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- osservatorio - mondo - politica e società - 10-09-07 - n. 193
da rebelion.org
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La sfida è passare dalla resistenza all’offensiva
Intervista a Samir Amin, presidente del Foro Mondiale delle Alternative
Fernán Chalmeta
Diagonal
09/09/07
Prima di Rostock, i movimenti contro la globalizzazione neoliberale sembravano finiti. A Rostock, 100.000 persone hanno manifestato contro il G-8. Come vede il movimento a livello politico e sociale? Quali sono le sfide che affronta?
Il liberalismo, l’offensiva del capitale e dell’imperialismo, si è definito negli anni 80’ ma si è sviluppato nel corso degli anni 90’, e le reazioni di resistenza sono state rapide.
A partire dalla metà degli anni 90’ i movimenti di resistenza a quell’offensiva si sono diffusi in tutto il mondo, fino ad assumere la forma del Social Forum Mondiale (FSM), nel 2001 a Porto Alegre. Ma dobbiamo considerare il fatto che i Social Forum mondiali, tanto quanto i Social Forum regionali e molti di quelli nazionali, sono solo luoghi d’incontro e nulla più. A volte producono manifestazioni contro i G-8, utili sul piano politico, morale e psicologico, ma non sono luoghi dove approfondire il dibattito o elaborare strategie di lotta.
Inoltre, per definizione, i Social Forum sono aperti; non ci sono né censura né divieti, ma risulta costoso incontrare compagni di lotta in giro per il mondo, perciò esiste un certo squilibrio fra le rappresentanze. Molte organizzazioni fra quelle più economicamente forti non sono quelle più interessate dal punto di vista delle lotte che rappresentano, come capita per molte ONG, che nel peggiore dei casi hanno un ruolo parassitario nei confronti dei movimenti di lotta, ai quali non portano granché pur essendo sovra-rappresentate. Al contrario, le grandi organizzazioni “tradizionali” che conducono delle lotte, le organizzazioni sindacali, operaie, contadine, per un verso non dispongono di risorse finanziarie adeguate ad avere forti rappresentanze numeriche e per un altro verso non danno priorità al partecipare a questo tipo di manifestazioni.
Ci sono altre alternative?
All’interno, e parallelamente ai FSM, ci sono altre reti che vogliono mettere in contatto i movimenti di lotta. Il Foro Mondiale delle Alternative (FMA), che è nato nel 97’ ed ho l’onore di presiedere, si concentra sulla definizione della “convergenza nella diversità”, vale a dire la discussione di obiettivi e l’elaborazione di strategie politiche comuni.
Per esempio: come ricostituire il fronte unito del lavoro in condizioni strutturali tanto diverse dalle condizioni strutturali dell’organizzazione del lavoro di 50 anni fa? La forma dell’organizzazione del lavoro, principalmente operaio nella grande impresa, sotto l’effetto del liberalismo e della rivoluzione tecnologica, la precarizzazione, le delocalizzazioni, la disseminazione del processo produttivo, ha creato condizioni e strutture delle organizzazioni di classe molto diverse. Ora bisogna trovare forme d’organizzazione più adeguate. Non sono di quelli che dicono che i sindacati non sono mai serviti a niente. Il raggiungimento dello Stato del benessere non ci sarebbe stato senza i partiti comunisti, senza i partiti socialisti, senza i sindacati che fornirono alla classe operaia una legittimazione politica che nella storia del capitalismo non aveva mai avuto prima, e che oggi sta perdendo. Ma le forme organizzative e d’azione corrispondono ancora ad un’altra epoca. Direi che oggi c’è anche un progresso nella coscienza democratica, nel senso che di fronte alle forme organizzative relativamente verticali, che corrispondevano ad un’altra epoca della formazione, dell’espansione capitalista e della strutturazione delle classi operaie, e che potevano essere efficaci nella loro epoca, oggi, grazie al cresciuto livello educativo, richiedono maggiori esigenze democratiche. Ma queste esigenze, pur giuste, provocano delle illusioni circa la possibilità da parte del movimento di creare alternative da solo. Credo che la dialettica, teoria e prassi, non può essere eliminata dalle esigenze della convergenza nelle diversità, e questa convergenza implica un riconoscimento democratico reale della diversità degli interessi sociali, nazionali, e della diversità delle culture politiche.
Il rispetto di questa diversità non esclude la necessità di costruire convergenza, del resto il FMA è stato creato proprio per questo. Cito i grandi obiettivi: ricostruire l’unità di classe operaia, costruire l’alleanza operaia e contadina. Per l’80% dell’umanità, per i popoli del Sud, la popolazione rurale rappresenta circa la metà della popolazione totale. Perciò, se non si risponde alla necessità di sopravvivenza e sviluppo di questa massa contadina con politiche di sviluppo che garantiscano l’accesso e l’uso efficace della terra, dell’acqua, ecc., le classi popolari urbane si ritroveranno frammentate, isolate, e di conseguenza, deboli di fronte ai suoi nemici del capitalismo mondializzato e dei loro agenti locali.
Si tratta di un problema riconosciuto a livello nazionale nei paesi del Sud ma anche a livello mondiale; penso ai tentativi di spodestare i contadini del dominio della loro produzione, frutto di secoli di conoscenze scientifiche e tecnologiche, a profitto di multinazionali come Monsanto.
Un altro obiettivo è quello della democrazia, e secondo me la democratizzazione delle società deve essere associata al progresso sociale, e non dissociata, come propone la formula occidentale che ci vogliono vendere.
Coniugare democratizzazione al progresso sociale in tutte le sue dimensioni, e non solo nella gestione della politica, tramite il pluripartitismo e le elezioni. C’è molto da fare anche in questo ambito: impedire il progetto degli USA e dei suoi alleati subalterni europei, tramite la NATO, del controllo militare del pianeta, un controllo che dimostra che il capitalismo non può dominare il mondo senza l’uso dei mezzi della repressione violenta, inclusa l’aggressione militare.
I movimenti hanno capacità d’intervento a livello mondiale?
Tutti questi movimenti conducono delle lotte legittime, ma la maggior parte delle volte sono limitati nello spazio e ad un preciso ambito. Devono prendere coscienza della necessità di mettersi in contatto gli uni agli altri, ed integrarsi in un progetto o in progetti alternativi coerenti. Questo implica una visione politica e il superamento del settore particolare in cui si lotta per un’alternativa positiva.
Ed è principalmente a livello nazionale - perché i cambiamenti e gli assestamenti politici particolari si producono a questo livello - che quest’unione si può produrre, ma è anche necessaria a livello mondiale: giacché il capitalismo è mondializzato, per affrontarlo abbiamo bisogno di un internazionalismo dei popoli. A questo riguardo credo sia necessaria una quinta internazionale. Nella fase attuale, le lotte sono mondiali, nel senso che si sviluppano in spazi che coprono tutto il mondo ma che non sono ancora mondializzate perché gli mancano alcune cose: una è la volontà di costruire convergenza nella diversità su scala mondiale, il che implica una visione internazionalista, e secondo me, una prospettiva socialista. Ma che implica anche il passaggio da movimento difensivo ad offensivo, i movimenti sono essenzialmente di resistenza; al neoliberismo, alle delocalizzazioni, allo smantellamento delle conquiste sociali, alla negazione dei diritti lavorativi, all’aggressione poliziesca e militare… La sfida è passare dalla resistenza all’offensiva, cioè, raggiungere attraverso le lotte, la fissazione di un’alternativa positiva.
Quali sono stati i progressi in questo campo?
Credo che il passaggio a cui mi riferisco sia già cominciato. In America Latina la vittoria di Lula, indipendentemente da ciò che si pensi del futuro del Brasile, ha prodotto una rottura: l’irruzione nella vita politica del popolo brasiliano, della classe operaia, di un partito come il PT, dei sindacati… ed ancora non si è voltato pagina. E ci sono altre “avanzate rivoluzionarie”. Il Venezuela è una di quelle. E lo vediamo non solo attraverso l’inizio delle trasformazioni sociali interne, ma anche attraverso le proposte come l’ALBA. Un’altra è la Bolivia: il fatto che per la prima volta un rappresentante reale della maggior parte della popolazione contadina di questo paese sia eletto presidente, non è una cosa da poco.
Anche l’elezione di Ortega in Nicaragua, sebbene in condizioni molto diverse dalla prima vittoria sandinista, non è cosa da poco. Lo stesso vale per la vittoria elettorale di Correa e la stabilizzazione di una sinistra alternativa radicale in paesi come Messico e Perù.
Penso che in America Latina questa avanzata rivoluzionaria si spiega col fatto che i movimenti sociali, che pure hanno cominciato come movimenti di resistenza, si sono politicizzati e si sono cristallizzati in alternative politiche che mettono in discussione il potere costituito. Non voglio fare il discorso che il potere costituito non ha importanza, che la trasformazione la si fa nella società, disprezzando il potere: di fatto il movimento neozapatista ha modificato la sua rotta, e la coordinazione con altri movimenti di trasformazione politica del Messico incomincia ad essere una realtà. Non sono di quelli che, beatamente ottimisti, pensano che è stata voltata pagina definitivamente, ma sono ottimista, nel senso che queste prime avanzate potranno preparare il terreno ad altre che verranno dopo.
L’Africa: il continente vulnerabile
Buona parte dell’Africa, nell’attuale fase del sistema capitalista mondiale, è particolarmente debole. Per questo le politiche di adeguamento strutturale. Le stesse che hanno già creato problemi a tutti, sono più devastatrici quando la società è relativamente debole e fragile come lo è in Africa. Questo non impedisce che vi siano reazioni a tale situazione, la rinascita dei movimenti contadini, movimenti che furono all’origine dell’indipendenza africana. E questa rinascita dei movimenti contadini avviene all’interno di nuove condizioni, cioè non contro le potenze neocoloniali straniere, ma contro i poteri locali e nazionali.
Convergenza nella diversità
Credo che con l’affossamento dell’Europa nel progetto antidemocratico della costruzione europea, cementata nel neoliberismo economico e sociale e nell’atlantismo politico, fintanto che i popoli europei non riusciranno a smontare quel progetto, non ci sarà nulla da aspettarsi di più di quanto già vediamo oggi: la costruzione di uno pseudoconsenso in cui i partiti politici elettorali di destra e sinistra si somigliano quando sono al governo, in pratica allineandosi alle esigenze del liberalismo.
Fino a quando non sarà smontato quel progetto, il popolo europeo vivrà con l’illusione di un'altra Europa, che gli piacerebbe fosse sociale, ma che non lo sarà mai.
Anche in altre zone del mondo vi sono reazioni negative. Arrivo da una regione, quella araba africana, ampiamente musulmana, in cui la deriva produce l’illusione di un’alternativa para -religiosa e para – etnica, entrambe ugualmente negative.
Non sono pessimista sui movimenti di lotta nel mondo: non sono in declino, anzi, sono in crescita, ma continuano ad affrontare sfide che sono lontane da mettere bene a fuoco.
La costruzione del socialismo del XXI secolo esige il rispetto della convergenza nella diversità.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR