www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 24-05-07

da: www.pcdob.org.br, mailto:internacional@pcdob.orf.br
in www.solidnet.org
 
Le tendenze patriottiche e antimperialiste si affermano in America Latina
 
21 marzo 2007
 
Come contributo al dibattito in corso tra le forze comuniste e antimperialiste sulle trasformazioni nel continente latinoamericano (estremamente vivace e caratterizzato dalle più svariate letture degli sviluppi della situazione politica e sociale), pubblichiamo il contributo di Ronaldo Carmona, membro della Commissione Relazioni Internazionali del Partito Comunista del Brasile-PCdoB e direttore di Cebrapaz – Centro Brasiliano per la Solidarietà ai Popoli e la Lotta per la Pace (www.cebrapaz.org.br). L’articolo è stato pubblicato nella rivista Debate Sindical.
 
I primi mesi del 2007 hanno confermato l’andamento favorevole al proseguimento dell’onda progressista e antimperialista in America Latina, dopo i tredici mesi precedenti che ci hanno portato quattordici elezioni nazionali nella regione, le quali hanno presentato risultati, in generale, favorevoli alle sinistre.
 
Seppure con ritmi e velocità differenti – come è naturale, dal momento che ci troviamo di fronte a distinti sviluppi sociali e obiettivi strategici delle forze in campo – la principale caratteristica del ciclo progressista è la ricerca di brecce, attraverso cui riuscire a mettere in discussione il pensiero egemonico del capitalismo contemporaneo, il neoliberalismo; ad approfondire la democrazia e a conquistare diritti per la maggioranza nazionale. C’è un sentire comune che motiva i diversi governi che si collocano dal centro alla sinistra. In una parola, è il tentativo di ricostruzione della sovranità e dell’indipendenza, che ha al suo centro la questione nazionale quale segno distintivo dei governi progressisti in questo nuovo e promettente periodo storico nella regione.
 
Questo sforzo per uniformare i progetti nazionali di sviluppo trova una conferma nei principali movimenti registrati nella regione nel primo trimestre del 2007:
 
a) Nel bilancio della visita di George Bush in cinque paesi latinoamericani in marzo.
 
b) Nei nuovi passi in avanti registrati in Mercosur e nella Comunità delle Nazioni Sud Americane e poi nelle mosse del Brasile tese a fronteggiare l’asimmetria, tema chiave per l’accelerazione dell’integrazione sud americana.
 
c) Nell’offensiva di Chavez, in merito al progetto Alba (Alternativa Bolivariana per i Popoli).
 
L’ampio ripudio di Bush
 
Durante i cinque giorni della sua visita in cinque paesi (Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico), tutta l’America Latina, soprattutto nei paesi visitati, è stata teatro di proteste e manifestazioni popolari – che riflettono l’accentuato declino dell’influenza nordamericana nella regione. L’obiettivo principale del suo viaggio era quello di inaugurare una qualche fase 2 della reazione imperialista alla crescita sempre più impetuosa delle forze progressiste. Il risultato è stato insignificante, incluso lo scoraggiante “pacchetto” di aiuti, annunciato prima della partenza, che, in concreto, si limita alla visita di una nave ospedale dell’Esercito e a corsi di inglese per i giovani negli Stati Uniti.
 
Nemmeno nei tre paesi governati da forze di destra, si può affermare che la musica sia stata gradita dagli ospitanti. In Messico, il conservatore Felipe Calderon ha rilasciato un’intervista ai giornali, in cui dichiarava di non avere intenzione di agire come un “giocattolo” degli Stati Uniti nella regione, e si è lamentato con Bush del muro che sarà costruito al confine tra i due paesi, allo scopo di contenere l’immigrazione latinoamericana. In Guatemala, Bush ha incontrato un presidente nella sua stessa condizione, alla fine del suo mandato (quest’anno ci saranno le elezioni presidenziali, e la sinistra ha buone probabilità di farcela), mentre la popolazione indigena Maya prometteva una cerimonia per purificare il tempio visitato dall’indesiderato Americano. Persino in Colombia, malgrado l’indecorosa docilità di Alvaro Uribe, l’aria non era delle migliori a causa dello scandalo appena venuto alla superficie, riguardante la presenza di terroristi paramilitari nella base del governo del presidente colombiano.
 
Brasile e Uruguay sono casi a parte, poiché questi due paesi sono governati dal centro-sinistra. E’ risultato evidente che in entrambi i casi, gli Stati Uniti hanno usato come pretesto un’agenda “economica”, per la mancanza di elementi di identità con questi governi. Così, è a partire dall’interesse nazionale comune ai due paesi (e, si può dire, all’insieme dei paesi governati da forze progressiste), in cui è stato avviato un progetto di sviluppo nazionale, che Bush ha cercato di vendere la propria mercanzia.
 
In Brasile, Bush ha cercato di utilizzare il giustificato entusiasmo nazionale, generato dalle ampie potenzialità energetiche del paese, rappresentate dalla costituzione di un mercato nel settore dei bio-combustibili – che collocherebbe il Brasile alla testa del settore energetico nel giro di pochi anni – di modo che, nei colloqui con Lula, ha evitato di affrontare le questioni legate ai forti sussidi e all’esteso protezionismo, che stanno creando considerevoli ostacoli alla partnership con gli Stati Uniti.
 
La posizione del presidente Lula e della cancelleria, al momento di accogliere Bush, è stata corretta. Alcuni accordi sono stati realizzati (corrispondenti al nostro interesse nazionale) nel campo del bio-combustibile e dell’etanolo; perciò, sono state esplicitamente richieste minori misure protezionistiche verso l’agricoltura, ed è stata invocata un’applicazione equilibrata delle decisioni del Doha Round per i paesi in via di sviluppo, perché non si trasformino in uno strumento a sostegno dell’attuale ordine mondiale. In politica, Lula ha fatto osservare che il Brasile “rispetta le scelte politiche ed economiche di ogni paese”, non consentendo al presidente Bush di criticare il Venezuela o qualsiasi altro paese della regione.
 
Nel caso dell’Uruguay, la maggioranza della sua borghesia difende la tesi secondo cui il paese può crescere solo siglando contratti con stati importanti, scavalcando Mercosur. Ciò rappresenta un grave errore, se diamo uno sguardo alla storia economica recente o alle trattative del Doha Round sul WTO, in cui i paesi ricchi cercano di imporre un secondo passaggio dell’agenda neoliberale ai paesi in via di sviluppo, allo scopo di preservare l’attuale ordine mondiale marcato dalla forte asimmetria Nord-Sud.
 
Rimuovere gli ostacoli all’integrazione
 
Non è certo per caso che il Brasile, che strategicamente ha il maggiore interesse all’integrazione e alla creazione di un polo Sud Americano, abbia realizzato ciò che era necessario fare. Alcuni giorni prima dell’arrivo di Bush a Montevideo, Lula si è recato in Uruguay con un importante pacchetto di proposte di cooperazione nella valigia, che comprende un capitolo che prevede l’integrazione della catena produttiva uruguayana in quella brasiliana. In precedenza, il Brasile aveva introdotto alcune modifiche al contratto relativo alla stazione elettrica di Itaipu, che prevedono il trasferimento di alcuni milioni di dollari al Paraguay. E con la Bolivia, il Brasile ha accettato un ritocco del prezzo del gas naturale che si tradurrà in milioni di dollari aggiuntivi per la Bolivia, e stabilizzerà il flusso di idrocarburi al parco industriale brasiliano.
 
A ciò possiamo aggiungere l’incontro, molto positivo, dei capi di Stato di Mercosur avvenuto lo scorso gennaio a Rio de Janeiro – senza peraltro dimenticare l’incontro importantissimo della Comunità delle Nazioni Sud Americane a Cochabamba, lo scorso dicembre. In merito a Mercosur, malgrado la (ideologica) cattiva descrizione fornita dalla stampa, l’incontro ha fatto registrare importanti progressi, come l’incorporazione del Venezuela nel blocco insieme a quella della Bolivia, il progetto di un gasdotto sud americano e la costituzione di uno strumento per finanziare l’integrazione, la Banca del Sud.
 
La Banca del Sud, se dovesse prendere corpo, sarebbe un fondo composto per una piccola parte (10%) dalle riserve in cambi dei paesi membri, ma che nel suo complesso renderebbe possibile lo stanziamento di 15 miliardi di dollari per il finanziamento dell’integrazione – con investimenti nelle costruzioni o nel gasdotto. Occorre registrare che il Brasile vi ha aderito, con un cambiamento positivo se si pensa che il Ministero delle Finanze aveva richiesto di non parteciparvi.
 
Anche l’Alba di Chavez avanza
 
Infine, un terzo elemento da menzionare è rappresentato dal fatto che il presidente del Venezuela Hugo Chavez continui ad insistere nella promozione di Alba (Alternativa Bolivariana per i Popoli): avendo come motore PDVSA (la compagnia petrolifera del Venezuela controllata dallo stato), e poggiando sulle due sussidiarie (PetroCaribe e PetroAndina), base materiale da cui procede la politica estera del paese, essenzialmente antimperialista. Con la fornitura di petrolio sussidiato o nella forma di scambi, Alba promuove relazioni che, in certi casi, possono essere definite “non capitaliste”.
 
Ciò ha rappresentato un importante fattore di cooperazione, soprattutto in tempi favorevoli per l’industria petrolifera. Paesi come il Nicaragua, che fino a pochi mesi fa sperimentava “black out” di circa quattro ore al giorno, vedono in Alba un’importante base di supporto. Essa fa perno sulla cooperazione Venezuela-Cuba (che è stata avviata nel 2004), con l’adesione in seguito di Bolivia, Nicaragua e piccole nazioni delle isole caraibiche come Dominica, Saint Vincent e Antigua e Barbuda. Sempre sotto la bandiera di Alba, il Venezuela investe in Ecuador e Argentina, in questo caso, in un investimento miliardario reciprocamente vantaggioso.
 
Il tour di Chavez in simultanea con quello di Gorge Bush ha assunto un ruolo di agitazione antimperialista, toccando cinque paesi (Argentina, Bolivia, Nicaragua, Giamaica e Haiti). Incalzando il “diavolo”, nel suo stile molto peculiare e popolare, Hugo Chavez ha svolto un importante ruolo di denuncia politica della visita di Bush.
 
***
 
I primi movimenti del 2007 hanno messo in evidenza una tendenza con caratteristiche nazionali e antimperialiste in America Latina. Malgrado i desideri tanto dell’imperialismo e dell’establishment neoliberale quanto dell’estremismo di sinistra, si tratta di movimenti in generale convergenti.
 
Noi siamo convinti che letture che enfatizzano le differenze – come presupposto – sono caricate di una certa dose di eurocentrismo, nel senso che non colgono le caratteristiche dei nuovi fenomeni in corso in America Latina. Si tratta di letture preconcette sulla base di stereotipi.
 
E’ venuto il momento di approfondire l’integrazione latino e sud americana, base per mettere in pratica transizioni non neoliberali che permettano di riunire l’insieme delle forze della regione coinvolte nella sfida per quel nuovo socialismo che sta dando segnali di vitalità.
 
Traduzione per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare