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- osservatorio - mondo - politica e società - 04-01-08 - n. 209
Buon 2008!
02/01/2008
Perché la festa di fine anno provoca tanta pazzia?
Che c’è di speciale nel cambio di anno? Niente, eccetto la convenzione numerica, un’invenzione indoarabica che ci permette di codificare il tempo in ore, minuti e secondi e stabilire, secondo il movimento del nostro pianeta intorno al sole le fasi della luna, calendari che distribuiscono il tempo in anni di dodici mesi, mesi con quasi 30 giorni e giorni con 24 ore esatte.
Succede che in quanto essere umani siamo trilobiti, dotati della capacità di imprimere al tempo carattere storico e senso alla storia. La festa di fine anno è, quindi, un rito di passaggio.
Risuona nel nostro subcosciente il sollievo per aver terminato un anno di varie difficoltà, perdite, sofferenze, e celebrare le conquiste, successi e vittorie. Bisogna tirare razzi, riempire bicchieri, esprimere buoni propositi alle divinità che popolano le nostre credenze, e vestirsi di bianco come segno della nostra prima comunione col nuovo anno che comincia.
Viviamo nel mistero. Come le particelle subatomiche, sottomessi al principio dell’indeterminazione. Quest’impossibilità di prevedere il futuro suscita angoscia, che ci porta a cercare di decifrarlo con la lettura degli astri e delle carte, con la saggezza dei sapienti, attraverso le conchiglie dei santeri e le preghiere ai nostri santi protettori.
Questa è una caratteristica paradossale del postmodernismo: nel pieno dell’era dell’emergenza della fisica quantistica e della caduta del determinismo storico come ideologia, crediamo che il nostro futuro sia scritto negli astri. Da qui l’inerzia, l’indignazione paralizzante, l’impotenza di fronte agli scandali etici e la sfacciataggine con cui i corrotti sono assolti dai loro pari, quest’insensibilità che non ricorda per niente ciò che dovremmo commemorare quest’anno: il quarantennale del Maggio del 1968.
Nei paesi industrializzati il Maggio del 68’ è il paradigma della ribellione, il grido amplificato delle manifestazioni studentesche, gli USA sconfitti dai vietnamiti, i Beatles che reinventano la canzone, la moda che sovverte i parametri, le donne alla conquista del diritto ad appassionarsi per la prima volta ed innumerevoli volte, la castrazione del maschilismo.
Nella parte sud del pianeta gli anni di piombo, i generali che mettono nelle fondine delle loro pistole le chiavi dei parlamenti, l’utopia legata al palo della tortura, le strade dell’esilio che si moltiplicano, i morti e i desaparecidos sepolti negli archivi segreti delle forze armate. Ma pur così, c’era un sogno, e non era il prodotto dell’assunzione di sostanze chimiche, urlava per la fame di libertà e di giustizia, fomentava il desiderio irrefrenabile di attivare la creatività incensurabile: il cinema, la bossa, la letteratura, il tropicalismo.
Nel passato, il futuro era migliore. Oggi, immersi in questa società dell’iperestetizzazione della banalità, in cui le immagini contraggono il tempo e la web virtualizza il dialogo nella solitudine digitale, andiamo in cerca di una ragione per vivere. Perdiamo il senso storico, cambiamo i vincoli della solidarietà con la connessione elettronica, vendiamo la libertà per un piatto di lenticchie sotto forma di sicurezza.
Nel 2008 saremo chiamati alle votazioni comunali. Dovremo scegliere tra gli idealisti e gli arrivisti, i servitori della cosa pubblica e quelli che si affogano nell’ego distillato dall’ubriacatura degli applausi, tra quelli mossi da intransigenza dei principi etici e quelli che mirano alle risorse dello Stato come carne fresca per la loro gola insaziabile.
E’ l’anno per commemorare il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che per nostra vergogna, di cattolici, ad oggi non è ancora stata firmata dallo Stato Vaticano.
In questo mondo di atrocità, non c’è modo migliore di cerebrarla che esigendo la sua applicazione ed il perfezionamento; che finisca l’occupazione dell’Iraq, arrivi l’indipendenza di Puerto Rico, la fine dell’embargo a Cuba, la riduzione dell’emissione dei gas inquinanti, la fine del disboscamento dell’Amazzonia, la salvezza dell’Africa. E che si aggiunga la Dichiarazione dei diritti internazionali, planetari, ambientali.
In Brasile è ora che la Dichiarazione sia trasferita dalla carta alla realtà sociale. Dove, nonostante la valida attività della Segreteria Speciale dei Diritti Umani della Presidenza della Repubblica, è impossibile celebrare conquiste in diritti umani mentre la polizia stigmatizza come trafficante chi vive nella favelas; il Potere Giudiziario promuove un’orgia compulsiva mettendo donne in celle piene di uomini; gli indios e i negri sono condannati alla miseria per incuria delle autorità; la debolezza della legge copre d’immunità i corrotti e d’impunità i banditi e gli assassini.
Non basta il proposito sincero di fare qualcosa di nuovo nelle nostre vite nel 2008. Serve di più: fare nuove le realtà che ci circondano, in modo che ci siano cambiamenti concreti e la pace fiorisca come frutto della giustizia.
Felice 2008!