www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 28-05-07
da Telesur
http://www.telesurtv.net/secciones/notasdeopinion/index.php?ckl=204
E’ iniziata l’insurrezione contro la dittatura dei media
Pascual Serrano
28/05/2007
Si sono verificati due eventi molto interessanti riguardanti il mondo dell’informazione, uno si è svolto in Venezuela, a Caracas, l’altro nella bella città boliviana di Cochabamba.
L’emittente venezuelana Telesur ha aperto un dibattito dal titolo: “Il diritto di essere informati. Un dibattito sulla proprietà dei media”. Il programma, durato tre giorni (dal 18 al 20 c.m.), ha coinvolto centinaia di giornalisti professionisti ed accademici, contribuendo al dibattito nazionale che si sta sviluppando in Venezuela, quello che è scaturito in seguito alla decisione governativa di non rinnovare la licenza ad una emittente privata. L’oggetto del contendere si è presto allargato a quello che deve essere il ruolo dello stato nella gestione dei mezzi di comunicazione di massa, e di come si può migliorarne la partecipazione e la proprietà sociale.
A Cochabamba, quasi in contemporanea (tra il 23 e il 24 c.m.) si svolgeva il V Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità sul tema: “In difesa della verità e contro la manipolazione mediatica”.
La dimensione di entrambi i tavoli di discussione era simile: una cittadinanza insieme ad un rilevante collettivo intellettuale e sociale che esprimono indignazione nei confronti di un modello di comunicazione controllato da un’élite economica. Quell’elite che muovendo dai nobili diritti della libertà di stampa e di espressione, dopo averli piegati al proprio profitto, ne ha fatto i mezzi di controllo più potenti. Per milioni di persone quei diritti non significano proprio niente perché non potranno mai utilizzarli, non diventeranno mai strumenti della loro voce, e nemmeno ci sarà mai qualcuno che possa garantire loro la veridicità di quanto viene diffuso a mezzo stampa o video, di fatto negando il diritto all’informazione.
Una situazione bene sintetizzata dalla battuta: “Un sordo che parla a milioni di muti.”
Ma la situazione concreta è ancora più grave. Quando capita che uno Stato pretende di applicare misure che garantiscano l’uso pubblico di elementi collegati ai media - come lo spazio radioelettrico o la diffusione di messaggi di contenuto sociale - o cerca di imporre sanzioni contro la diffusione di menzogne o l’uso dei media quale mera piattaforma politica per ottenere il potere, magari anche con la destabilizzazione, la violenza e la distruzione di un governo, quello Stato viene subito accusato di colpire la libertà di espressione.
A Cochabamba un giornalista ucraino ha descritto la vergognosa situazione della stampa nel suo paese, dove la metà dei guadagni dei giornalisti provengono dalla corruzione operata dalle aziende.
Il fatto, indignante di per sé, non è tanto diverso dal modello legale vigente, che stabilisce che i ricavi giornalistici derivino per circa il 50 % dalla pubblicità commerciale .
Il metodo è lo stesso, condizionare i contenuti mediante il ricatto economico, indispensabile per la sopravvivenza dell’attività giornalistica.
In entrambi i dibattiti emergeva l’esigenza che la partecipazione della cittadinanza e la legalità irrompessero nel mondo dei media, giacché nella situazione attuale un ministro appoggiato dal voto da milioni di cittadini non ha l’accesso ai media garantito, così come una gigantesca manifestazione di massa può essere passata sotto silenzio se non piace ai proprietari del mezzo di comunicazione, e qualunque richiesta di rispetto del diritto all’informazione otterrà l’automatica accusa di interventismo statale e di aggressione alla libertà d’espressione.
Mentre decine di media alternativi e comunitari rilevavano i contenuti degli eventi di Caracas e di Cochabamba, i media di massa riservavano le loro pagine di opinione per criticare le analisi che venivano alla luce; “si promuovono incontri e seminari, per lo più voluti da Venezuela e Cuba, in cui si tratta del lavoro dei media e la necessità di imbrigliarli restringendo lo spazio di critica ai governi”, affermava alla fine del suo editoriale il quotidiano Los Tiempos de Bolivia.
E’ chiaro che si vanno delineando gli schieramenti nel confronto che si sta avvicinando.
Da un lato i grandi media, proprietà di potenti imprese associate intorno ad istituzioni come la
Società Interamericana di Stampa - nel caso di questo continente -, associazioni che si presentano come difensori della libertà ma che in realtà sono finanziate dagli USA con l’obiettivo di lavorare contro i governi non sottomessi - è il caso di “Reporters sans Frontieres” - e di favorire un modello informativo che non lasci spazio ad idee che non siano funzionali al neoliberismo o al mercato, o che accusino le politiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea di interventi militari e saccheggi dei paesi poveri, o che difendano o vogliano raccontare i passi in avanti dei processi popolari emergenti in America Latina.
A fronte di questa schiera di media conservatori esistono organizzazioni di massa di giornalisti coscienti della necessità del fatto che la loro professione non debba dipendere dalle decisioni imprenditoriali, come la Federazione Latinoamericana di Stampa (FELAP), e progetti informativi in cui si mostrano posizioni alternative al modello di informazione vigente nelle grandi agenzie, come Al Jazzera o Telesur. E ci sono numerosi professionisti della comunicazione che non smettono di organizzarsi e coordinarsi per segnalare le manipolazioni, le menzogne e gli interessi che servono i grandi media, professionisti che hanno capito e sono coscienti della necessità che la stessa democrazia e partecipazione giunta al potere nei loro paesi, deve raggiungere anche i media, se non vogliono mantenere attiva la principale batteria di destabilizzazione politica.
Sono questi gli ultimi che hanno detto basta, e stanno cominciando a ribellarsi contro la dittatura mediatica vigente, quella che toglie la voce ai critici del sistema economico imperante, che non permette alle leggi democratiche di erodere i privilegi delle imprese multinazionali d’informazione e si arroga il diritto di mettere e togliere i governi.
Domenica 27 maggio finisce la concessione alla televisione privata venezuelana RCTV, che da ora diventa un’emittente pubblica.
La voce neoliberale sta promuovendo una forte campagna contro il governo di Hugo Chávez, accusandolo di colpire la libertà d’espressione solo per aver esercitato la difesa dello spazio radioelettrico e la competenza dello Stato nel concedere licenze, così come fanno tutti gli altri paesi.
E’ solo l’inizio di una dura battaglia tra dittatura mediatica, che sta cominciando a perdere potere, ed un’insurrezione che aiutata da governi dignitosi e popolari, esige democrazia e partecipazione nell’informazione.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR