www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 10-04-07

da: The New Worker - The Weekly paper of the New Communist Party of Britain
http://newworker.org
 
Dove le minacce falliscono, vince la diplomazia
 
dal nostro Corrispondente agli Affari arabi
 
Gli sforzi diplomatici compiuti in Medio Oriente hanno pagato questa settimana con la fine della crisi per l'equipaggio della Royal Navy e la calorosa accoglienza al Presidente della Camera USA, Nancy Pelosi, giunta a Damasco per aprire un dialogo con la leadership siriana.
 
Il prezzo del petrolio è sceso mercoledì alle notizie che l'Iran ha acconsentito al rilascio dei 15 accusati di navigare in acque iraniane e che Israele ora è pronta ad aprire il dialogo con la Siria.
 
Le divisioni all'interno della classe dominante americana sono ora più evidenti. Nancy Pelosi ed il suo Partito Democratico, che ha vinto le elezioni di medio termine in entrambe le Camere del Congresso, cercano pubblicamente un dialogo con l'Iran e la Siria per aiutare l'imperialismo statunitense ad uscire dal pantano iracheno.
 
Solo l'altra settimana, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid, ha detto che proporrà un decreto per tagliare i fondi alle operazioni di guerra in Iraq, e per finanziare solo altre tre missioni: finalizzate ad operazioni di antiterrorismo, addestramento ed equipaggiamento delle forze di sicurezza irachene, ed per la sicurezza del personale e delle infrastrutture statunitensi.
 
Era prevedibile che la visita di Pelosi provocasse una risposta risentita del Presidente Bush, il quale aveva definito il suo viaggio "contro-produttivo" e che "avrebbe indotto il governo di Assad a credere d'essere parte della comunità internazionale, quando in verità, sono uno stato finanziatore del terrore".
 
Nancy Pelosi è la più alta statista americana ad incontrare un leader siriano da quando Bill Clinton incontrò il padre di Al Assad, lo scomparso Presidente siriano Hafez Al Assad, nel 1994. Nel suo incontro con Assad, Pelosi ha sollevato la questione del soldato israeliano catturato dal movimento di resistenza Hezbollah a sud del Libano l'anno scorso e ha affermato che il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert è ora "pronto a impegnarsi in colloqui di pace".
 
Il Presidente Assad ha assicurato che il suo paese avrebbe risposto positivamente ma che questo sia il segnale di riavvio del processo di pace per il Medio Oriente dipende da Bush, poiché la lobby belligerante neo-con all'interno del Partito repubblicano a cui appartiene, sogna ancora la vittoria in Iraq e l'egemonia americana sull'intero Medio Oriente.
 
Ma la presa dell'imperialismo americano sull'Iraq va indebolendosi di giorno in giorno. Nessuno parla più di "offensiva finale" perché è chiaramente fallita la cacciata della resistenza da Bagdad o da qualsiasi altro posto in Iraq.
 
A Mosul, alla periferia dell'area autonoma curda, la resistenza ha vinto un'eclatante vittoria quando la scorsa domenica, ha preso il controllo sulla maggior parte della città. L'offensiva della resistenza è iniziata il pomeriggio di domenica con la detonazione di tre veicoli esplosivi.
 
Il primo camion-bomba è esploso vicino la sede centrale del 3° Reggimento dell'esercito fantoccio, nella zona industriale della città. La detonazione è stata seguita dall'esplosione del secondo camion con lo stesso obiettivo. Entrambe le deflagrazioni hanno inflitto morti e feriti e si ritiene che il secondo dispositivo fosse carico di gas tossico al cloro.
 
Un terzo camion-bomba è scoppiato vicino ai quartieri del Partito Democratico Curdo, separatista e filo-americano, guidato da Masoud Barzani, il "presidente" fantoccio che gli Stati Uniti hanno installato nell'enclave curda settentrionale dell'Iraq. I guerriglieri hanno attaccato poi l'esercito insediato e la polizia ai posti di blocco nella città, molti a viso scoperto, indice di un relativo senso di sicurezza.
 
A Kirkuk, città ai limiti dell'enclave curda che i capi tribù feudali curdi sperano di annettere, la resistenza ha bombardato l'aeroporto internazionale, colpendo una pista ed un edificio d'appoggio usato dalla guarnigione americana. Il bollettino, secondo fonti della resistenza, è di 3 morti e 12 feriti tra le truppe statunitensi.
 
Di nuovo a Bagdad, la settimana scorsa una base USA bombardata è andata a fuoco. Le fiamme alte sei metri ha alimentato la rabbia nel campo americano. Altri rapporti non confermati dicono che un aereo da carico americano è stato abbattuto in un'area remota del Dalouiya orientale, appena dopo il decollo dalla base USA Anaconda.
 
Bush e la sua corte sono indifferenti alla sofferenza degli arabi o alle fatiche delle loro stesse truppe inviate in Iraq per la folle missione di impadronirsi del greggio voluto dalle multinazionali del petrolio. Ma milioni di milioni di persone in tutto il mondo e negli Stati Uniti esigono la fine della guerra ed il ritiro delle truppe imperialiste dal paese, invaso ormai quattro anni fa. Non possono essere ignorate.
 
Traduzione per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare