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- osservatorio - mondo - politica e società - 22-11-07 - n. 204
Analogie tra tortura e guerra preventiva
John Laughland - Guardian News Service
LONDRA: Le argomentazioni in favore della legalizzazione della tortura non perdono la capacità di generare sgomento. Il fatto che i procuratori generali e i più importanti consulenti legali del Dipartimento di Stato statunitensi approvino, sembra, per molti, prova dell'imbarbarimento degli USA.
In verità, gli argomenti pro-tortura non sono diversi dalle pretese di "guerra umanitaria" e di altre forme di intervento militare - argomenti che, purtroppo, sono diventati sempre più popolari dalla fine della guerra fredda.
Tortura e "guerra umanitaria" hanno molti tratti in comune: implicano entrambi l'uso della violenza per forzare un cambiamento di comportamento. Entrambi si basano sulla presunzione di colpa: la tortura è giustificata perché la vittima sarebbe un terrorista o un "sovversivo" che ha commesso o sta per commettere un crimine terribile; mentre la guerra preventiva è giustificata perché sferrata contro un cosiddetto stato canaglia che viola il diritto internazionale (Iraq) o commette crimini contro l'umanità (Jugoslavia).
Non è quindi un caso che l'Amministrazione americana, che giustifica la guerra in nome di rivendicazioni umanitarie e per la sua libertà, sostenga anche l'uso della tortura.
Tortura e guerra sono stati oggetto di assoluta o quasi assoluta interdizione nel diritto internazionale. Nel secondo dopoguerra, i processi di Norimberga e Tokio hanno stabilito il principio per cui i crimini contro la pace costituiscono il delitto supremo.
La guerra di aggressione "concentra in sé il male assoluto", hanno detto i giudici di Norimberga, che avevano capito come una volta intrapresa una guerra, conseguano inevitabilmente i crimini di guerra. E' pertanto meglio bandirla del tutto. Dello stesso tenore la Carta delle Nazioni Unite, che dichiara tutte le guerre illegali, comprese le cosiddette guerre umanitarie.
La guerra è consentita solo nel caso ristretto e conclamato di legittima difesa e se autorizzata dal Consiglio di Sicurezza. Analogamente, la tortura è stata bandita dalla Convenzione delle Nazioni Unite nel 1985.
Qualsiasi tentativo di legalizzare la tortura o la guerra era considerato il primo atto di un disastro annunciato. Oggi, tuttavia, sono molti quelli che pur dicendo di rabbrividire per gli abusi commessi dall'Inquisizione spagnola, o dagli statunitensi a Guantanamo, sostengono attivamente la guerra.
L'intervento umanitario è stato inaugurato con il primo bombardamento in Iraq nel 1991 "per proteggere i curdi e gli sciiti". Il quesito che vuole mettere in difficoltà gli anti-interventisti è: "Che cosa avreste fatto in Ruanda?". La pretesa che soggiace dietro la domanda è la stessa adotta dal torturatore, ossia il presunto tentativo di salvare vite umane.
I fautori della "legalità internazionale" e dell'intervento militare condannano i negoziati di pace e le leggi di amnistia e si sforzano invece di abbattere il sentimento contro la guerra sostenendo che l'intervento in casi estremi sia giustificato. Ma se così fosse, anche la tortura avrebbe motivo di esistere!
Perdura questa odiosa campagna per dare dignità alla guerra, nonostante siano ripetuti, dagli USA e i suoi alleati, gli atroci abusi che avevano ispirato l'universale divieto alla guerra dopo la Seconda Guerra Mondiale, attaccando così la sovranità del sistema sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
Non vi erano armi di distruzione di massa in Iraq e non vi è stato alcun genocidio in Kosovo (Milosevic non è mai stato accusato di questo), ma molti guardano alla guerra come avesse una carica potenzialmente civilizzatrice. Abbiamo bisogno invece di rinnovare la profonda convinzione formatasi nella coscienza collettiva nel 1945, ossia che il sistema internazionale con gli ideali alla sua base, dovrebbero essere strutturati in modo da assicurare la pace a qualsiasi costo.
* John Laughland’s A History of Political Trials from Charles I to Saddam Hussain is published next May by Peter Lang Ltd.
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare