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- osservatorio - mondo - politica e società - 05-03-08 - n. 218
Etiopia, Zimbabwe e la politica dell’etichetta
Stephen Gowans
Quando l’analista di questioni dell’Africa Mahmoud Mandani ha rivolto la sua attenzione ai massacri e agli esodi dei civili nel Darfur, si è reso conto che qualcosa non funzionava. I massacri di massa di civili nel Darfur sono stati definiti genocidio, ma le mattanze di civili di dimensioni simili in Iraq o, su scala ancor più vasta, nel Congo, non hanno ricevuto questa qualifica.
Secondo il Programma Mondiale Alimentare, circa 200.000 civili sono morti nel Darfur, l’80% per la fame e le malattie, il 20% in modo violento. Circa 700.000 sono dovuti fuggire (1). Questi fatti sono definiti genocidio dal governo degli USA.
Ma 600.000 iracheni sono morti dal 2003 in conseguenza della violenza causata dall’invasione anglo-americana dell’Iraq (2) e 3.700.000 sono fuggiti in paesi vicini o vivono da rifugiati nel proprio paese (3).
“Ho letto che ogni tipo di violenza verrebbe esercitata sui civili”, ha detto Mandani “e uno dei luoghi citati è il Darfur… ma mi urta il fatto che i più forti movimenti politici nelle università americane contro la violenza di massa si facciano sentire sulla questione del Darfur e non su quella dell’Iraq.” (4)
Se il caso del Darfur è modesto, quando lo paragoniamo all’Iraq, entrambi sembrano insignificanti se li compariamo al Congo. In questo paese circa 4.000.000 di civili sono stati massacrati negli ultimi anni, nella loro maggior parte in conseguenza dell’intervento degli agenti degli USA nella zona, Uganda e Ruanda.
In Somalia, 460.000 civili sono stati costretti a cercare rifugio per le lotte scatenate in seguito all’invasione da parte dell’Etiopia, assistita e appoggiata dagli USA (5). L’invasione era diretta ad espellere l’Unione delle Corti Islamiche, che aveva creato una certa stabilità in Somalia. “Nei sei mesi in cui le Corti Islamiche hanno governato in Somalia, meno di 20 persone hanno perso la vita in azioni violente”, commenta Hussein Adow, uomo d’affari di Mogadiscio (6).
Perché è in corso una Campagna per Salvare il Darfur e non una Campagna per Salvare il Congo o anche una Campagna per Salvare la Somalia?
Mandani afferma che l’Occidente non reagisce per i massacri di massa di civili, ma solo in base alle etichette affibbiate dai suoi governi e mezzi di comunicazione.
“Il genocidio viene strumentalizzato dagli…USA”, spiega “Viene strumentalizzato per ottenere che i massacri provocati dai nemici degli USA siano chiamati genocidio e quelli provocati dagli amici o alleati degli USA non siano definiti nello stesso modo”.
Mandani definisce questo comportamento “la politica dell’etichetta”.
Questa politica non si limita all’individuazione dei massacri che devono essere definiti o meno genocidio. Stabilisce anche quali regimi debbano essere chiamati dittatoriali, repressivi e brutali (e che, per questo, dovranno essere cambiati) e quali no (e che dovranno essere lasciati in pace).
Prendiamo il caso di Etiopia e Zimbabwe. Tonnellate di carta stampata sono state consumate dai giornali occidentali per denunciare il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe. Secondo la versione occidentale, egli sarebbe un dittatore che manipola le elezioni, reprime l’opposizione e fa cadere teste per rimanere al potere.
Ma il governo di Mugabe, di fronte agli sforzi che vengono profusi per rovesciarlo, sia dall’estero che nel proprio paese, sembra comportarsi in modo estremamente moderato. L’arcivescovo Picus Ncube, uno dei principali critici del governo, ha chiesto recentemente all’antica metropoli, la Gran Bretagna, di rovesciare con mezzi militari il governo di Mugabe. “Dovremmo farlo noi”, ha aggiunto, “ma c’è troppa paura. Io sono pronto a guidare il popolo, imbracciando le armi, ma il popolo non è ancora preparato” (7) (Si immagini Noam Chomsky che lancia un appello per una coalizione tra Russia, Cina, Venezuela, Iran e Corea del Nord perchè invadano gli USA e costringano Washington a mettere fine alla sua invasione dell’Iraq. “Sono pronto a guidare il popolo, imbracciando le armi”, potrebbe dire, “ma il popolo non è preparato”. Quanto tempo potrebbe passare prima di vedere Chomsky scaraventato in carcere?)
Ncube non è il primo oppositore che minaccia una campagna di violenze per sostituire Mugabe. Ma tuttavia, Ncube e gli altri continuano a rimanere in libertà e possono invocare sanzioni, interventi militari stranieri o insurrezioni all’interno per deporre il governo.
Su un altro versante l’Etiopia appare poco più di un numero. Riceve scarsa attenzione da parte dei media occidentali e ancor meno attenzione da parte di coloro che, da sinistra, abitualmente criticano i governi di Sudan e Zimbabwe.
Ciò suona perlomeno strano, poiché il governo dell’Etiopia possiede tutti i difetti che vengono rimproverati allo Zimbabwe e che provocano tanta indignazione morale.
“Il governo fu…duramente criticato per le misure adottate nel 2005 che condussero all’imprigionamento di oppositori e all’assassinio di circa 200 persone dopo elezioni, nelle quali l’opposizione aveva conseguito importanti vittorie”. (8)
“I militari etiopi…hanno espulso molti giornalisti stranieri insieme a rappresentanti di gruppi per i diritti umani come AI e Human Rights Watch.” (9)
Brogli elettorali, misure repressive contro gli oppositori, espulsione di giornalisti: sembra un elenco di accuse a carico di Mugabe. Ma perché Zenawi non viene criticato così duramente come Mugabe?
In un lancio dell’agenzia Reuters del 9 luglio scorso si legge: “i giudici etiopi hanno chiesto la pena di morte per 38 ufficiali oppositori accusati di avere cercato di rovesciare il governo, di tradimento e incitamento alla violenza. Gli ufficiali erano stati tradotti a giudizio il mese scorso con imputazioni collegate alle violente proteste generate dalle contestate elezioni del 2005, che l’opposizione afferma essere state truccate. Circa 200 persone erano state assassinate durante gli scontri tra gli oppositori e le forze di sicurezza dopo le votazioni. Il primo ministro, Meles Zenawi, ha detto di non aver voluto la violenza post-elettorale, incolpando della stessa gli opportunisti ammutinati e una cospirazione dell’opposizione per rovesciarlo con la forza”.
Ho letto l’articolo dell’agenzia Reuters a un’amica, ma sostituendo Etiopia con Zimbabwe e Zenawi con Mugabe. Le è sembrato tutto assolutamente normale. Ed è probabile che anche la maggior parte degli occidentali non avrebbe intuito l’inganno, poiché tutto ciò calza perfettamente con la descrizione che in Occidente si fa dello Zimbabwe. Se leggiamo le note della stampa occidentale, si dà per scontato che Mugabe imprigioni gli oppositori (i cui leader hanno più volte minacciato di rovesciarlo con la violenza), li accusi di tradimento e chieda l’esecuzione dei loro dirigenti. Eppure non l’ha fatto.
Se lo avesse fatto, sarebbe stato investito da un’ondata di indignazione del mondo occidentale. Ma se lo fa Zenawi, non si levano appelli per un intervento militare occidentale, e neppure si convoca una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Al massimo arriva un dispaccio dell’agenzia Reuters. Perché?
La risposta sta nel fatto che l’Etiopia è completamente nell’orbita di Washington, opera come agente degno di fiducia e rafforza gli interessi geopolitici degli USA nel Corno d’Africa, ricco di risorse naturali. Lo Zimbabwe, al contrario, persegue un obiettivo diverso, dando corso a politiche che cercano di sottrarsi alla dominazione occidentale e di frustrare i disegni imperiali degli USA per il continente.
Lo Zimbabwe adotta una politica indipendente per quanto riguarda l’agricoltura e l’economia. L’Etiopia interviene militarmente in Somalia su richiesta di Washington per restaurare un governo fantoccio degli USA.
Alcune settimane prima che l’Etiopia invadesse la Somalia, il generale USA John P. Abizaid volò ad Addis Abeba per concordare con Zenawi l’entrata delle truppe etiopi, addestrate dagli USA, in Somalia. Washington allora arrivò persino al punto di fornire una copertura all’Etiopia, il cui equipaggiamento era fornito dalla Corea del Nord, perché l’invasione avvenisse senza contrattempi. Gli USA, che sono i manovratori delle sanzioni, hanno detto “avanti”.
Moltissime persone vengono manipolate dai governi e dai mezzi di comunicazione occidentali, e la loro indignazione viene strumentalizzata e diretta al raggiungimento di obiettivi geopolitici che niente hanno a che vedere con i diritti umani e la democrazia, ma con chi controlla i rubinetti del petrolio, le concessioni minerarie o vaste estensioni di terre fertili.
Mandani definisce ingenui coloro che si fanno coinvolgere nella campagna per salvare il Darfur. La stessa cosa si potrebbe dire per coloro che hanno aderito alla campagna per screditare Mugabe.
Note:
1. Stima dell’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU, ripresa in The Guardian, 20 giugno 2007.
2. Studio dell’Università Johns Hopkins, pubblicato in The Lancet online e citato in The Guardian, 12 ottobre 2006.
3. Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU, citato in Workers World, 15 febbraio 2007.
4. Intervista a Mahmoud Mandani, in Democracy Now!, 4 giugno 2007.
5. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU (The Guardian, 20 giugno 2007)
6. The London Times, ripreso in Party for Socialism and Liberation, 3 luglio 2007.
7. The Sunday Times, 1 luglio 2007.
8. The Globe and Mail, 29 maggio 2007.
9. The New York Times, 8 aprile 2007.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare