essi [gli
Occidentali] scateneranno l’incendio della “rivoluzione”? Così il potere sarà
spinto ad impiegare la violenza, a provocare un bagno di sangue (obiettivo che
cercano manifestamente di ottenere)? Gli Occidentali riuscirebbero ad ottenere,
dopo un quinto o un sesto turno elettorale “legale e democratico”, un
presidente uscito dal nulla (non è possibile qualificarlo altrimenti, anche
nella migliore delle intenzioni), che rappresenterebbe gli interessi di meno di
un quarto della popolazione bielorussa, senza la minima esperienza di potere ed
incapace, senza l’aiuto occidentale, di far scendere in piazza neppure 10.000
persone. Naturalmente, la Bielorussia non è la Francia, né il Regno Unito, né i
Paesi Bassi, né la Svezia: è un paese di cui ci si disinteressa. Le si può
imporre un presidente del genere, un presidente della schiacciante minoranza,
se si può dire. Ma, in ogni caso, è umana una cosa del genere? E’ veramente
democratica? O più semplicemente, è corretta?
Hanno fatto la “rivoluzione” in Georgia, senza conoscere il livello di
corruzione a cui si sarebbe arrivati nel finanziare il potere locale, onde
evitare di farlo affondare. In Ucraina è bastato un anno agli “arancioni” per
perdere ogni credibilità agli occhi della popolazione, quando Leonid Kuchma
aveva avuto bisogno di due mandati presidenziali completi per farsi detestare.
La “rivoluzione” organizzata in Kirghizistan è sfociata nel caos e nella
perdita di controllo da parte del potere centrale su una gran parte del paese.
Ora si può ancora cercare di far sprofondare la Bielorussia – che, tra
parentesi, si trova al centro d’Europa – nella confusione o addirittura in una
vera guerra civile. Se è questo che viene richiesto da un politico
responsabile, in che cosa consiste allora l’irresponsabilità assoluta? Se
questa è una politica meditata, in che cosa consiste la follia? Se questa è la
non ingerenza negli affari interni, in che cosa consiste l’ingerenza? Far
liquidare il presidente di un paese dai servizi segreti di un altro?
Comprendo perfettamente che le pratiche in vigore in Bielorussia possano
dispiacere, ed anche dispiacere fortemente. Comprendo soprattutto che qualcuno
non abbia voglia di vedere la Bielorussia unita alla Russia (e del resto non è
certo che ciò avvenga). Si può ammettere tali sentimenti. Al contrario, trovo
inammissibile, sbagliato e criminale voler disintegrare un paese intero, allo
scopo di soddisfare i propri desideri e di sentirsi sollevato. Un paese che
dispone di un potere competente, per quanto più autoritario del governo
francese o tedesco. Un paese dove il livello di vita è molto decoroso. Un paese
che non aggredisce gli altri, che non cerca di imporre il proprio modo di vita
altrove, che non organizza tra i suoi vicini né rivoluzioni né
controrivoluzioni, né colpi di Stato. Il potere bielorusso attuale non è certo
privo di difetti. Alcuni di questi sono anche rivoltanti. Questo Stato
effettivamente non è una democrazia di tipo europeo occidentale, e ciò non è il
primo grattacapo del presidente Lukashenko. Ma ciò non significa neppure che il
suo regime semi-autoritario non possa evolversi e democratizzarsi a poco a
poco.
Centro di Cultura e Documentazione Popolare