www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 07-01-07
E ora, cosa aspettarsi in Medio Oriente?
by Joschka Fischer
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
La situazione politica e di sicurezza nella vasta area compresa fra la Valle dell’Indo e le coste del Mediterraneo Orientale è causa di gravi preoccupazioni.
Quando gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente in Iraq nel 1991, la loro intenzione era quella di produrre un fondamentale cambiamento nell’intera regione. Oggi, risulta chiaro che difficilmente qualche aspetto di questa politica riuscirà ad affermarsi. Perfino la buona riuscita di libere elezioni in Iraq è risultata una minaccia di divisioni più che di unità del paese.
Comunque, le relazioni di potere esistenti in Medio Oriente sono state scosse permanentemente e mutate radicalmente. Però, l’effetto non è stato quello di un domino di democratizzazione ma vi sono serie minacce di un effetto domino di sprofondamento nel caos.
Tornando al 1991, la decisione di muovere guerra all’Iraq per liberare il Kuwait ha marcato l’inizio del ruolo degli Stati Uniti come la sola potenza egemonica militare nella regione. La decisione di muovere guerra all’Iraq per la seconda volta, e poi di occupare quel paese nel marzo 2003, ha trasformato questa egemonia nella responsabilità diretta degli USA per il futuro del Medio Oriente.
Dal ruolo adottato dall’America come potenza determinante in Medio Oriente potrebbero derivare due conseguenze.
Dovessero gli Stati Uniti avere successo attraverso l’uso della loro forza militare, forse potrebbe nascere un nuovo Medio Oriente democratico. Ma se, malgrado la loro potenza militare, i loro piani fallissero, si verrebbe a creare un vuoto di potere e una destabilizzazione della regione. Questo secondo scenario, che fin dal principio era prevedibile, ora sta diventando una realtà.
Il vero carattere della guerra in Iraq è stato trasformato da una missione per portare “la democrazia” in una missione altamente stabilizzatrice di disastri e di costi. Invece del progettato riallineamento radicale dei rapporti di potere nella regione, ora l’obiettivo è semplicemente quello di mantenere lo status quo.
A questo punto, il massimo che possono sperare gli Stati Uniti è un ritiro che salvi loro la faccia. Le elezioni Americane di novembre sono state un referendum sulla guerra in Iraq. Di fatto, il loro risultato impone una tabella di marcia alla “Irachizzazione” e al ritiro Statunitense, prima delle prossime elezioni presidenziali.
Dietro la fine, del tutto prevedibile, della missione stabilizzante Americana si nasconde in Iraq la guerra civile, che minaccia di risolversi in una guerra per procura Arabo-Iraniana per il dominio dell’Iraq, del Golfo Persico, del Libano, dei territori Palestinesi, ed oltre. Per di più, esiste il rischio acuto che il vuoto di potere creato in Iraq si possa fondere con il conflitto Arabo-Israeliano, e con i conflitti in Iraq ed in Afghanistan, in una megacrisi che vedrà coinvolta l’intera regione.
Alla luce del ritiro incombente dell’America, i poteri regionali stanno rivedendo i loro interessi ed obiettivi. Iran, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Pakistan, Turchia ed Israele saranno gli attori principali. Con la guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno perso la loro posizione unilaterale in Medio Oriente, ed altrove. In futuro, diverse saranno le potenze globali attive in Medio Oriente, in primis gli Stati Uniti, quindi la Russia, la Cina, l’India. Ci si augura che l’Europa sia tra queste, visto che la sua sicurezza è qui che viene determinata.
Così non è in gioco solo l’Iraq, ma piuttosto il futuro dell’intera regione. Non potremo considerarci fortunati se avrà continuità il caos emergente in Iraq.
La consapevolezza di Washington che in Iraq non può più vincere, o solo dare stabilità al paese a meno di variazioni strutturali della regione, è arrivata tardi, forse troppo tardi. Gli Stati Uniti dovranno trovare un accordo con i loro alleati ed instaurare un dialogo direttamente con tutti gli altri attori, per tentare di acquisire un nuovo consenso nella regione.
Se questo spostamento della politica avesse preso piede un anno fa, o almeno agli inizi dell’estate scorsa, le prospettive sarebbero state migliori. E, con il passare dei giorni, la posizione dell’America nella regione si indebolisce ulteriormente e le possibilità di successo di una nuova strategia politica diventano sempre più remote.
Il più grande pericolo proviene dall’Iran, il chiaro beneficiario del vuoto di potere Iracheno. L’Iran nutre ambizioni egemoniche, che cerca di realizzare mediante il suo potenziale militare, le sue riserve di petrolio e di gas, il suo programma nucleare, la sua influenza sugli Sciiti in tutta la regione, e i suoi sforzi per imporre lo status quo in tutto il mondo Arabo Musulmano.
Malgrado tutto, l’Iran è ancora relativamente isolato. Gli unici suoi alleati nell’area sono la Siria e Hezbollah. Per di più, resta il fatto che l’Iran è minacciata da una coalizione anti-Iraniana di tutte le altre potenze regionali, unite dalla loro apprensione per un Iran in ascesa.
Se l’Occidente, America ed Europa insieme, agirà con rapidità, decisione e con una strategia condivisa, allora rimarranno delle possibilità di stabilizzazione della regione. Ma per conseguire questo, sarà necessario cercare equilibri, o almeno bilanciare gli interessi dei più importanti attori nella regione. Questo significa una strategia basata su influenze politiche, non su minacce di interventi militari o su cambiamenti di regime. Al posto di tutto questo, si deve interagire con scambi di opinioni, con garanzie di sicurezza ed appoggio all’integrazione politica ed economica. Inoltre, per avere successo, questa strategia richiede anche moniti realistici di isolamento di tutti coloro che continuano a insidiare la stabilità dell’area, e sostanziali progressi nel conflitto Arabo-Israeliano.
Perciò, una nuova politica in Medio Oriente deve concentrarsi principalmente su quattro aspetti:
1) un’offerta comprensiva alla Siria per un suo distacco politico dall’Iran e per una composizione dei conflitti aperti;
2) un’offerta all’Iran per colloqui diretti sulle prospettive di una completa normalizzazione delle relazioni;
3) una decisiva e realistica iniziativa per risolvere il conflitto Arabo-Israeliano;
4) una architettura di sicurezza nella regione, centrata sulla stabilizzazione in Iraq e in Afghanistan.
Copyright: Project Syndicate/Institute of Human Sciences, 2006.
Joschka Fischer è stato ministro degli esteri della Germania e vice cancelliere dal 1998 al 2005. Leader del Partito dei Verdi tedeschi per quasi 20 anni, ora è visiting professor alla Woodrow Wilson School dell’Università di Princeton.
L’obiettivo dei forzuti: l’America ed Israele vogliono far piombare il Medio Oriente nella guerra civile?
by Jonathan Cook
Jonathan Cook è uno scrittore e giornalista che vive a Nazareth, Israel. Il suo libro “Blood and Religion: The Unmasking of the Jewish and Democratic State – Sangue e Religione: lo smascheramento dello stato Ebraico e democratico” è stato pubblicato di recente da Pluto Press.
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Nazareth, 19 dicembre 2006.
L’era dell’uomo forte in Medio Oriente, sostenuto e rafforzato dalla politica dell’Occidente, sembra sicuramente tramontata. Con regolarità, questo potere viene sostituito dalla guerra civile, modello ora evidentemente favorito dall’Amministrazione Americana in tutta la regione.
Una lotta fratricida sta minacciando di travolgere, o effettivamente sta travolgendo, i territori Palestinesi sotto occupazione, il Libano e l’Iraq. Sia la Siria che l’Iran possono diventare a presto le aree successive, dilaniate dagli attacchi che, da quanto si dice, Israele sta progettando a vantaggio degli USA. Verosimilmente, le conseguenze sarebbero la distruzione della regione.
I politici Occidentali amano dipingere la guerra civile come conseguenza del fallimento dell’Occidente, per non essere intervenuto con maggiore efficacia in Medio Oriente.
Ci fossimo impegnati maggiormente nel conflitto Israelo-Palestinese, o con una più alta aggressività nel fare opposizione alle manipolazioni Siriane in Libano, o avessimo alzato le mani di più in Iraq, i conflitti fra le fazioni sarebbero stati prevenuti.
Naturalmente, resta implicito il fatto che, senza la guida benevolente dell’Occidente, le società Arabe sono… “incapaci di condurre se stesse fuori dal loro stadio primitivo di barbarie”.
Ma di fatto, ognuno di questi sfaceli di ordine sociale sembra essere stato progettato a tavolino, o dagli Stati Uniti o da Israele. In Palestina, Libano ed Iraq, le differenze settarie sono meno importanti dello scontro fra ideologie ed interessi politici, quando fazioni rivali si contrastano, se piegarsi o resistere all’interferenza Americana e Israeliana. Dove le fazioni traggono i loro finanziamenti e la loro legittimazione, sempre più da una scelta fra gli USA o l’Iran, lì sembra determinarsi dove vanno a collocarsi in questo braccio di ferro.
La Palestina è in fermento perché la gente comune Palestinese è combattuta fra la loro richiesta democratica di resistenza all’occupazione Israeliana, in libere elezioni hanno manifestato di considerare Hamas come il partito meglio identificato per realizzare questo obiettivo, e la necessità basilare di mettere qualcosa da mangiare sulla tavola delle loro famiglie. L’assedio economico internazionale imposto al governo di Hamas, in combinazione con quello messo in atto da Israele, hanno realizzato un amaro scontro interno alla popolazione Palestinese per il controllo delle indispensabili risorse.
Il Libano sta disgregandosi, dato che i Libanesi sono divisi: alcuni ritengono che il futuro del paese poggi sull’attrarre capitali Occidentali e salutano con favore l’abbraccio con Washington, mentre altri considerano l’interesse Americano come una copertura per la realizzazione del disegno da lungo tempo prospettato da Israele di trasformare il Libano in uno stato vassallo, con o senza un’occupazione militare. Quale che sia la direzione che prenderà la scelta dei Libanesi nella presente situazione di stallo, questo riflette la loro opinione di quanto plausibili siano le concessioni Occidentali e la benevolenza di Israele.
E il macello in Iraq non è semplicemente il risultato dell’illegalità sfrenata, come è comunemente rappresentato, ma è anche dovuto a gruppi rivali, a nebulosi “rivoltosi”, che impiegano diverse strategie brutali e in conflitto fra di loro: cercando di estromettere gli occupanti Anglo-Americani e di punire gli Iracheni sospettati di collaborazionismo con quelli; estorcendo vantaggi dal regime fantoccio Iracheno; e dandosi da fare per acquisire posizioni di influenza, prima dell’inevitabile e completa ritirata Americana.
Si poteva prevedere che tutte queste conseguenze in Palestina, Libano e in Iraq si sarebbero quasi certamente innescate. Più di questo, appare in modo crescente come le tensioni montanti e la carneficina siano state programmate. Piuttosto che apparire problematica l’assenza di un intervento Occidentale, l’obiettivo dell’intervento appare essere precisamente la violenza e la frammentazione di queste società.
La dimostrazione è emersa in Gran Bretagna, rivelando come questo sia stato proprio il caso Iracheno. La testimonianza resa dall’ex ufficiale Britannico alla commissione di inchiesta Butler del 2004, che indaga sui falsi di intelligence nel periodo precedente all’invasione dell’Iraq, è stata tardivamente pubblicata la scorsa settimana, dopo i tentativi da parte del Foreign Office di soffocarla.
Carne Ross, un diplomatico che ha contribuito a negoziare diverse risoluzioni sull’Iraq al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, riferiva alla commissione di inchiesta che ufficiali Britannici e Statunitensi erano ben a conoscenza che Saddam Hussein non era in possesso di armi di distruzione di massa WMD e che, facendolo crollare, si sarebbe ingenerato il caos.
“Io ricordo che in diverse occasioni il gruppo di lavoro Britannico aveva ribadito a proposito questo punto di vista durante le nostre discussioni con gli Statunitensi (che erano d’accordo),” così Ross affermava, aggiungendo: “ Allo stesso tempo, quando gli Statunitensi sollevavano la questione, di frequente si doveva argomentare che un “cambiamento di regime” era sconsigliabile, specialmente sulla base di considerazioni che l’Iraq sarebbe precipitato nel caos.”
Quindi, la domanda ovvia è, come gli USA siano andati alla ricerca e abbiano prefigurato lo scatenarsi di una guerra civile in tutto il Medio Oriente, creando così con tutta evidenza una minaccia ad interessi strategici, come le forniture del greggio e la sicurezza di un loro alleato chiave nella regione, Israele? Fino all’arrivo alla presidenza di Bush junior, la dottrina Americana in Medio Oriente era stata quella di insediare od appoggiare uomini forti, frenandoli o rimpiazzandoli quando questi non godevano più del favore. Allora, perché questo drammatico e, almeno all’apparenza, incomprensibile cambiamento di politiche?
Perché consentire l’isolamento nei territori occupati e l’umiliazione di Yasser Arafat, e poi di Mahmoud Abbas, quando entrambi potevano essere facilmente coltivati come uomini forti, se fossero stati loro assegnati gli strumenti, che implicitamente con il processo di Oslo erano stati promessi: uno stato, il fasto della carica e i mezzi coercitivi per imporre la loro volontà sui gruppi rivali, come Hamas? Senza poter esibire per anni quasi nessuna concessione da parte di Israele, entrambi sono apparsi all’opinione pubblica Palestinese più come cagnolini da salotto che rottweilers.
Perché mettere in atto un improvviso e non necessario trambusto intorno all’interferenza della Siria in Libano, un’interferenza che inizialmente era stata incoraggiata dall’Occidente come un modo per mettere un coperchio sulla violenza delle fazioni? Perché espellere dalla scena Damasco e quindi appoggiare una “Rivoluzione dei Cedri” che ha favorito gli interessi di una sola parte della società Libanese e ha continuato ad ignorare le preoccupazioni della comunità più ampia e insoddisfatta, gli Sciiti? Quali saranno le conseguenze possibili, se non un risentimento represso con rabbia e la minaccia di violenze?
E perché invadere l’Iraq con l’ingannevole pretesto di individuare le armi di distruzione di massa WMD e poi sloggiare il suo dittatore, Saddam Hussein, che per decenni era stato armato ed appoggiato dagli USA ed aveva sicuramente con efficacia, anche se spietatamente, tenuto insieme l’Iraq? Ancora dalla testimonianza di Carne, risulta chiaro che nessuna delle strutture di intelligence riteneva Saddam costituire una minaccia seria per l’Occidente. Anche se fosse stato necessario “tenerlo sotto controllo” o possibilmente rimpiazzarlo, come i predecessori di Bush sembravano pensare, perché questo Presidente ha deciso semplicemente di abbatterlo, lasciando un vuoto di potere nel cuore dell’Iraq?
Le risposte vengono messe in relazione all’ascesa dei neocons, che finalmente hanno afferrato il potere con l’elezione del Presidente Bush.
Il più popolare sito web di informazioni di Israele, Ynet, recentemente osservava sui neocons: “Molti sono Ebrei che condividono l’amore per Israele.”
La visione dei neocons di una supremazia globale Americana è intimamente collegata e dipendente dalla supremazia regionale di Israele. Non è tanto che i neocons abbiano scelto di promuovere gli interessi di Israele su quelli Americani, quanto che loro considerano gli interessi delle due nazioni come identici e inseparabili.
L’alleanza politica dei neocons con il Likud, sebbene identificata di solito con la destra Israeliana, rispecchia principalmente il loro sostegno ad adottare mezzi belligeranti per conseguire i loro obiettivi politici, cosa più importante degli stessi obiettivi. Il consistente aiuto alla politica di Israele per decenni, dalla destra e dalla sinistra, è stato mirato ad acquisire più territorio a spese dei paesi confinanti e a fortificare la sua supremazia nella regione tramite il “divide et impera”, in modo particolare se i vicini si presentavano deboli, come i Palestinesi e i Libanesi.
I neocons hanno sempre detestato il nazionalismo Arabo, specialmente le sue derivazioni Baathiste in Iraq e in Siria, che si sono dimostrate immuni agli intrighi di Israele.
Per molti anni, Israele ha favorito lo stesso approccio tradizionale colonialista che l’Occidente ha usato nel Medio Oriente, dove la Gran Bretagna, la Francia e da ultimo gli Stati Uniti hanno appoggiato leaders autocratici, provenienti di solito da minoranze della popolazione, a governare sulla maggioranza in nuovi stati che loro avevano creato, pensiamo ai Cristiani in Libano, agli Alawiti in Siria, ai Sunniti in Iraq, o agli Ascemiti in Giordania. Così, veniva indebolita la maggioranza e la minoranza rafforzata, in modo da renderla dipendente da favori di tipo colonialista, tanto da conservare le sue posizioni di privilegio.
Parimenti, ad esempio, l’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982 aveva come obiettivo la consacrazione di un uomo forte Cristiano e tirapiedi degli USA, Bashir Gemayel, come presidente compiacente che avrebbe acconsentito ad una alleanza con Israele in funzione anti-Siriana.
Ma decenni di controllo e di oppressione della società Palestinese hanno portato Israele a sviluppare un differente approccio al “divide et impera”: questo approccio potrebbe essere definito come caos organizzato, o modello di “discordia”, che dapprima ha avvinto gli strateghi politici di Israele e poi i neocons.
Durante la sua occupazione della West Bank e di Gaza, Israele preferiva non acconsentire ad un uomo forte, con la consapevolezza che un prerequisito per costui sarebbe stata la creazione di uno stato Palestinese e l’allestimento di una sua forza di sicurezza ben armata. Nessuna di queste opzioni poteva essere presa in seria considerazione.
Solo negli ultimi anni, sotto pressione internazionale, Israele è stata costretta a placarsi e ad adottare almeno parzialmente il paradigma dell’uomo forte, per consentire il ritorno di Yasser Arafat dall’esilio. Ma la reticenza di Israele nel consegnare ad Arafat i mezzi per affermare il suo ruolo ed eliminare i suoi avversari, come Hamas, ha provocato inevitabilmente il conflitto fra il presidente Palestinese ed Israele, che è sfociato nella seconda Intifada e nella riadozione del paradigma della “discordia”. Quest’ultimo approccio sfrutta le tendenze irresponsabili presenti nella società Palestinese ad esacerbare le tensioni e la violenza. All’inizio, Israele ha conseguito questo promovendo le rivalità fra leaders regionali e di clan, che sono stati indotti a competere per la protezione Israeliana. Più tardi, Israele ha incoraggiato l’emergere dell’estremismo Islamico, in particolare quello di Hamas, come contrappeso alla popolarità crescente del nazionalismo secolare del partito Fatah di Arafat.
Il paradigma della “discordia” da parte di Israele ha ora raggiunto la sua apoteosi: una guerra civile permanente e di bassa-intensità tra la vecchia guardia di Fatah e gli emergenti di Hamas. Questo tipo di lotta intestina fra Palestinesi efficacemente indebolisce le energie della società e le sue possibilità di organizzare l’opposizione al reale nemico: Israele e la sua permanente occupazione.
I neocons, è evidente, sono stati impressionati da questo modello e vogliono esportarlo negli altri stati del Medio Oriente. Sotto Bush, lo hanno propinato alla Casa Bianca come la soluzione ai problemi Iracheni e Libanesi, e ultimamente perfino per la Siria e l’Iran.
Provocare la guerra civile sicuramente sembrava essere l’obiettivo dell’aggressione di Israele contro il Libano avvenuta nella scorsa estate. L’attacco è fallito, come ha ammesso perfino Israele, visto che la società Libanese si è radunata dietro l’impressionante dimostrazione di resistenza degli Hezbollah, piuttosto che, come veniva sperato, incentrarsi sulle milizie Sciite.
La settimana scorsa, nel sito web Israeliano Ynet è apparsa l’intervista a Meyrav Wurmser, una cittadina Israeliana e co-fondatrice di MEMRI, un servizio di traduzioni dei discorsi dei leaders Arabi che è in sospetto di avere collegamenti con i servizi di sicurezza di Israele. Inoltre, è la moglie di David Wurmser, un ex consigliere neocon del Vice-Presidente Dick Cheney.
Meyrav Wurmser ha rivelato che l’Amministrazione Americana aveva pubblicamente puntato i piedi durante l’aggressione del Libano da parte di Israele, poiché si aspettava che Israele espandesse il suo attacco alla Siria.
“Alla Casa Bianca erano arrabbiati dato che Israele non combatteva contro i Siriani…I neocons erano responsabili per il fatto che Israele aveva guadagnato un sacco di tempo e spazio…Loro reputavano che a Israele doveva essere permessa la vittoria. Una gran parte di loro pensava che Israele doveva battersi contro il nemico effettivo, quello che si nascondeva dietro agli Hezbollah. Era ovvio che è impossibile combattere direttamente contro l’Iran, ma l’opinione era che doveva essere colpito l’alleato [la Siria] importante e strategico dell’Iran.”
Wurmser continuava: “È difficile per l’Iran esportare la rivoluzione Sciita senza l’unione con la Siria, che è l’ultima nazione Araba nazionalista. Se Israele avesse colpito la Siria, sarebbe stata come una violenta raffica di vento, una bufera, per l’Iran, che sarebbe stata indebolita e sarebbe cambiata la mappa strategica in Medio Oriente.”
I neocons considerano un grande affare il cambiamento della topografia nel Medio Oriente. Come da parte di Israele i territori occupati vengono smembrati in ghetti sempre più piccoli, così l’Iraq sta per essere frammentato in mini stati fra loro contrapposti. La guerra civile, questo si è sperato, distoglierà le energie degli Iracheni lontano dalla resistenza all’occupazione USA, verso risultati ancora più negativi. Sono da aspettarsi destini consimili per l’Iran e la Siria, fino a quando i neocons, malgrado la loro influenza sia in declino, opereranno per realizzare la loro visione degli ultimi anni di Bush il giovane.
La ragione è che un Medio Oriente in preda al caos e alle contrapposizioni, sebbene questo venga visto come un disastro dai più informati osservatori politici, sembra essere il grande desiderio di Israele e dei suoi alleati neocons. Costoro reputano che l’intero Medio Oriente possa essere gestito con successo nello stesso modo in cui Israele ha gestito le popolazioni Palestinesi all’interno dei territori occupati, dove sono state accentuate le divisioni religiose e secolari, e all’interno della stessa Israele, dove per molti decenni i cittadini Arabi sono stati “de-Palestinesizzati” e Musulmani, Cristiani, Drusi e Beduini sono stati sottoposti ad una morte identitaria e quiescente.
Questa conclusione può venire intesa come completamente sconsiderata, ma ancor di più lo deve essere il punto di vista della Casa Bianca, che si è impegnata in uno “scontro di civiltà”, che si deve vincere solo con una “guerra al terrorismo”.
Tutti gli stati hanno le potenzialità per agire in maniera irrazionale ed auto distruttiva, ma Israele e coloro che l’appoggiano possono essere più vulnerabili degli altri per questa debolezza. Questo avviene perché la percezione di Israele della sua regione e del suo futuro è stata grossolanamente distorta dall’ideologia ufficiale di stato, il Sionismo, con il suo assunto del diritto inalienabile di Israele a preservare se stesso come stato etnico; hanno frammisto i presupposti messianici, estranei ad una ideologia laica, di un ritorno degli Ebrei ad una terra promessa loro da Dio, con il disprezzo e il rifiuto a capire tutto quello che concerne il mondo Arabo e Musulmano.
Se ci aspettiamo un comportamento razionale da parte di Israele e i suoi alleati neocons, ci sbagliamo di grosso.
© Copyright Jonathan Cook , Global Research, 2006