Le nostre banlieus
Emergenza del sociale e periferie della politica
L’inserto dell’ultimo numero di Contropiano
Il sociale sta vincendo sul politico?
Il dibattito apertosi in alcuni centri sociali romani dopo l’accoltellamento mortale di un giovane attivista avvenuta questa estate, ha cominciato a porre una serie di questioni importanti e sulle quali occorre riflettere e discutere più in profondità.
E’ già da diverso tempo che gli specialisti in analisi sociali, ci parlano della condizione nella quale sono costretti a vivere interi settori sociali, soprattutto giovanili. Inchieste ed analisi di vario tipo, portano come esempio la condizione di estrema precarietà e marginalità, alla quale viene confinata la condizione che viene vissuta da questi settori sociali.
Nelle opulente società occidentali, sempre più in via di precoce invecchiamento grazie anche alle speranze di vita che si sono allungate (per fortuna!!!), il settore giovanile sfugge ormai ad una possibile irregimentazione .
Da diverso tempo numerosi saggi , provano ad analizzare questa dimensione sfuggente (dagli ultras degli stadi alle bande di quartiere, dai giovani operai cocainomani del Nordest alle frustrazioni dei giovani precari altamente scolarizzati)..
Fino ad oggi però, è solo sul versante editoriale, oltre a quello più economico - fatto sulla base dei target di vestiario e oggetti elettronici come computer, i-pod, telefoni cellulari ecc. -, che si va esprimendo una lettura più vicina alla reale condizione vissuta dalle nuove generazioni del III° millennio.
Soprattutto nelle aree metropolitane delle grandi città, si stanno diffondendo fenomeni aggregativi che supera, copre e stravolge le precedenti forme di aggregazione giovanile.
Nelle nostre città sempre più possiamo notare come, vere e proprie “bande”composte da giovani di varia età , vaghino da una parte all’altra alla ricerca di un qualcosa che possa interessarli. Possono essere luoghi di svago o di intrattenimento vario. La priorità è lo stare assieme e fare un qualcosa che li faccia emergere dalla solitudine, dall’indifferenza e dall’anonimato al quale pare siano dannatamente relegati.
Dalle classi alle tribù metropolitane?
Ciò che sta emergendo, soprattutto nelle metropoli, è uno stare insieme che somiglia sempre più a vecchie e medievali forme di socialità, quella che Ethan Watterschiama appunto la tribù:“Un fenomeno senza precedenti si sta verificando in Europa e negli Stati Uniti (…): chi non si è ancora sposato tende ad inserirsi in vere e proprie “tribù urbane” , gruppi di amici che in tutto e per tutto funzionano come delle famiglie: offrono appoggio materiale e morale e formano degli autentici network in cui convivono amicizia e lavoro: (…) ci restituiscono così quello spirito comunitario… che negli ultimi decenni si stava perdendo (1)
Però, a fronte di questa vera e propria rivoluzione dei sistemi di socializzazione metropolitana, convivono ed esistono comportamenti che vanno ben al di là del semplice ribellismo tipico della condizione giovanile.
Quanto sta accadendo nelle banlieu in Francia, ma anche nelle periferie delle nostre aree metroplitane, ci sta’ ad indicare come la “cultura della strada” ed il comportamento “sociale” abbia prevalso, e si stia sostituendo sempre più, a quella forma che fino a ieri più vicina alla nostra comprensione, o almeno alla sua possibile espressione “politica”.
Per “politica” intendiamo quel fenomeno sociale che, ad esempio, negli anni ’60 e ’70 ha caratterizzato ampie aree di giovani: tramite una contestazione giovanile “a tutto campo”: più coinvolgente e innovativa nel ’68, più “rabbiosa” e neo-proletaria nel ’77 per finire con il radicalismo più etico che politico della generazione di Genova 2001.
Oggi, le pesanti ristrutturazioni sia produttive che sociali alle quali sono stati sottoposti interi segmenti di classe - soprattutto con la progressiva eliminazione, delocalizzazione e ridimensionamento delle “grandi fabbriche”, della loro identità di classe e delle loro articolazioni socio-abitative – hanno reso possibile che si affermassero nelle aree metropolitane settori sociali sempre più impoveriti e soprattutto privi di una identità. Quella identità che in precedenza veniva loro data appunto dalle grandi organizzazioni operaie o sindacali, che oggi sono piuttosto in difficoltà, in via di mutazione genetica (attraverso la cooptazione nel management) o in alcuni casi scomparse del tutto.
E’ apparso allora un fenomeno che qualcuno ha cercare di studiare ed analizzare a fondo: “I giovani tendono ad aggregarsi nel tradizionale istituto della banda di strada, basato sulle classi di età, sull’evitare l’altro sesso, sull’unità territoriale e la solidarietà etnica. (…)Quando la libertà individuale diventa lo slogan dietro cui si mobilitano le masse, vuol dire che lo scenario è cambiato… La libertà va valutata sulla base delle azioni, non delle ideologie (2)
Queste figure sociali, che abbondano nelle nostre periferie, hanno come identità e cultura non quella con la quale sono cresciute le generazioni del dopoguerra, bensì invece quella della generazione, cosiddetta dei babyboomers. “Sulla carta, sono quelli che hanno avuto tutto. E senza lottare come hanno fatto i loro genitori cresciuti nel benessere economico. Eppure si dichiarano insoddisfatti, smarriti e pessimisti riguardo al futuro. …Il problema più sentito? La solitudine e l’incapacità di stabilire legami duraturi e sinceri. (3)
E’ una generazione sociale “satolla” nonostante che, come dice uno storico sociale da poco scomparso come Valerio Marchi. “L’espansione dei bisogni non coincide con l’incremento del reddito (…) Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ovvero, la classe dominante controlla la produzione della merce ma è impotente di fronte all’evolversi ed al moltiplicarsi dei suoi valori d’uso. . (4)
Dunque abbiamo una visione, seppur parziale, comunque molto vicina alla realtà, di quanto accade e si sta muovendo nelle nostre periferie. Segnali di un possibile risveglio li abbiamo anche dalla funzione fin qui svolta da alcuni settori che hanno messo in piedi l’esperienza dei Centri Sociali
La fuga dalla politica dei centri sociali
I Centri Sociali. per tutta una fase che ha seguito gli anni di “galera ed eroina” negli anni Ottanta, hanno saputo intercettare il bisogno di settori giovanili di avere a disposizione spazi dove ci si potesse aggregare, riconoscere, socializzare,esprimere e comportare con maggiore libertà, superando così gli schemi classici delle organizzazioni giovanili dei partiti che avevano, fino agli anni ’80, svolto una funzione di contenimento di questi settori sociali.
In realtà alcune di queste esperienze sono via via diventate centri di auto-rappresentazione se non veri e propri centri di commercializzazione e di sussistenza di quanti, per un verso o per l’altro, ci spendono il proprio tempo oppure vi praticano una attività lavorativa. La cosa non deve suscitare scandalo più di tanto, vista anche la situazione di estrema precarietà economica nella quale versano settori sempre più vasti di giovani; ma tutto ciò non sempre – ed oggi sempre meno – si concilia con una idea di costruzione di rapporti sociali e di lavoro su basi completamente diverse ed alternative a quelle oggi esistenti
Assistiamo pertanto ad una strategia politica, da parte delle classi dominanti che - proprio utilizzando queste spinte “creative” -, danno vita ad una strategia di “cooperazione sociale” e cooptazione politica che non ha nulla a che vedere con la idealità di coloro che in buona fede vi partecipano.
La illusione di creare “forme nuove” di lavoro e di socialità, ha coinvolto settori soprattutto giovanili, che hanno potuto verificare da vicino il “cinismo” di una classe politica interessata più al loro tornaconto personale (anche economico), piuttosto che ad una idealità che si era considerata vicina ai propri sentimenti. La politica, come espressione di conflitto sociale collettivo e organizzato verso il sistema dominante in tutti i suoi aspetti, oggi è stata espulsa o rimossa quasi completamente dai centri sociali fino a trovarsi, come questa estate a Roma, di fronte ad una prevalenza della dimensione sociale sulla politica sulla quale sono mancate le categorie per cercare di capirne la portata.
Un esempio su tutti è dato dalle scelte che questo governo sta facendo in tema di precarietà. Nonostante abbia impostato una campagna elettorale su questo tema, sul quale ha chiesto, ed anche ottenuto, il voto dei settori giovanili; possiamo dire che le scelte che sta facendo il governo non sembrano viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda. E’ chiaro che di fronte a queste strategie il rifiuto e l’organizzazione del malcontento e delle lotte contro queste misure è all’ordine del giorno.
Da parte istituzionale e governativa, riemerge la tentazione di affrontare la contraddizione con la solita politica repressiva e diffamatoria.
Chi protesta e disturba il governo “amico”, viene accusato di non tener conto dell’interesse generale, di pregiudizi ideologici e di voler solo scatenare il caos e l’ingovernabilità, riconsegnando così il paese al governo precedente.
Come agire quando il sociale prevale sul politico?
Questo ricatto però non pare che funzioni più di tanto. Le persone ed i lavoratori hanno in parte compreso che è in gioco ben più degli equilibri politico-istituzionali. Abbiamo visto negli anni scorsi le “rivolte” contro queste scelte dilagare dal Nord al Sud (dalla Val di Susa alla Fiat di Melfi; dalle lotte contro gli inceneritori a quelle contro le discariche tossiche di Scanzano ecc.). E in questi mesi sono già in cantiere iniziative e scioperi contro le leggi sull’immigrazione, sulla scuola, contro le basi militari e sul precariato ecc…
Queste lotte nascono spesso dalla spontaneità delle singoli situazioni sociali e territoriali interessate, oppure alla capacità di esperienze di base che sul terreno sindacale e sociale stanno costruendo faticosamente un tessuto capaci di recuperare anche le esperienze di lotta che in epoche precedenti hanno interessato pezzi rilevanti della società.
Secondo i dati Ocse, l’Italia è tra i paesi in cui la disparità tra le retribuzioni è cresciuta di più insieme a Regno Unito e Giappone. In Europa, secondo i dati Eurostat sono le metropoli le aree dove le retribuzioni tendono ad essere più elevate e dove si ampliano le distanze tra i "più ricchi" e i "più poveri". Il picco continentale si registra nell’area di Londra dove la retribuzione media del 10 per cento più ricco è pari a 104 mila euro mentre lo stipendio lordo medio di chi guadagna meno è di poco inferiore a 17 mila euro con un rapporto che raggiunge il 6,1. Rapporto "meno equo" anche a Bruxelles (3,7), Madrid (4,5), Amburgo (4,2) e Parigi (3,9).
In una fase abbastanza contraddittoria, confusa e delicata può accadere che: il “sociale vinca sul politico!” In pratica di fronte ad una assenza, o debolezza, di una indicazione politica di superamento dell’attuale forma economica e socio-produttiva (alla quale far seguire anche una ipotesi di organizzazione), ciò che prevale è una sorta di cultura di strada. Ovvero quella cultura nella quale, ed alla quale, sono cresciuti e conformati i giovani di oggi.
A questo va senz’altro aggiunto l’enorme aumento della emarginazione e marginalità sociale; dovuta innanzitutto alla massiccia immissione di immigrazione, e relativa mano d’opera molto economica e competitiva, alla quale è da anni interessata la società occidentale, e soprattutto le grandi città europee. L’attuale classe dirigente è molto interessata allo sfruttamento di questa mano d’opera a basso costo e pertanto riempie le periferie di lavoratori senza tenere conto delle contraddizioni che queste migrazioni possono produrre.
Anzi, un loro obiettivo è proprio quello di scatenare una “guerra tra poveri” per continuare così a perpetuare il proprio dominio a colpi di misure securitarie e di polizia che precedono e accompagnano misure economico-sociali sempre più draconiane. Il nostro compito sarebbe quello di ostacolare questo percorso. Garanzie di riuscita in società “imperialiste” come la nostra non ve ne sono, ma l’importante è provarci per trovare una lettura e una azione politico-sociale adeguata a rappresentare il conflitto sociale oggi.
NOTE
1) Ethan Watters – Urban Tribes: la generazione che sta ripensando amicizia, famiglia e matrimonio; pag.37 – Saggi Mondadori
2) Valerio Marchi – La sindrome di Andy Capp: cultura di strada e conflitto giovanile. pag. 37 – NdApress;
3) Federica Brunini – L’Espresso 21/09/2006: Trent’anni di solitudine
4) Valerio Marchi – op. cit. - pag 51
Metropoli imperialistica e crisi urbana:
IL CIELO SOPRA SCAMPIA.
di Michele Franco
Qualche mese fa è stata resa nota la notizia che per la prima volta nella storia dell’umanità, tra pochissimo tempo, la maggioranza della popolazione mondiale vivrà nelle città. E’ questo un rilevante dato che fotografa uno sconvolgente mutamento, verificatosi a scala globale, il quale segna, inequivocabilmente, i processi in corso degli insediamenti umani ed il loro variegato relazionarsi con l’insieme del modo di produzione capitalistico. La città – le aree metropolitane - sono in tutte le loro forme storiche la più alta rappresentazione visibile della produzione sociale. Tuttavia, con l’affermarsi tumultuoso della mondializzazione, si evidenzia, sempre più, una contraddizione stridente (e rumorosa) fra la produzione in generale e la costruzione nel senso di edificazione e di espansione di queste aree. Come interpretare, altrimenti, ciò che è accaduto, tanto per fare gli esempi più conosciuti, a New York durante il black out del ’77, a Los Angeles all’indomani di una aggressione razzistica, a Londra nei quartieri giamaicani, a Parigi nelle banlieues o, anche, a Jakarta e nelle altre metropoli dell’estremo oriente durante le manifestazioni contro la politica del Fondo Monetario Internazionale oppure a Cape Town nelle rivolte contro il razzismo segregazionista? Che risposte diamo a ciò che la sociologia borghese definisce “crisi urbane” prospettando impossibili quanto illusorie strategie di integrazione e di superamento/annullamento degli steccati sociali? Le aree metropolitane, con le loro protesi di baraccopoli, di favelas, di campi rom, di nuove e più profonde discriminanti sono una costante che accomuna, anche se in forme differenziate ad ogni specifica particolarità, le modalità di esemplificazione concreta dello sviluppo capitalistico in ogni parte del mondo. La questione degli assetti urbanistici/territoriali, incardinata in una nuova e differenziante governance delle aree metropolitane, diventa la linea di condotta della scienza dell’amministrazione urbana di parte capitalistica. In Asia ed in America Latina il sistema delle periferie metropolitane è esploso rovinosamente come conseguenza delle politiche di sistematica rapina e di cosiddetto aggiustamento strutturale, decise ed attuate dagli organismi di comando e rapina sovra/nazionali. Negli Usa ed in Europa, invece, si assiste, a seguito dei processi di crescente polarizzazione sociale e di ristrutturazione selvaggia del vecchio ciclo economico fordista, all’espandersi dei ghetti metropolitani, vere proprie slum [1] da terzo mondo che convivono accanto ai simulacri ed ai simboli dell’opulenza. Ed è in questi spazi che si coniuga, malamente, una esplosiva miscela con effetti riverberanti fin dentro il centro delle metropoli. Tecnica, velocità e capitale – fattori fondanti del turbocapitalismo della mondializzazione - scaraventati in questi territori si intrecciano tra loro, con evidenti modalità ed effetti antisociali, sviluppando determinazioni materiali degradanti, codici comunicativi e relazioni umane improntate sull’ individualismo, sulla continua desolidarizzazione/spersonalizzazione collettiva e su una parossistica competizione (al ribasso!) che investe gli uomini, il loro habitat circostante, fino all’interezza dei loro corpi e cervelli.
NAPULE E’…Scampia, l’inferno metropolitano!
L’area Nord di Napoli (Secondigliano, Scampia, Miano, Piscinola, Marianella) rappresenta l’esempio calzante di come si è andata evolvendo la crescita abnorme delle periferie, con il loro corollario di questioni, in una metropoli imperialista, di tipo medio, come la città partenopea. In questi nuovi quartieri (alcuni costruiti alla fine degli anni ’70 mentre si esauriva la fase dell’edilizia popolare, altri a ridosso dei borghi agricoli che circondavano la città) sono state allocate, attraverso varie tecniche di mobilità sociale [2] , fasce di popolazione sradicata dai loro vecchi insediamenti, particolarmente dal centro storico, settori di ceto medio impoverito dall’ incrudirsi della crisi e consistenti nuclei di immigrati, tra cui gli ultimi tra questi (i Rom) con i loro campi, ulteriormente, separati, differenziati e vissuti, spesso, in maniera contrapposta e concorrenziale dal resto della popolazione. In tali spazi, nel corso degli anni, si è riprodotta tutta la casistica esistente della fenomenologia dell’esclusione, dell’infinita relegazione ai margini della società e della negazione di tutti i diritti. Del resto – anche simbolicamente – la cupa presenza del Carcere di Secondigliano che si affaccia minaccioso proprio di fronte all’ingresso dei palazzoni di Scampia e del suo principale asse viario, bene chiarisce il nesso tra emarginazione sociale, politiche di militarizzazione del territorio, con l’esplosione della carcerizzazione di massa e delle politiche sicuritarie. Nel frattempo la sempre teorizzata, tentata e mai riuscita umanizzazione del territorio, concepita, esclusivamente, in una logica compatibilizzante con la vigenza della filosofia del mercato, ha rafforzato il dominio totale dell’attuale forma di produzione e riproduzione sociale moltiplicando le nuove povertà, l’imbarbarimento dei rapporti di vita e l’esplosione della violenza. Una politica sociale (con tanto di Commissioni varate ad hoc) la quale ha costituito, e costituisce ancora, una manna dal cielo per gli ingenti finanziamenti a pioggia elargiti verso parrocchie, associazioni legate ai partiti, cooperative i cui presidenti e comitati di gestione sono “teste di legno” dei clan della zona. Uno stratagemma, questo usato dai clan, i quali, si infiltrano, in una dinamica di collusione con il potere politico, ridisegnando la nuova cartografia della sudditanza del territorio alla piramide statuale ed ai suoi poteri coercitivi “legali” ed “illegali”. Anche sul versante più spettacolare, quello amplificato anche dai media nazionali ed oltre, non c’è niente di nuovo sotto il cielo. Puntualmente l’ascesa all’onore della cronaca di Scampia, nella ipocrita forma dell’esecrazione scandalistica e moralistica, attraverso il continuo accostamento, di questa zona, alla criminalità organizzata, configura l’obiettivo, di parte istituzionale, di rappresentare una intera area territoriale come un univoco moloch al servizio dei poteri camorristici. Non si tratta di negare l’esistenza di autentiche holding del crimine [3], il loro radicamento capillare anche con forme di redistribuzione di reddito per centinaia di addetti, ma l’equazione semplificante, cara anche ad una certa “sinistra”, che accosta Scampia tout/court alla Camorra è funzionale alla stabilizzazione dell’attuale forma di comando e di “governo della crisi del territorio [4] ”. Una raffigurazione interessata utile alla perpetuazione di una legislazione “eccezionale” (non solo nel campo delle politiche della “sicurezza” ma, soprattutto, in materia di pianificazione economica, di scelte di natura strategica e di governo del territorio) la quale serve ai veri poteri forti che, da oltre un decennio, sostengono, a vario titolo, il blocco politico affaristico addensatosi attorno a Bassolino, a De Mita ed alla loro dialettica fondata sull’accordo/competizione.
Alcuni indicatori sociali di spesa dei Comuni nelle metropoli
Spesa pro- capite per l’edilizia popolare (in euro)
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Milano |
Torino |
Roma |
Bologna |
Napoli |
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29,4 |
19,1 |
3,8 |
30,3 |
10,8 |
Spese pro-capite per la polizia municipale (in euro)
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Milano |
Torino |
Roma |
Bologna |
Napoli |
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64,9 |
64,6 |
83,2 |
- di 54,3 euro |
59,5 |
Spese pro-capite per la cultura (in euro)
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Milano |
Torino |
Roma |
Bologna |
Napoli |
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50,3 |
46,9 |
41,2 |
81,5 |
- di 38,7 euro |
(fonte. Rapporto del Cresme, 2005)
Bilancio partecipato, municipalismo disinvolto, esperimenti alchemici di democrazia dal basso: la montagna partorisce il topolino!!
Con l’irrompere del movimento No Global sul proscenio internazionale anche in Italia si sono affacciate alcune suggestioni partecipazioniste le quali, nell’impattare con il sistema politico vigente ed i suoi involucri rappresentativi, hanno svelato la loro nullità politica. Se analizziamo tutte le varie sperimentazioni che, in più occasioni, sono state attuate in vari territori, spesso anche con le migliori intenzioni orientate a promuovere il protagonismo dal basso, si evidenzia nettamente un preoccupante dato comune: il lento ma costante rifluire della conflittualità, il depotenziamento delle vertenze in atto, il disciplinamento normalizzante di ogni insorgenza e la cooptazione neo/istituzionale degli attivisti di movimento. Infatti, ciò che andrebbe fatto comprendere ai compagni che ancora oggi, in alcune grandi città, si ostinano a riproporre “l’attraversamento dei nessi amministrativi” è che il massimo del risultato possibile che si può ottenere è una destinazione/lottizzazione, più o meno in “tinte sociali”, dei residui rivoli di spesa pubblica senza che questa dinamica intacchi, veramente, le politiche di smantellamento dello stato sociale e di ulteriore ghettizzazione/annientamento in atto nelle periferie e nei ghetti metropolitani. Anche nell’area napoletana – ed in particolare nella Municipalità di Scampia – abbiamo assistito a tale illusorio tentativo. La presenza di alcuni compagni come “indipendenti” nelle liste elettorali del PRC e la loro elezione a consiglieri circoscrizionali non ha prodotto nessun processo di alimento delle lotte sociali e dell’autorganizzazione popolare. Nonostante le “nobili” dichiarazioni di principio, le quali, in assenza di fatti concreti che ne comprovino la consequenzialità, suonano come un esercizio rituale e fumoso, a distanza di mesi dalla tornata elettorale, sta emergendo una pratica localistica e di piccolo cabotaggio tutta autocentrata a ridosso ed a supporto dell’amministrazione “amica” che regge il governo della Municipalità. Questi compagni, in omaggio ad una improvvisa riscoperta della realpolitik, si stanno avviluppando attorno a temi e questioni attinenti l’esercizio ordinario di piccoli fondi di spesa o – addirittura – sponsorizzano aggregazioni di disoccupati organizzati, limitate al proprio ridotto territoriale, negando, in questo modo, una delle caratteristiche fondamentali, che ritenevamo oramai acquisite, non formalisticamente, dal nuovo ciclo di lotte dei precari e dei disoccupati napoletani: la generalizzazione della protesta, l’organizzazione sociale a scala metropolitana e l’agitazione di obiettivi e parole d’ordine di tipo unitario e ricompositivo. Tali elementi di critica politica non sono propedeutici alla riproposizione di una presunta modellistica d’intervento politico già precostituita aprioristicamente. La vicenda della rivolta delle periferie francesi ha mostrato tutte le contraddizioni e le difficoltà che si riscontrano quando si mettono in moto processi sociali di questo tipo. Sono evidenti a tutti – e sarebbe sciocco negarli – i veri e propri buchi neri teorico/politici che scontiamo quando ci misuriamo con tali insorgenze e con le situazioni sociali ed ambientali che possono scatenarle. Questa consapevolezza, però, non deve essere il comodo alibi o l’ambiguo paravento dietro cui far lievitare un politicismo inconcludente ai fini di una ripresa generale del conflitto di classe nelle aree metropolitane.Ancora una volta – pazientemente – dobbiamo tornare ad avvalerci degli strumenti dell’inchiesta sul campo intrecciata alle varie sperimentazioni di autorganizzazione proletaria e popolare che, anche in forme endemiche e spurie, si autogenerano lungo tutto l’arco delle questioni che afferiscono alla condizioni di vita e di lavoro. Sindacalismo metropolitano, nuovi aggregati giovanili oltre la consumata stagione dei centri sociali, un associazionismo di base sganciato dall’ossessiva dipendenza delle prebende istituzionali possono cominciare a prospettare una tendenza viva ed agente che può interagire positivamente con la complessità delle periferie. Naturalmente, particolarmente, in città come Napoli dove da oltre 13 anni vige un articolato blocco di potere assorbente e disarticolante verso le ragioni dell’antagonismo, il tema dell’autonomia e dell’indipendenza dei movimenti è un elemento di battaglia politica da preservare ed affermare ad ogni costo.
Il sindacato e la metropoli
Come agisce ed interagisce l’organizzazione e l’intervento sindacale in una composizione di classe frammentata e oggi riaggregata in luoghi diversi dalle fabbriche? La delocalizzazione produttiva, lo sviluppo impetuoso dei servizi alle imprese, il precariato diffuso e il boom dei migranti, mettono anche i sindacati di base di fronte a problemi, sfide e modelli di intervento diversi dal passato.
Intervista a Emidia Papi*
La riorganizzazione produttiva ha cambiato il modo di lavorare. Dalla città- fabbrica siamo passati alla città-impresa, più correttamente potremmo parlare di metropoli-impresa poiché il territorio e non le mura di un opificio, sembrano costituire oggi il “luogo di produzione”. In seguito a tutto ciò si origina una nuova figura subordinata, di lavoratore flessibile che sta prendendo sempre più piede (numericamente consistente ma non certo la maggioranza tra i lavoratori), costretto alla mobilità da posto a posto di lavoro, con rapporto di lavoro a termine, con un salario ridotto e perfino senza contributi, che trova occupazione prevalentemente in un settore quale quello del terziario. Una trasformazione questa che investe i paesi più sviluppati e quindi anche l’Italia.
Fatta questa premessa, la domanda è questa: sulla base dell’esperienza sindacale che hai accumulato e che rappresenti, chi è questo nuovo lavoratore, quali nuovi problemi deve affrontare per far fronte al suo datore di lavoro e come agisce per risolverli?
Il nuovo lavoratore di cui tu parli è, in gran parte in una fascia di età tra 25 e i 40 anni e viene fuori da percorsi formativi di più o meno alta professionalizzazione e in quanto tale corrisponde alle modalità di produzione attuali; è formato per essere funzionale alle esigenze produttive e si trova a fare una esperienza lavorativa in un contesto che ha bisogno delle sue capacità prevalentemente, ma non solo, intellettuali che l’impresa, riproducendo vecchie logiche di sfruttamento ma rivestite di modalità più complesse, intende sfruttare al massimo con il minimo di costi economici, non curandosi degli alti costi sociali legati ai bassi salari e alla precarietà.
La privazione di diritti e salario è condizione essenziale all’impresa e il costo che ogni singolo lavoratore e la società stessa devono pagare in termini di insicurezza, sfruttamento e disgregazione, nonché di condizioni economiche al limite della soglia di povertà , è il presupposto necessario a questo sistema per poter reggere la competizione internazionale e aumentare i profitti.
Credo che in questo senso i problemi che si trova di fronte il nuovo lavoratore della Metropoli/impresa siano legati alla continua ricattabilità e precarietà a cui si somma l’estrema parcellizzazione sia delle forme contrattuali che dei luoghi e tempi di produzione, e cioè il problema dell’identità di classe e della sua ricomposizione e consapevolezza, nonché la difficoltà di invertire, anche nelle relazioni con gli altri lavoratori la logica di isolamento e privazione in cui viene volutamente mantenuto.
A questo problema fondamentale si collegano, a mio avviso, tutti gli altri di gestione materiale della propria condizione lavorativa e di prospettiva futura. Inoltre bisogna considerare il contesto politico sociale che, oltre alla generale distorsione della funzione ideale e materiale dei partiti di sinistra, vede un’accentuata trasformazione dei sindacati concertativi, come organizzazioni funzionali alla conservazione di interessi economici consolidati se non addirittura parte integrante degli stessi.
Non è da molto che il problema dell’agire si sta ponendo con profonda consapevolezza, in una condizione che nel recente passato è stata di subordinazione alle logiche di consenso o di estremo disincanto e rassegnazione o, ancora, di confusione e disabitudine alle lotte e alle forme classiche di organizzazione del dissenso.
La precedente figura del lavoratore a tempo indeterminato, stabile, più garantito e remunerato di quello che tende a prendere il suo posto, quanto è ancora soggetto dinamico e portatore di conflitto?
Penso che il lavoratore “stabile” possa ancora essere soggetto dinamico e portatore di conflitto per almeno due motivi: questa tipologia di lavoratore rappresenta una specie di “simbolo” o di “ideale” di condizione lavorativa, come dire l’esempio lampante che c’è il lavoro di altro tipo, legato alla storia di conquiste di lavoro e diritti degli anni passati e per cui ad esso si rivolgono aspettative dei precari e attacco dell’impresa; in secondo luogo, e non a caso, oggi anche il lavoratore stabile è oggetto di attacchi più o meno duri alla propria condizione: rinnovi contrattuali al ribasso, attacchi all’unicità del contratto, aumento dei ritmi e carichi di lavoro, frantumazioni e ristrutturazioni aziendali ecc. e, nel pubblico impiego specificatamente, esternalizzazioni di servizi, tagli di spesa. Un lavoratore, insomma, che si trova o troverà di fatto a dover rimettere in campo un atteggiamento di nuovo protagonismo e di ripresa del conflitto se vorrà conservare diritti e posti di lavoro e non vorrà vedersi trasformato (come purtroppo già accade) nel precario di futura generazione.
Ritornando al lavoratore flessibile e precario, riguardando questa volta le cose dal punto di vista del sindacato, quali sono le difficoltà che avete trovato nella vostra attività organizzativa e rivendicativa per una giusta retribuzione, per il rispetto dei diritti normativi, per il diritto a svolgere l’attività produttiva in un ambiente non nocivo?
Intanto noi proviamo a impostare un intervento sindacale che abbia come traguardo quello della trasformazione a tempo indeterminato e a pieni diritti dei contratti di lavoro precari e ad una contestuale rimessa in discussione delle logiche di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi operata in questi anni a totale discapito di utenti e lavoratori, a partire dall’abrogazione della legge 30 e del “pacchetto Treu”.
Se mi chiedi della difficoltà, questo sono soprattutto legate sia alla definizione di piattaforme rivendicative di alto respiro sia alla ricomposizione di un soggetto rivendicativo e di lotta capace di opporsi alle logiche concertative e di subordinazione diffuse in questi anni dai sindacati storici; inoltre si ha a che fare con la parcellizzazione dei luoghi, forme e tempi del lavoro di cui ti dicevo prima e con un “moderatismo” e un “filopadronalismo” diffuso anche nella sinistra che ha prima legittimato la flessibilità e che ora usa questa condizione di estrema precarietà solo a fini elettorali. Infine ci siamo posti anche il problema delle forme e delle strumentazioni della lotta sindacale ripensando ad una organizzazione capace di stare nel territorio, nella Metropoli-impresa, e di saldare la lotta per la difesa del lavoro a quella per i diritti sociali e il diritto al reddito.
Con lo sviluppo di un’economia del territorio e la mobilità richiesta al lavoratore, il Mezzogiorno, ha ancora motivo di avere una sua specificità o si avvia ad essere un’area come tutte le altre?
Credo che la specificità del Mezzogiorno sia stata, purtroppo, finora quella di essere terra in cui la forte presenza di disoccupazione – e le statistiche più recenti dicono anche il territorio con più nuclei familiari al di sotto della soglia di povertà – e in quanto tale luogo di sperimentazione delle forme di ricatto del lavoro più estreme (basti pensare alla fiat di Melfi) oppure luogo di una imprenditoria “mordi e fuggi” che ha impiantato attività produttive volte ad accaparrarsi le risorse pubbliche e a sfruttarle al massimo per poi trasferirsi e dislocarsi, anche all’estero, in zone più appetitose dal punto di vista dei costi di produzione, manodopera inclusa. Penso alla Tognana, alla Natuzzi e ad altre esperienze simili…Questo modello imprenditoriale ora si sta espandendo anche nel resto del Paese, in questo senso semmai penso che si possa parlare di una meridionalizzazione delle altre regioni.
L’immigrazione porta ad una popolazione lavorativa sempre più multietnica. Quali effetti può avere questo sulle attività del sindacato?
La presenza di ormai qualche milione di migranti pone problemi resi ancora più complessi dal dover affrontare in contesti difficilissimi la condizione di clandestinità e di lavoro schiavistico, cui spesso sono costretti moltissimi immigrati, e a cui è connessa la possibilità di godere di diritti che, prima che sociali ed economici, sono semplicemente umani.
L’azione sindacale non può limitarsi alla difesa dei diritti del lavoratore immigrato in quanto tale, deve farsi carico di questioni che attengono alla sfera politica, la lotta contro le leggi razziste Bossi/Fini e Turco/Napoletano, alla sfera sociale, per affermare i diritti fondamentali, casa, salute, ecc. e, in ultimo, alla sfera sindacale: il migrante può essere considerato l’archetipo della precarietà in ogni suo aspetto.
Il modello di sindacato cresciuto come contropotere alla produzione fordista, è completamente superato o ha ancora il suo spazio d’intervento? E in ogni caso con il lavoratore flessibile di quale nuovo modello organizzativo c’è oggi bisogno. Riferirsi semplicemente ad un sindacato territoriale è poca cosa o no?
E’ chiaro che la centralità del modello sindacale legato a forme di produzione fordista sta venendo sempre più meno anche se non bisogna dimenticare che la figura del lavoratore classico è ancora maggioritaria nel nostro Paese. Ma l’incidenza del lavoro precario aumenta sempre di più in maniera esponenziale. E’ necessario sperimentare nuove forme che sappiano prima di tutto contribuire ad una ricomposizione della figura del lavoratore precario, pensiamo ad una funzione di tipo anche culturale oltre che ad offrire servizi per la difesa dei propri diritti. Si parla di lotte per il reddito, di contrattazione sociale, di azioni positive che pongano in primo piano la necessità di ridistribuire la ricchezza in termini di accesso alla casa, alla mobilità, alla cultura, ecc. In questo senso le forme sindacali debbono necessariamente cambiare, allargare i propri confini.
La battaglia sul reddito sociale e i diritti, che in forma di rete stiamo articolando con soggetti diversi dalle istanze meramente sindacali, l’elaborazione, insieme alla proposta di legge nazionale, di proposte legislative a livello regionale possono essere un primo esempio di questo modo nuovo di fare sindacato.
Unire alla richiesta di reddito rivendicazioni in ordine alla soddisfazione di bisogni “primari”, includendo tra questi il diritto all’autoformazione continua, l’accesso alle istituzioni culturali, il riconoscimento delle forme di aggregazione, la necessità di spazi di confronto per i giovani, non ci paiono fuori da un contesto sindacale, sia pure di nuova concezione.
Le periferie delle città come entrano in questi ragionamenti?
Le periferie sono i luoghi dove si concentrano le contraddizioni: alta presenza di migranti, precarietà, carenza di servizi, ambiente degradato dalle speculazioni, mancanza di centri di aggregazione e socializzazione laici; e in quanto tali dove possono crearsi condizioni “esplosive”.
E un sindacato “metropolitano” come potrebbe agire su questo terreno?
Bisogna parlare di tutto perché le dinamiche alla base sono comuni: la disoccupazione, l’assenza o carenza di reddito e diritti, il degrado ambientale e la privatizzazione dei beni primari, l’iniqua distribuzione delle risorse e i costi di un’economia di guerra, il ruolo della comunicazione e della produzione culturale, tutte questioni profondamente intrecciate. Un sindacato “metropolitano” significa un sindacato capace di stare contemporaneamente sui posti di lavoro come negli ambiti più diffusi del territorio metropolitano largo e di connettere nell’iniziativa sindacale temi legati alle condizioni lavorative e questioni legate alla molteplicità dei luoghi di produzione, nonché alle dinamiche economiche.
La metropoli è un luogo generale nel quale il nostro sindacato ritiene indispensabile operare. I fronti sono molteplici: carovita, reddito garantito, salari adeguati, stabilità nella vita e nel lavoro, servizi pubblici e gratuiti, qualità dell’ambiente e dei servizi, diritti e tutele. Su ognuno di essi si sono messe in campo iniziative: si sono organizzati i comitati per la quarta settimana, le lotte degli inquilini e degli occupanti di case, i comitati per i diritti dei migranti e dei cittadini, i comitati per la difesa ambientale e contro le privatizzazioni, le mobilitazioni contro la precarietà del lavoro e per il diritto al reddito, proposte di legge e petizioni popolari, iniziative di protesta e di difesa del potere di acquisto dei salari, delle pensioni, per la gratuità e qualità dei servizi con momenti di più generale mobilitazione come le MayDay, come la manifestazione per il reddito sociale del 6 novembre 2004 o quella contro il precariato nella pubblica Amministrazione dell’ultimo 6 ottobre, che hanno messo in piazza centinaia di migliaia di lavoratori, disoccupati, migranti, precari, pensionati e cittadini. Ma la sperimentazione continua.
* coordinamento nazionale RdB/CUB
Il pianeta degli slum
Una conversazione con Mike Davis*
Per la prima volta nella storia, tra breve la maggioranza della popolazione mondiale vivrà nelle città. Ma grandi porzioni di questa popolazione urbana vivono in condizioni di assoluta povertà. Mike Davis, scrittore e attivista sociale, descrive questa tendenza nel suo nuovo libro Planet of Slums. Ha parlato con Lee Sustar delle conseguenze economiche, sociali, politiche ed ambientali della marea crescente della povertà urbana. E’ una nuova composizione di classe che non somiglia affatto alla moltitudine ma, piuttosto, ad proletariato metropolitano
La questione della crescita delle megaslum è stato escluso dal panorama del dibattito politico corrente. Perché?
Devo confessare di essere stato sorpreso dal pressoché totale silenzio da cui è stata salutata la pubblicazione di uno studio fondamentale delle Nazioni Unite – “La sfida degli slum” - tre anni fa. Oltre ad un panorama della povertà urbana su scala globale, i ricercatori dell'Onu ci hanno fornito un bilancio complessivo dei danni prodotti da trent'anni di aggiustamenti strutturali, politica del debito e privatizzazioni. Immagino che questo sia proprio il genere di notizie che i tifosi della Banca mondiale e, più in generale, del "Washington consensus" non vogliono sentire.
L'eccezione, ovviamente, è rappresentata dal Pentagono. Il disinteresse degli esperti del National Security Council verso i ghetti urbani contrasta con l'avido interesse mostrato dai più pragmatici strateghi militari dell'Army War College e del Warfighting Laboratory dei Marines.
Gli strateghi militari sono ben coscienti del fatto che, mentre le loro bombe intelligenti sono estremamente efficienti contro le città gerarchiche quali Belgrado, con le loro infrastrutture centralizzate e i distretti economici, le armi super-tecnologiche americane possono poco per il controllo degli agglomerati di povertà sottosviluppati, come a Mogadiscio in Somalia e Sadr City a Bagdad.
Le grandi baraccopoli in crescita caotica nei sobborghi delle città del terzo mondo neutralizzano buona parte dell'arsenale barocco di Washington…
L'analisi attenta di questo problema ha condotto gli strateghi militari ad una visione geopolitica del mondo diversa da quella del resto dell'amministrazione Bush. Invece che su una cospirazione terrorista mondiale o su un asse del male, gli strateghi militari si focalizzano sulla supremazia del territorio, le baraccopoli stesse. Il nemico, che il Pentagono concepisce come un insieme eclettico di potenziali oppositori, dalle gang di strada ai gruppi radicali alle milizie etniche, è meno importante che il labirinto in cui si nasconde.
Nel tuo libro tracci una distinzione tra l'urbanizzazione "d'attrazione" prodotta dall'industrializzazione del XIX e XX sec., e quella "di espulsione" portata dai programmi di aggiustamento strutturale nel terzo mondo odierno.
Nel XIX sec., ovviamente, la teoria sociale classica ha messo l'accento sulle città industriali come Manchester, Berlino e Chicago per individuarvi un modello del futuro. Invece, le città cinesi, prodotto della maggiore rivoluzione urbano-industriale della storia, rientra ancora nello schema immaginato da Marx e Weber. Molte città del terzo mondo hanno più in comune con la Dublino vittoriana o con Napoli, con le loro gigantesche concentrazioni di povertà e deindustrializzazione. La crescita urbana si è sganciata dall'industrializzazione, finanche dallo sviluppo economico per se.
I fattori di "espulsione" allontanano la popolazione dalle campagne in maniera indipendente dai fattori di "attrazione" quali l'offerta di lavoro nelle città assicurando la continuità dell'esplosione della popolazione urbana. Al di fuori della Cina, inoltre, le ex metropoli industriali del Sud, tra cui Mombai, Johannesburg, Sao Paolo e Buenos Aires, hanno sofferto massicce deindustrializzazioni nel corso degli ultimi venti anni.
E’ per questo che la teoria della "modernizzazione" è crollata…
Ciò ha conseguenze importanti sia per la teoria sia per l'azione sociale rivoluzionaria. In nessuna parte del canone marxista, neppure nelle pagine visionarie dei Grundisse, si può trovare l’anticipazione del proletariato informale odierno: una classe sociale globale costituita da almeno due miliardi di abitanti delle città, sconnessi radicalmente e permanentemente dall'economia formale mondiale.
Quali sono le caratteristiche comuni a quanto sta accadendo in Cina e, all'altro estremo in Africa, con l'urbanizzazione?
Prima di tutto, è importante sconfessare la credenza che le città siano cresciute in maniera lineare o unidirezionale. Le megabaraccopoli di oggi in molti casi sono il risultato non della lenta e incrementale accumulazione di povertà, ma del "big bang" prodotto dalle politiche del debito e degli aggiustamenti strutturali della fine degli anni 70 e degli anni 80. Imponenti fenomeni di esodo dalle campagne si sono trovati di fronte ad una riduzione degli investimenti sociali nelle infrastrutture urbane e nei servizi pubblici.
I nuovi poveri urbani sono stati lasciati da soli ad improvvisarsi un rifugio e delle strategie di sopravvivenza. La loro ingegnosità è di fatto riuscita a spostare le montagne, ma solo per un periodo di tempo limitato.
Oggi, in tutto il mondo, è del tutto chiaro che la famosa frontiera tra la terra che può essere liberamente o quasi liberamente occupata si è chiusa, e lo spazio dell'economia informale è tragicamente sovrappopolato, con troppi poveri che competono in nicchie di sopravvivenza. Soprattutto in Africa questo "miracolo" di urbanizzazione autosostenuta rassomiglia oggi più alla lotta per la sopravvivenza in uno squallido campo di concentramento che a qualunque visione romanticizzata di eroici occupanti e micro-imprenditori.
La Cina, ovviamente, è una parziale eccezione, giacché lo Stato continua a costruire milioni di alloggi decenti. Eppure l'offerta è in grande ritardo sulla domanda e la disuguaglianza è cresciuta di più nelle aree urbane cinesi che in qualunque altro luogo nell'ultimo decennio.
Le baraccopoli, per esempio, hanno fatto la loro ricomparsa in grande stile. La popolazione tradizionale della città è stata espulsa dai suoi vecchi quartieri, soprattutto a Pechino, per fare spazio a megaprogetti con finanziamenti stranieri e ad alloggi di lusso. Nel frattempo, i migranti rurali - una gigantesca classe peri-metropolitana di almeno cento milioni di persone - si ammassa in sobborghi squallidi alla periferia delle città. Sono, assieme alle povere famiglie contadine, le maggiori vittime della trasformazione capitalistica della Cina.
Hai scritto a proposito degli immensi costi ambientali di queste tendenze.
In astratto, le città sono la soluzione alla crisi ambientale mondiale. Da Patrick Geddes a Jane Jacobs, i teorici urbanistici hanno correttamente sottolineato che la città, e non l'idealizzata piccola fattoria, è la nostra salvezza: il sistema potenzialmente più efficiente per riciclare l'energia e la materia tra noi e Gaia. Inoltre, solo la città - attraverso la creazione di una ricchezza democratica di spazio pubblico e lussi in comune - può far quadrare il cerchio della sostenibilità ambientale e un alto standard di vita globale.
Però l'urbanizzazione contemporanea, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, sta paradossalmente distruggendo le precondizioni stesse di ciò che è propriamente urbano.
Negli Usa, l'impronta ecologica sempre più grande dei quartieri benestanti - quelli dedicati allo stile di vita a base di McMansion(1) e di Hummer (2) - fa apparire le Levittowns (3) degli anni ‘50 delle vere e proprie utopie verdi.
Nei paesi poveri, nel frattempo, la crescita dell'urbanizzazione informale supera di gran lunga le possibilità dei consorzi idrici e degli spazi aperti che costituiscono le città, infrastrutture ambientali fondamentali. I bacini vengono prosciugati o compromessi, concimi e sostanze tossiche contaminano ogni aspetto della vita quotidiana, e i poveri, alla ricerca continua di un rifugio, scommettono con i disastri nel costruire lungo versanti instabili o le rive in disfacimento di fiumi inquinati (in India centinaia di migliaia di persone dormono a pochi metri dai binari delle ferrovie).
La povertà amplifica continuamente i rischi urbani e, in combinazione con i cambiamenti climatici, promette un mondo in cui il progresso incrementale verso gli obiettivi dello sviluppo e della salute pubblica saranno spazzati via dai costi sempre maggiori delle inondazioni, dei terremoti, delle frane e delle epidemie.
In che modo le baraccopoli dei paesi occidentali - compresi gli Usa - rientrano in questo quadro?
Il terzo mondo urbano è tra noi. Oltre alla fatiscenza crescente dei quartieri centrali e delle vecchie periferie, negli USA sud-occidentali stanno spuntando come funghi insediamenti informali che sono praticamente indistinguibili da quelli attorno ad una qualunque città dell'America Latina.
Ad un palmo dalle case da milioni di dollari di Palm Springs, in California, per esempio, sul territorio della riserva indiana, si trovano slum che ospitano migliaia di agricoltori locali. Le colonie povere di Juarez si rispecchiano oggi nei loro doppioni al confine tra Texas ed il Rio Bravo.
Anche l'Europa ha i suoi slum da terzo mondo, soprattutto nei dintorni di città come Lisbona e Napoli. Il peggior slum europeo è probabilmente la "Cambogia", a Sofia in Bulgaria, dove 35 mila rom vivono come i Dalit [gli intoccabili, ndt] in India.
Ma il quadro più scioccante è fornito dalla ex Unione Sovietica, dove le baraccopoli hanno proliferato più velocemente dei milionari. Dal 1989 molti dei servizi urbani indispensabili (come il riscaldamento a livello cittadino), così come di quelli ricreativi e culturali (tutti legati alle fabbriche) sono crollati, lasciando gli anziani a morire di freddo in inverno.
A Mosca, inoltre, immense popolazioni di squatter [occupatori abusivi di costruzioni in disuso, ndt], soprattutto immigrati privi dei documenti o minoranze nazionali, occupano le fabbriche abbandonate e costruzioni residenziali, ammazzandosi di lavoro nell'economia degli sweatshop che è l'orgoglio del nuovo ordine. Gorky deve star rigirandosi nella tomba.
Alcuni considerano i tuoi libri come la prova di una nuova classe - descritta da Michael Hardt e Toni Negri come la moltitudine - che ha superato, se non sussunto la classe operaia.
Non sono affatto d'accordo. Rivisitiamo per un attimo il Manifesto Comunista. Marx ed Engels sostenevano che il proletariato industriale fosse una classe rivoluzionaria per due ragioni fondamentali. Primo perché aveva una natura radicale - non aveva cioè interesse alcuno al mantenimento della proprietà privata su larga scale. E secondo perché la sua collocazione nella produzione industriale moderna le conferiva capacità straordinarie - che mai un gruppo subalterno aveva posseduto in precedenza - per l'auto-organizzazione, in campo scientifico e in campo culturale.
Anche il proletariato informale di oggi possiede questa natura radicale, ma è stato espulso dalla produzione sociale (almeno, in senso marxistico) e, in molti casi, dalla cultura tradizione e dalla solidarietà delle città. Costretto nei sobborghi fatiscenti, tagliati dal lavoro formale ed esiliati dal tradizionale spazio pubblico, questo proletariato va alla ricerca della fonte dell'unità e del potere sociale.
Inoltre, ciò che si vede in tutto il mondo, oggi, è un vasto processo di sperimentazione, in cui i giovani che vivono negli slum - a volte in alleanza con la classe lavoratrice tradizionale, ma spesso no - cercano soluzioni radicali alla loro perifericità.
Dove esiste una qualche trasmissione o ereditarietà della tradizione della classe lavoratrice - come, diciamo, a El Alto, la versione slum di La Paz, a maggioranza Quechua, dove gli ex minatori si mettono spesso alla testa delle mobilitazioni - il risultato può essere la reinvenzione della sinistra.
La popolazione urbana cittadini sta scoprendo che gli dei del caos stanno dalla loro parte: che possono bloccare, spegnere ed assediare l'economia della città della classe media formale. La mobilitazione creativa e il sabotaggio con tecniche di guerriglia delle varie reti di servizi e forniture possono compensare la perdita di forza nel processo produttivo.
Ma troppo spesso l'economia informale va mano nella mano della lotta darwiniana che conduce alla divisione dei poveri e al controllo delle slum da parte dei boss e dagli suprematisti etnici…
Un esempio tragicamente famoso è Bombay. Un quarto di secolo fa, quando l'industria tessile era ancora molto forte, Bombay era celebrata per la sua forte sinistra e per i movimenti sindacali. Le differenze di setta (hindù contro musulmani o maratha contro tamil) erano in gran parte subordinate alla solidarietà sindacale. Ma dopo la chiusura delle fabbriche, le slum sono state colonizzate dalla politica di setta - in particolare dal fanatico Shiv Sena, il partito maratha e hindù. Il risultato sono stati scontri, massacri e una divisione all'apparenza insanabile.
Credo, perciò, che le forze centrifughe all'interno della classe dei lavoratori informali sono nel complesso maggiori di quelle della competizione sul mercato del lavoro all'interno della classe tradizionale dei lavoratori industriali.
Ma l'intera storia del movimento dei lavoratori nel corso degli ultimi due secoli non è stata altro che il superamento di divisioni ipoteticamente insuperabili. Nel frattempo non serve a molto - come fanno Hardt e Negri - giocare a fare i prestigiatori con i concetti metafisici.
Il metodo di Marx consisteva nel cominciare con lo studio di un caso concreto prima di giungere ad un qualunque concetto generale, e chiaramente, ciò che occorre oggi è lo studio di casi concreti di politica urbana nella sua grande diversità - dai nuovi movimenti sociali rivoluzionari di Caracas agli inferni della concorrenza settaria a Karachi o Bagdad.
Ma sarebbe errato intraprendere questa ricerca comparativa senza riconoscere che molti conflitti apparentemente intrecciati e molte identità sono probabilmente solo transitori.
La "guerra di civiltà", che i neoimperialisti credono rappresenti la missione dell'uomo bianco oggigiorno, è ovviamente solo una illusione autoconsolatoria. Il vero nocciolo della storia contemporanea restano le contraddizioni strutturali di un capitalismo globale che non sa creare lavoro, alloggi o il futuro per la popolazione urbana terrestre in espansione.
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NOTE:
(1) McMansion è un'espressione del gergo architettonico che è entrata in uso negli Usa negli anni 80. È un termine peggiorativo che descrive uno specifico stile di costruzioni che, come il nome suggerisce, sono a metà strada tra una magione e i McDonald ormai presenti ovunque. Da Wikipedia. [NdT]
(2) Nota marca di veicoli speciali, produttrice di uno dei SUV di maggior successo. [NdT] (<<)
(3) Levittown è una zona di Long Island, il quartiere più ricco di New York, che prende il nome dal suo architetto, William Levitt, che la realizzò come una comunità suburbana pianificata tra il 1947 ed il 1951, il primo quartiere residenziale prodotto in serie che è diventato un archetipo per tutto il paese. Da WikipediA. [NdT]
* (da Socialist Workers del 9 Maggio 2006, postato su Indymedia)