www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 17-04-08 - n. 224

da www.blackagendareport.com/index.php?option=com_content&task=view&id=545&Itemid=37
in www.rebelion.org/noticia.php?id=64760 (Traduzione in spagnolo di Jesus Maria e Mariola Garcia Pedrajas*)
 
E’ ora di smilitarizzare la politica degli Stati Uniti in Africa
 
Bruce Dixon
 
Dalla fine della Guerra Fredda, sia con i governi repubblicani che con quelli democratici, gli Stati Uniti hanno accordato aiuto militare, addestramento e forniture di armi per migliaia di milioni di dollari a cinquanta dei cinquantaquattro paesi dell’Africa. La militarizzata politica statunitense ha trasformato l’Africa nel continente più povero e devastato dalla guerra per la terra, con l’esplodere di una moltitudine di conflitti armati negli ultimi due decenni, mentre le armi e l’addestramento degli USA sono un fattore decisivo o, perlomeno, uno dei fattori che determinano questi conflitti. E proprio la militarizzazione della politica degli USA per l’Africa che ha creato i cosiddetti “stati falliti” che, come nel caso del Congo, sono ideali per l’estrazione delle risorse africane, e rappresentano la scusa perfetta per futuri interventi militari.
 
L’unica soluzione è rappresentata dalla completa smilitarizzazione della politica estera statunitense nel continente africano, dallo smantellamento di tutte le basi e dal ritiro delle truppe USA dall’Africa.
 
La politica bipartitica degli USA è stata fino ad ora quella di armare gli africani e di mantenere il continente nella fame, nelle malattie, disperatamente povero e in permanente guerra con sé stesso. Grazie a questa politica, consistente nell’inondare il continente africano con armi, il prezzo di un AK-47 è minore in Africa che in qualsiasi altro luogo del mondo.
 
Nei nove paesi in cui ci sono attualmente conflitti armati, l’armamento e l’addestramento accordati dagli USA sono un fattore decisivo (l’articolo originale parla solo di “fattore”). Nella guerra civile in Etiopia, nel Ciad, in Marocco e nel Sahara Occidentale, nel Sudan, nella continua guerra civile in Algeria e, naturalmente, nell’olocausto del Congo (che ha causato, mantenendoci prudenti nelle cifre, sei milioni di morti dal 1996: la maggiore mortalità in un conflitto dalla Seconda Guerra Mondiale). Gli USA hanno equipaggiato, addestrato e offerto appoggio logistico a ciascuno degli eserciti nazionali che hanno invaso e occupato regioni di Congo, Kenya, Uganda, Ruanda, Burundi, Angola ed anche Namibia. Le armi statunitensi si trovano anche nelle mani di bande non governative. Ed eserciti privati che devastano e spopolano regioni intere per agevolare l’estrazione del coltan per i nostri cellulari e computer, del titanio per i nostri aerei e dell’uranio per le nostre centrali.
 
Questa politica non va a beneficio degli africani. L’inaugurazione di AFRICOM, il quartier generale delle truppe statunitensi nel continente africano, è stata accolta con una condanna generalizzata da parte della gente di tutto il continente, come pure dai suoi governi. Gli africani non vogliono né le armi, né l’intervento né le basi nordamericane.
 
Questa opposizione alla presenza militare degli USA è stata la ragione per cui Bush non ha messo piede nel paese più popolato del continente, la Nigeria, o in Sudafrica durante la sua recente visita, ed è stato anche il motivo per cui ha passato poche ore in Kenya, Tanzania e Burundi. Nessuno di questi governi africani ha affrontato l’ira del suo popolo insistendo nel voler dare ospitalità ad AFRICOM. Ma l’anello delle basi statunitensi, da Mombasa a Gibuti nell’est fino all’Angola e al Golfo di Guinea nell’ovest, continua ad allargarsi. Le forze nordamericane bombardano in maniera regolare la Somalia in appoggio all’invasione da parte dell’Etiopia.
 
L’elite della politica estera degli USA, vale a dire le sue imprese multinazionali, il Pentagono e la sua costellazione di fornitori militari e contrattisti mercenari, sa molto bene che cosa vuole. Vuole il coltan, il petrolio, l’oro e i diamanti. Vuole privatizzare qualsiasi risorsa sociale o governativa, compresa la fornitura dell’acqua. Vuole obbligare gli agricoltori ad usare le sue sementi geneticamente modificate e a pagare i diritti per queste piante “patentate”. Vuole impedire ai governi africani di usare le proprie risorse in infrastrutture scolastiche e sanitarie, in aiuti alimentari, in politica di crescita dell’impiego o di promuovere proprie economie solventi. E vuole anche che l’Africa continui ad essere un inferno devastato dalla guerra, perché ciò fa bene agli affari. Se non sei ancora una “stato fallito”, ti obbligheranno a diventarlo.
 
D’altra parte questa elite sa anche cosa vuole per sé stessa. Osserva da vicino la scena politica statunitense, ed è ben cosciente che il prossimo presidente potrebbe essere un uomo con legami più diretti con l’Africa di quanti ne abbia la maggioranza di noi. Gli africani sperano che il popolo americano, specialmente gli afroamericani, dia voce e appoggi le loro richieste agli USA di tenersi le proprie basi, la propria assistenza militare e le proprie armi a casa propria. Quanto tempo dovranno ancora aspettare?
 
*Jesus Maria e Mariola Garcia Pedrajas sono collaboratrici di Rebelion.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare