www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 29-04-08 - n. 225

Viet Nam - Iraq: il volo della fenice americana
 
Questione politica, militare ed economica a confronto
 
di Gabriele Proglio
 
Viet Nam e Iraq: un paragone arduo, tra differenze e somiglianze. Il discorso meriterebbe più spazio, ma qui basti affrontare la questione politica, quella economica e militare, prima di arrivare ad una possibile conclusione. L’attenzione per il Viet Nam rinasce a quaranta anni dal ‘68, dall’Offensiva del Tet, mentre quella per l’Iraq celebra il quinto anno di guerra. In questo contesto salta subito all’occhio la differenza di strumenti da utilizzare nella ricerca; da una parte la storia, finalizzata a supportare impianti teorici con l’uso delle fonti, dall’altra il giornalismo che nella comunicazione della notizia, e nella sua argomentazione, trova il suo modello. Le fonti storiche sono scientifiche, le notizie invece verificabili, ma non obbligatoriamente vere. L’impianto storico, che supporta la tesi, esige la costruzione di un collage di prove documentabili, anche se potrebbe essere lo stesso significato ad essere mendace, falsato, fazioso. Il taglio giornalistico, invece, rimette negli equilibri, tra le righe, la cronaca del presente, il politico. Quanto detto fin ora suggerirebbe una incompatibilità strutturale tra le due forme, inconciliabili se non con la propensione a voler capire il passato studiando il presente, sentendosi “cittadini del mondo”[1], pronti ad indagare con ogni mezzo disponibile. Questo è anche l’approccio che si vuole utilizzare nello scritto che segue. Possiamo dunque analizzare le specificità dei tre temi.
 
La questione politica 
 
La guerra in Viet Nam fu combattuta da più Presidenti: è ormai certo che il sostegno di Washington - in intelligence e militarmente - ai francesi fu dato fin dal dopo rivoluzione d’Agosto, e che l’impegno americano seguì una crescita progressiva, non chiarendo per un lungo periodo cosa si stesse combattendo: se una guerra o un conflitto. La dottrina del containment[2], promulgata sotto la presidenza Truman, si basava sul mantenimento dell’equilibrio dell’ordine mondiale, teorizzando una risposta uguale ed opposta a possibili azioni sovietiche. L’obbiettivo era quello evitare un’avanzata del comunismo in Europa, come in Asia. Così il precipitare degli eventi, con la rivoluzione cinese del ’49 e la guerra di Corea dell’anno successivo, condussero prima alla débacle di Dien Bien Phu, e poi alla pax di Ginevra. Il rifiuto degli Stati Uniti, e del governo subalterno del del Sud comandato da Ngo Dinh Diem, di porre la firma sugli accordi si collocava in un contesto internazionale, caratterizzato dal nascente fenomeno della decolonizzazione, perchè il Viet Nam diventò simbolo di un più ampio processo di liberazione nazionale ed internazionale, che anche quando non sfociò nel “marxismo di stato”, avrebbe potuto potenzialmente inclinare la bilancia delle alleanze, lasciando l’Europa Occidentale e Washington in minoranza. La paura era che caduto il Viet Nam, altri paesi avrebbero potuto prendere la via delle armi. In quei giorni il senatore John Kennedy avvertiva: «il Vietnam rappresenta la pietra angolare del mondo libero nel Sud-Est asiatico, la chiave di volta, il tappo che chiude il buco della diga nel caso in cui la marea rossa del comunismo inondi il Vietnam, un paese che si trova lungo una linea che unisce Birmania, India, Giappone, Filippine, Laos e Cambogia»[3]. Pochi mesi dopo nacque, dall’iniziativa del Segretario di Stato Jhon Foster Dulles la SEATO[4], che riapriva il teatro di guerra con una prospettiva nuova, internazionale. Insomma, dopo Bandung[5] l’amministrazione repubblicana di Eisenhower parlando dell’Indocina postulò l’ effetto domino[6], passando alla guerra speciale, iniziando così l’escalation[7] militare e politica. Tra il 1959 e il 1960 in molti paesi, in tutto il mondo, si assistette alla sostituzione delle amministrazioni coloniali, con altre locali e nazionali. Fu lo stesso Jean Pouget, ex ufficiale del corpo di spedizione francese, a scrivere che «…non v’è rivolta, ribellione o insurrezione, in Asia, in Africa o in America, che non faccia riferimento alla vittoria del generale Giap…»[8] e delle forze vietnamite. Nel 1961 venne eletto John Fitzgerald Kennedy che continuò l’impegno militare sia sul fronte cubano (piano Mangusta, Baia dei Porci) e europeo (incontro con Khruscev), che su quello vietnamita, portando i consiglieri militari da poche centinaia a quota 16.000. Un altro democratico, dopo JFK, assunse l’eredità del conflitto; il nuovo presidente Johnson il 7 agosto del 1964 riceveva, dopo le “prove inequivocabili” sull’incidente del Golfo del Tonchino presentate dal Segretario della Difesa Robert Mc Namara, dal Congresso degli Stati Uniti il potere «di prendere tutti i passi necessari, incluso l’uso delle forze armate, per assistere ogni membro del SEATO che chiedeva assistenza in difesa della sua libertà»[9]. Questo atto permise di combattere una guerra che formalmente non fu mai dichiarata, incrementando l’impegno militare in uomini e mezzi. Sono gli anni delle dichiarazioni di “vittorie senza precedenti”, in un conflitto che non vede una fine. In realtà sappiamo, dalle stesse fonti militari americane, che la situazione era ben più articolata, che si puntò su azioni di forza, avvallando un numero crescente di operazioni speciali, del tipo search and destroy, come quelle del 1965, del gennaio 1966[10], del 1967[11] e 1968. Fu infatti lo stesso Johnson ad iniziare il ritiro delle truppe, poi sfociato - sotto il mandato repubblicano di Nixon - nella vietnamizzazione del conflitto che consisteva nella sostituzione dell’entourage politico/militare americano con uno locale, indigeno. Gli Usa erano consapevoli di cosa volesse dire questa scelta: se non erano riusciti a vincere la guerra loro, l’esercito di Saigon l’avrebbe persa certamente. Ma il peso di una sconfitta totale, economicamente e politicamente, avrebbe potuto avere ben maggiori conseguenze. Così la nuova dottrina di Guam venne esposta dallo stesso presidente in un viaggio lungo l’asse asiatico delle alleanze: i leader di Manila, Giakarta, Bangkok, Nuova Delhi, Rawalpindi erano allertati, da questo momento in poi avrebbero dovuto difendersi da soli.
  
Da parte vietnamita si cercò di raggiungere - fin dai primi incontri (Dalat, Fontainebleau, ecc.) - una pace che fosse sinonimo di indipendenza e unità nazionale. Il canale diplomatico rimase quasi sempre aperto, e quando il conflitto superò la dimensione indocinese, quella del Sud-Est asiatico, per diventare di portata globale, il Viet Minh puntò molto sulle ricadute che le azioni militari potevano avere sui movimenti anti-guerra, mettendo in pratica il concetto della preminenza dell’aspetto politico, su quello militare.
 
Oltre allo scontro tra le parti, la guerra in Viet Nam si caratterizzò per la presenza, di un vasto ed eterogeneo fenomeno di protesta, spesso indipendente dalle linee di Mosca, presente in moltissimi paesi. Negli soli States il fronte no-war era estremamente eterogeneo comprendendo i veterani e gli studenti delle università, i movimenti exraparlamentari e culturali di sinistra, alcuni religiosi, il partito comunista a stelle e strisce, i movimenti rivoluzionari (su tutti il Black Panther Party). Ma soprattutto coinvolgeva l’opinione pubblica, la gente comune, in un continuum temporale denso di notizie dal fronte, di proteste e agitazioni perché le ostilità cessassero[12].
 
Quella irachena, invece, è supportata dalle lobby neo-cons, unite nel sostegno a George Bush. La lotta contro «l’Asse del Male»[13], che dal 2003 include Iraq e Corea del Nord, costituisce per la Casa Bianca «una minaccia alla pace mondiale»[14]. Il 5 febbraio il Segretario di Stato Usa Colin Powell afferma in una conferenza stampa, e quindi davanti al mondo intero: «Sono assolutamente certo che ci sono armi di distruzione di massa e presto sarà evidente»[15]. La guerra può partire, senza alcuna dichiarazione formale che non sia quella mediatica; è il 30 marzo 2003. Partecipano al raid le truppe inglesi e quelle americane. Non viene aperto nessun canale di dialogo diplomatico. Si parla nuovamente di “guerra lampo” e la caduta della statua di Saddam Hussein in Firdousi Square (9 aprile 2003), e l’ingresso delle truppe a Bagdad, portano la Casa Bianca a fare dichiarazioni trionfalistiche. Ma la guerra continua, o forse sarebbe meglio dire inizia. Alcune fonti parlano di un piano, elaborato dal partito Baath, per una resistenza duratura in caso d’invasione americana. Altri, invece, spiegano l’opposizione interna con un sentimento popolare, frutto dei tanti anni d’embargo e di sofferenze. C’è anche chi ipotizza, proponendo un modello che ci sembra condivisibile che, decapitato il nucleo dirigente del Baath, nuovi personaggi abbiano continuato/iniziato ad amministrare il territorio, utilizzando il network di relazioni dello stato iracheno. Certo è che la guerra al terrore sembra voler combattere un nemico nebuloso, mai certo, mai materiale, estremamente liquido[16]. Lo scontro non è mai diretto e risolutivo, perché il nemico è pericoloso in quanto inafferrabile, capace di colpire in ogni momento, in ogni luogo, senza un fronte dichiarato. E’ dunque la società intera, nella sua globalità, ad essere in guerra contro se stessa, e non due società una contro l’altra. La guerra coinvolge sia la dimensione internazionale, sia quella locale. Lo stesso Bush afferma: «Voglio solo che sappiate questo, quando parliamo di guerra, in realtà parliamo di pace»[17] e poi chiarisce, a poco più di due anni di distanza: «non penso che si possa vincere la guerra contro il terrorismo»[18].
 
Ad un certo punto si inizia a parlare di irachizzazione del conflitto; le autorità americane scelgono di supportare un governo locale. Il 6 aprile, nel caos più totale, l’Assemblea Nazionale Irachena elegge alla carica di Presidente il curdo Jalal Talabani. Anche se sempre più spesso si parla di exit strategy, gli Usa vogliono rimanere in Iraq, e la riconferma di Talebani ad un secondo mandato sembra ipotecare la certezza di un conflitto “duraturo”. Il primo ministro, invece, è il leader del partito islamico sciita Da’wa; Jawal al Maliki, che viene eletto il 20 maggio del 2006.
 
Il tentativo, strategicamente militare e politico, di disarticolare i vertici del Baath provoca conseguenze a catena e, nell’immediato, la creazione di enclavi sotto la direzione del potere religioso; i nuovi referenti sono diventati i leader come Muqtada Al Sadr e l’ayatollah Sistani.
 
Infine la gestione di Saddam Hussein; prima le immagini di un uomo vetusto e polveroso, scovato dai marine in un buco sotto terra, poi quelle prima dell’impiccagione, eseguita dalle guardie irachene, senza alcun processo internazionale. La fine del leader iracheno, certamente grazie al tam-tam mediatico delle tv arabe (Aljazeera e Alarabiya in primis), diventa il simbolo, in tutto il cosiddetto Medioriente, delle estreme conseguenze dell’ingerenza americana. Hussein è prima di tutto un uomo arabo che, a prescindere dalle responsabilità politiche, viene umiliato davanti al mondo. Chi ha teorizzato lo “scontro di civiltà”[19], partendo dalla critica alla hegeliana fine della storia di Francio Fukuyama[20], poneva in essere uno conflitto che sarebbe divampato lungo la linea di confine tra culture differenti. Ma l’elemento fondamentale, sul quale si sviluppa quest’impianto, è quello dello stato-nazione; contesto oramai disintegrato nella sola gestione politica e burocratica dell’apparato nazionale o ridotto ad una struttura-scheletro pesante e spesso inefficiente. In tal senso la guerra non è più tra società o stati, ma tutta interna ad un contesto sociale globale, con due modulazioni d’intensità: quella dei conflitti interni e quella dei conflitti internazionali.
 
La questione militare
                 
La questione militare segue quella politica. In Viet Nam gli americani dovettero affrontare un nemico che applicava molteplici teorie di guerra. Forse solo utilizzando gli strumenti suggeriti da Marc Bloch, è possibile comprendere che «…se i dirigenti francesi prima e quelli americani dopo avessero avuto una buona conoscenza della storia del Viet Nam non avrebbero intrapreso queste guerre in cui sono stati vinti»[21]. La differenza più vistosa, tra le teorie militari franco-americane e quelle vietnamite, sta proprio nel fatto che per Parigi e Washington il fattore determinante era l’arma, per i vietnamiti invece era l’uomo, per i primi si trattava di una guerra militare, per i secondi di un conflitto politico, i primi dislocavano contingenti seguendo logiche d’amministrazione del territorio, mentre sia la Repubblica Democratica del Viet Nam (RDV) che il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) basavano la loro forza sugli xa[22], i villaggi, il fulcro dell’azione del Viet Minh, che vennero politicizzati e armati. Inoltre la Francia e gli Usa combatterono una guerra che aveva una linea del fronte, contro un nemico che invece utilizzava diverse forme militari (truppe regionali, milizie dell’autodifesa, ecc…), abile nella guerra regolare come nella guerriglia, che spesso attaccava le retrovie indebolendole, che colpiva sulla terra, in cielo e da sottoterra (i tunnel di Cu Chi). Inoltre la guerra Usa doveva ristabilire nel breve periodo gli equilibri, riaffermando il potere coloniale, mentre quella del generale Vo Nguyen Giap fu, da subito, una “guerra di lunga durata”. Gli eserciti occidentali erano militarmente eurocentrici; basavano la loro azione sulle teorie e sulla storia bellica dell’Occidente, sul trattato di Carl Von Clausewitz[23]. Giap conosceva il generale prussiano, le teorie di Lenin che rivalutavano, da un punto di vista politico, il concetto di guerra di popolo. Il generale vietnamita venne a contatto con l’importantissima esperienza militare cinese (Sun Tzu, Mao, ecc.), ma soprattutto conosceva la storia del suo paese, del Viet Nam, che da centinaia di anni era in lotta per l’indipendenza. Per gli americani i soldati erano unità che, all’occorrenza, dovevano aumentare: erano considerati al pari di un’arma. Invece Giap scriveva: «un soldato rivoluzionario ha una coscienza politica, una coscienza nazionale, una coscienza di classe portate ad un livello elevato - poi, continuando - …abbiamo impiegato del tempo per formare ed acuire questa coscienza politica, e per il comando dell’esercito popolare un soldato è prima di tutto un militante, un fratello di combattimento. E’ per questo che facciamo il possibile per evitare le perdite inutili…quello che gli altri chiamano fanatismo è in realtà l’eroismo rivoluzionario di un esercito al servizio del popolo»[24].
 
Le truppe americane combatterono un nemico difficile da identificare, capace di mimetizzarsi, perché fatto di “soldati in borghese”, di gente comune, di uomini e di moltissime donne. Si immagini che per fronteggiare prima la RDV, e poi il FLN, gli uomini della SEATO arrivarono, durante l’era Johnson, a quota 429.000 unità. Tra il 1962 e il 1970 oltre un terzo del territorio del Sud fu sottoposto all’azione di defolianti (Agente Orange e altri), si trattava di oltre 23.360 km². 3,6 milioni di tonnellate furono il quantitativo di bombe sganciate sul solo Sud. Molto si compì sotto la conduzione del generale George Patton Jr; colui che aveva imposto, all’ingresso dell’accampamento militare, il motto «uccidere è il nostro business, e il business è cosa buona»[25].
 
L’Iraq invece è aggredito con la dottrina Shock and Awe. Ullman - l’ideatore - spiega che «si verifica questo effetto simultaneo, più o meno come una bomba atomica di Hiroshima, senza aspettare giorni o settimane ma solo pochi minuti»[26]. Dopo, il bombardamento dai B52, chiamato long box (a scatola), di oltre 70 tonnellate di esplosivo, parte l’azione da terra e vengono usate oltre 300 tonnellate di uranio impoverito; un’arma di distruzione di massa. Probabilmente si combatte anche con armi a micro-onde, capaci di bloccare tutti i sistemi magnetici, cioè elettrici. Poi, i contingenti dei diversi paesi prendono in consegna il territorio; agli italiani va Nassirya, dove l’azienda nazionale petrolifera ha importanti interessi da difendere. Ma la guerriglia divampa, e colpisce le caserme. Si cambia strategia, e si cerca di intervenire a pacificare i territori, con la forza. Vengono usate armi vietate dalle convenzioni ONU, sempre ed ancora armi di distruzione di massa; ad esempio il “Willy Pete” (il fosforo bianco) a Falluja e l’MK77, un nuovo napalm “a basso impatto ambientale”, ma capace di scogliere letteralmente gli uomini[27]. Infine, dopo vari tentativi, si passa alle combat houses, ad allargare tanti piccoli insediamenti militari in mezzo alle abitazioni. Anche se l’uso delle grandi basi militari, dislocate su tutto il territorio, non viene ridiscusso. La logica della strategia di counterinsurgency del generale Petraeus è quella di «affidare la direzione effettiva ad un governo legittimo,…il dispiegamento equilibrato di mezzi militari e non militari, - ma, continua il militare a quattro stelle – la questione più importante è l’atteggiamento della popolazione. In definitiva, è lei a determinare il vincitore finale»[28].
 
Intanto la presenza militare americana, come confermato da Bush, non diminuirà, anzi salirà di altre 21.500 unità, surge after surge, ondata dopo ondata; ogni sconfitta chiederà nuovi rinforzi.
 
Certamente la corsa alla Casa Bianca, che vede come interpreti principali Ilary Clinton e il “fenomeno” Obama, sta riportando all’attenzione pubblica la questione della guerra. Entrambi parlano di ritiro, ma è certo che l’unica exit strategy possibile sarà quella della diminuzione graduale del contingente a stelle e strisce. Una considerazione sullo stato del conflitto, incancrenitosi e oramai radicatosi in seno alla società irachena e araba, porta ad ipotizzare che qualsiasi governo vincerà le elezioni sarà costretto a decidere come continuare il conflitto e non come terminarlo.
 
La questione economica
               
Si può affermare che la guerra in Viet Nam ha prodotto una profonda crisi nel comparto economico americano. Anche se «la quota destinata alla Difesa è solo del 4% del PIL»[29], dice David Gold (durante l’offensiva del Têt, nel 1968, era arrivata al 11,8%), gli effetti dell’armamento si espandono sull’interno mercato. L’aumento delle spese militari, studiato da molti economisti, tra cui anche dell’inglese Ron Smith, serve per sostenere l’economia e il trend produttivo, ma pregiudica lo sviluppo della compravendita civile e riduce l’occupazione, creando un contesto di spesa che spesso viene risolto solo con l’escamotage dell’indebitamento pubblico, che a sua volta è arginabile solo con misure inflazionistiche e recessive. Dopo lo scandalo Watergate, e la caduta di Nixon, fu scoperchiato il vaso di pandora americano, con un debito pubblico esorbitante e con immediate ricadute dal punto di vista della crisi economica. Il connubio tra sviluppo interno e politica internazionale, era sfociato in una rottura dell’equilibrio mondiale, con l’apertura di più fronti di crisi (il Viet Nam ne fu certo il primo). Così la fine della guerra, e più precisamente il 13 febbraio del 1973, venne accompagnato dalla svalutazione del dollaro nei confronti dell’oro, che passò da 38 dollari per oncia del 1971, ai 42,22. Si abbandonò definitivamente il sistema Bretton-Woods, quello che aveva creato la struttura economica mondiale, e che si basava sulla centralità del dollaro rispetto alla convertibilità in oro. Gli equilibri economici furono definitivamente sconvolti, e i capitali internazionali divennero sempre più agili e rapidi nella ricerca delle dimensioni speculative o, come dice il miliardario George Soros, seguirono il wrecking ball[30] dei tassi di cambio. Le misure deflazionistiche di Nixon dell’8 gennaio 1973, l’aumento di tassi d’interesse e l’eliminazione delle barriere doganali, fallirono. Si innescò una reazione a catena; in Italia, il Ministro del Tesoro Malagodi decise di sganciare la lira dallo snake currency, il serpente monetario europeo, permettendo una fluttuazione che doveva alleviare l’impatto sull’economia nazionale. Il dollaro perse 10 punti, la lira pure. La crisi bussò alle porte delle famiglie italiane e prese la forma degli “assalti ai forni” di Napoli (16/22 luglio) e della crisi Fiat. Questo scenario si riprodusse in moltissimi altri paesi legati all’economia americana.
 
Quella in Iraq, invece, secondo il Nobel Joseph Stiglitz, presidente dimissionario della Banca Mondiale, costa 12 miliardi di dollari al mese, per un importo finale - se il conflitto durasse fino al 2017 - di circa 3 milioni di miliardi di dollari. Ma mentre la guerra in Viet Nam veniva finanziata con l’apertura e l’incremento dei capitoli di spesa, quella in Iraq è completamente a carico del debito pubblico. Questo vuol dire che lo stato Usa si comporta esattamente come un’azienda, che decide il capitale di rischio, su di un business project - la guerra - che ipotizza di vincere, andando cioè oltre le disponibilità reali e facendo aumentare il debito verso privati.
 
C’è un secondo aspetto da prendere in considerazione, che riguarda la composizione delle truppe e, più in generale, il modello di spesa militare utilizzato. Se gli eserciti in Viet Nam erano fatti principalmente da forze nazionali, quelli in Iraq sono misti; nazionali e contractor (ciascuno costa fino a 1000 euro al giorno!). Questo fa lievitare ulteriormente i costi militari e genera una situazione che può essere risolta solo con l’insoluto o con l’immissione di altra moneta, operando cioè misure inflazionistiche.
 
Conclusioni
 
Si tratta di due conflitti diversi, sia per l’epoca storica, e quindi per i mezzi militari e tecnologici a disposizione degli eserciti, per gli assetti internazionali e le alleanze, sia per la tipologia di ciascun evento. Infatti mentre la guerra in Viet Nam, come già detto, va collocata nello spazio e nel tempo della decolonizzazione, quando cioè - diventato troppo pesante il fardello delle colonie - anche gli apparati burocratici dei poteri d’oltremare vennero rimessi in discussione dalle popolazioni indigene. Quella in Iraq è invece figlia del post-moderno, di un mondo dominato dal flusso finanziario speculativo, invisibile, ma capace di far esplodere guerre per il controllo delle materie prime, per l’amministrazione dei territori (non solo quelli della guerra dichiarata) con la militarizzazione.
 
Le alternative, se così possiamo chiamarle, sono anch’esse diverse. Per quella del sud-est asiatico si parlava di socialismo reale, che fu certamente influenzata dall’esperienza della vicina rivoluzione cinese. Per l’Iraq, invece, si può solo ipotizzare un sistema diverso; uno capitalista con forti poteri delle gerarchie religiose, uno completamente teocratico e uno federale (nel quale le aree sono amministrate in base alla confessione religiosa e ai poteri locali).
 
Entrambi i conflitti hanno assunto un valore semiotico perché sono diventati emblemi di scontri più generali. Il Viet Nam fu simbolo della guerra di popolo all’ingerenza americana e colonialista ma, soprattutto, l’esemplificazione di come una lotta di liberazione nazionale potesse sfociare in una rivoluzione socialista. L’Iraq, invece, è il fronte di guerra dei popoli arabi contro il dominio economico e militare di Usa e Europa. Non credo si tratti, come già detto, di scontro di civiltà: primo perché la civiltà, in un mondo così globale e fluido, è una e sola, e poi perché si tratterebbe di definire le specificità di ciascuna, di ogni civiltà (definendone i confini); cosa che ritengo impossibile viste le continue e ovvie contaminazioni e influenze tra differenti culture.
 
Vi è poi una similitudine immediata: l’alto costo economico e in vite umane. Per quanto riguarda il Viet Nam i dati sono noti mentre, parlando di Iraq, bisogna rifarsi ai rapporti presentati dai tre enti-istituzione; dalla Croce Rossa, da Amnesty International e dalle Nazioni Uniti. Altri lavori, soprattutto quelli delle organizzazioni non governative, sono dedicati agli specifici campi d’intervento e limitatamente ai luoghi d’azione (per tutti il caso di Emergency che è presente con tre strutture al nord e una a Baghdad). In ogni caso, tutti, perfino quelli presentati dal generale Petaeus, descrivono una situazione umanitaria pessima.
 
Parlando delle condizioni in cui versa la popolazione, bisogna quindi affrontare il tema delle migrazioni, degli sfollati. Il Presidente americano George Bush, in un discorso ai Veterans of Foreign Wars (veterani delle guerre all’estero), definendo “un errore” la scelta di andare via dal Viet Nam, perché «si sarebbe potuto vincere quella guerra»[31], incentrò il suo intervento su tre punti; i boat people, i campi di rieducazione e i campi di morte. Proprio per i primi la responsabilità di rifiutare l’accoglienza ai profughi fu interamente a carico delle forze SEATO. In Iraq, invece, non vi è uno solo asse di sfollamento, e non un solo fenomeno. Si parla di 2 milioni e mezzo di persone fuggite in Giordania e Siria, e di altri 2 milioni in altri paesi.
 
C’è poi la questione della tortura. Tutti ricordano le foto di Abu Ghraib, delle sevizie che i militari inglesi avevano riservato ai prigionieri iracheni. Si è parlato di atrocità, di metodi non consoni e oltre la legislazione di guerra, quella imposta dalla risoluzione di Ginevra e dagli accordi internazionali. Lo stesso copione, forse con altri modi e metodi, si è verificato durante la guerra in Viet Nam; con campi di prigionia che funzionavano da “stanza degli orrori”. Precisando che la tortura va ascritta al sistema di coercizione finalizzato all’ottenimento di informazioni utili e che, fuori da questo modello, esiste un universo ampissimo di violenze dirette e volontarie dei militari verso la popolazione. Di queste le statistiche non tengono conto. Il parallelo, anche per la condizione estrema dell’evento, porta a parlare di omicidi e stupri, ma anche dello sfollamento di interi villaggi verso le città, per intensificare i controlli, come avvenne nelle ultime fasi del “conflitto indocinese”, quando cioè gli Usa compresero la forza vincente del villaggio vietnamita. In Iraq invece, forse per una questione relativa alla struttura stessa della società, non esiste un sistema d’aggregazione minimo, autonomo e indipendente, fortemente collegato al tessuto sociale. Forse anche per questo motivo la guerriglia nasce e divampa nelle città. A ciò va anche aggiunto che la morfologia del territorio ha prodotto due risposte differenti; in Viet Nam il controllo “delle terre e delle acque” con imponenti opere collettive, in Iraq la dimensione economica della città, come sistema capace di difendere l’uomo dalle difficoltà geo-climatiche.
 
Altro punto in comune ad entrambe le guerre è quello che il casus belli, che è stato rappresentato da un “falso costruito ad hoc”; da una parte l’incidente nel Golfo del Tonchino e dall’altra la prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa.
 
In entrambi si è sviluppata una resistenza interna che è però molto diversa; la prima - quella in Viet Nam - era prevalentemente marxista e nazionalista, si basava sulla storia e sulla cultura del popolo. Era, come disse il professor Torri, un “fronte nazionale di liberazione e non un fronte di liberazione nazionale”[32]. La seconda - invece - nasce in un cotesto post-baathista e successivo allo sgretolamento del sistema socialista russo, anche se forse bisognerebbe analizzare cosa rappresenta l’islam, da un punto di vista sociologico, per l’uomo e la donna arabo/a nel contesto della globalizzazione. Non solo una religione, ma anche una questione d’identità, di cultura, di socialità e d’aggregazione.
 
Altre differenze; in Viet Nam la resistenza iniziò come guerriglia e poi divenne guerra convenzionale, con la creazione di un esercito regolare. In Iraq è successo l’esatto opposto. Inoltre le strategie militari sono molto diverse. Quella in Iraq è combattuta con nuove tecnologiche armi, che ricalcano l’impianto teorico della distruzione ad ogni costo del nemico, senza però apparire in pubblico, non distruggendo ma dissolvendo il nemico.
 
Certamente sia il livello transnazionale che quello locale sono chiamati in causa in entrambi i conflitti. Ma mentre in Viet Nam si assisteva alla concentrazione - da entrambe le parti della barricata - delle forze, in Iraq le cose sono ben più complicate. Intanto il paese è divisibile in tre aree, sia da un punto di vista culturale, che per ciò che riguarda il conflitto. Il nord è un territorio critico per gli Usa; abitato dai curdi e con un posto di primaria importanza nei piani strategici della Turchia, per i grandi giacimenti petroliferi (il più grande a Kirkuk). L’attacco al PKK, ai villaggi curdi, e l’avanzata dei carriarmati e dell’aviazione di Ankara, va certamente in questa direzione, quella cioè di conquistare un territorio, scatenando una guerra nella guerra; con il pretesto di attaccare i rivoluzionari ed indipendentisti si vuole invece mettere le mani sull’oro nero. Invece il centro del paese, dove si verificano numericamente più attentati, è il terreno di scontro tra le “milizie straniere” (quelle dei guerriglieri non iracheni), la resistenza locale e i due eserciti; quello ordinario iracheno e quello composto da milizie sunnite. Nel sud, infine, prende piede un altro scontro, alimentato dal vicino confine con l’Iran sciita. Anche se l’uomo di Teheran, Muqtada Al Sadr, è stato momentaneamente sconfitto ed obbligato ad imporre alle proprie milizie 6 mesi di tregua, la situazione non pare assolutamente risolta. Non sembra essere stabile tanto che la nuova offensiva del primo ministro Al Maliki contro l’Esercito del Mehdi ha generato combattimenti nel sud (Bassora, Sadr City, ecc.), ma anche al nord e al centro. In pochi giorni si contano già centinaia di morti e feriti[33].  
 
In Viet Nam si combatteva contro l’avanzata del comunismo, in Iraq contro Al Quaida. Anche se gli americani hanno profondamente modificato l’identikit del “terrorista”, passando dal rivoluzionario marxista al soldato-politico-religioso che combatte in ogni luogo la propria guerra personale e collettiva contro l’occidente, quella che spesso i mezzi di comunicazione occidentali chiamano jihad.
 
L’analisi presentata certo non è l’unica, e chiaramente si limita solo ad alcuni aspetti. Ma credo sia fondamentale parlare degli “insegnamenti” della storia e delle valutazioni del presente; quelli cioè derivanti dall’attaccato ad un paese. Il problema a mio avviso, nella storia come nel giornalismo, sta sulla valutazione del presente, in quella che potremmo definire filosofia della storia. Quale metro si deve usare per misurare e descrivere il presente e la storia? Si può ipotizzare che il conflitto sia un evento in contraddizione con il mondo contemporaneo e allora - anche solo da un punto di vista utilitaristico ed economico - Washington ancora non ha capito che il sistema-guerra porta a conseguenze devastanti sotto ogni profilo, all’inflazione e alla crisi economica, alla recessione, alla fame dei popoli e a nuovi conflitti, oltre che ovviamente a migliaia di morti inutili. L’effetto, se in un primo momento sembra sostenere il PIL, ha poi ricadute negative di lunga durata. Se invece c’è una coerenza, una stessa strategia, che unisce repubblicani e democratici, allora per gli Usa la guerra è l’unico rimedio per impedire la caduta verticale. Si teorizza dunque che enduring freedom - come le guerre precedenti e quelle che verranno - sia lo strumento fondamentale per mantenere l’egemonia e il controllo, una pace armata che, come diceva il William Russell, ha le mani coperte di sangue.
 
Note
[1] MARC BLOCH, Apologia della storia, Einaudi, Torino 1950
[2] L’ispiratore e teorico della dottrina del containment fu George Frost Kennan. Truman utilizzò in politica estera questa linea fino al 1949, quando cioè lo stesso Kennan chiarì che non era più possibile negoziare con Mosca. Sull’argomento si legga GEORGE FROST KENNAN, American Diplomacy, 1900-1950, University of Chicago, 1985, GEORGE FROST KENNAN, Realities of American Foreign Policy, Princeton University Press, 1954, GEORGE FROST KENNAN, Memoirs, 1950-1963, Phanteon Editon   
[3] J.B. KIMBALL, To reason why: the debate about the causes of U.S. involvemet in Vietnam war, McGraw-Hill Publisching Compagny, New York 1990, p.57
[4] SEATO ovvero South East Asia Treaty Organization era un accordo tra potenze per un aiuto reciproco sul fronte del Việt Nam. Lo firmarono, oltre agli Stati Uniti, la Francia, e la Gran Bretagna anche la Tailandia, la Nuova Zelanda e l’Australia, le Filippine e il Pakistan. Questo nuovo accordo di guerra fu poi esteso anche il Việt Nam del sud, la Cambogia e il Laos.
[5] A Bandung, in Indonesia, nel 1955, si svolge il primo incontro dei paesi impegnati nella lotta al colonialismo. Si discusse sui termini della decolonizzazione; sia per quanto riguarda la forma, facendo proprio il termine dall’economista francese Alfred Sauvy “Terzo Mondo”, sia per il tipo di liberazione economica, sociale e culturale da attuare. Sull’argomento si legga CALCHI NOVATI, QUARTAPELLE (a cura di), Terzo Mondo addio. La conferenza afro-asiatica di Bandung in una prospettiva storica, Carocci, Roma 2007, KWEKU AMPIAH, The political and moral imperatives of the Bandung conference of 1955, Hardback 2007
[6] Il presidente Eisenhower, in una conferenza stampa il 7 aprile del 1954, rispondendo alle domande dei giornalisti parla dell’effetto domino (falling domino), e ipotizza che con la caduta del Việt Nam, e quindi dell’Indocina, si produrrebbe una “disintegrazione che avrebbe le più profonde conseguenze” sia dal punto di vista economico (cita i giacimenti di stagno e tungsteno, la gomma, l’economia nazionale, ecc.), sia per quello che riguarda l’aspetto politico (milioni di persone vivrebbero il comunismo), che per quello geopolitico (posizione geografia e strategica del paese nel sistema asiatico). DWING EISENHOWER, “Domino Theory Principle” in Pubblic Papers of the Presidents Dwing D. Eisenhower, 1954, p. 381 - 390
[7] La presenza militare americana nel paese aumenta; passa dai 200 uomini nel 1954 ai 2000 nel ’57, ad oltre 4000 nel ’61, ai più di 20000 nel ’64.
[8] ALAIN RUSCIO, Echi da Dien Bien Phu, in Le Monde Diplomatique, luglio 2004
[9] Risoluzione del Golfo del Tonchino (HJ, RES 1145) del 7 agosto 1964
[10] Nel gennaio del 1966 partì un’azione soprannominata “le cinque frecce” (il nome derivava dallo schema di sviluppo dell’impianto militare). Le singole operazioni si chiamavano; Crimp, Van Buren, Double Eagle, Buckskin e Masher. Nell’ottobre del 1966 si svolse l’operazione Attleboro
[11] A gennaio del 1967 si sviluppa nell’area del Loc Ninh l’azione Cedar Falls
[12] Si veda PEPPINO ORTOLEVA, “Le culture del ‘68” e ALBERTO MARTINELLI, “Il movimento studentesco degli Stati Uniti”, in ALDO AGOSTI, LUISA PASSERINI, NICOLA TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, Franco Angeli, Bologna 1991
[13] Primo discorso del presidente Bush sullo Stato dell’Unione dopo l’11 settembre, 29 gennaio 2002
[14] Ibidem
[15] Conferenza stampa di Colin Powell, 4 marzo 2003
[16] Sul concetto di liquidità si veda ZYGMUNT BAUMAN, Vita liquida, Laterza, Roma 2006, sulla questione del nemico nella società contemporanea, ZYGMUNT BAUMAN, La società sotto assedio, Laterza, Roma 2005, e ZYGMUNT BAUMAN, Fiducia e paura nella città, Bruno Mondatori, Milano 2005, e ZYGMUNT BAUMAN, La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999
[17] GEORGE BUSH, 18 giugno 2002
[18] GEORGE BUSH, 30 agosto 2004
[19] Si legga SAMUEL PHILLIPS HUNTINGTON, The clash of civilizations and the remaking of World Order, Simon & Schuster, New York 1996
[20] FRANCIS FUKUYAMA, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, Milano 2003 in edizione inglese FRANCIS FUKUYAMA, The end of the history and the last man, Penguin Books Ltd, London 1993
[21] CHARLES FOURNIAU, Come e perché studiare il Viet Nam coloniale, in Quaderni Vietnamiti n.2, Neos Edizioni, Torino dicembre 2003, p.51
[22] Si vedano nella pubblicazione AA.VV., ENRICO LOBINA (a cura di), Quaderni Vietnamiti. Sud-Est Asiatico scritti italiani, n. 4, Centro Studi Vietnamiti, Torino 2005, ENRICO LOBINA, “Senso della storia, Việt Nam e Sud-est asiatico”, pp.1-19, SANDRA SCAGLIOTTI, “Oltre la cortina di bambù. Spunti di riflessione sul villaggio vietnamita”, pp. 20-29
[23] CARL VON CLAUSEWITZ, Della guerra, Mondatori, Milano 2006
[24] EMILIO SARZI AMADE’ (a cura di), Vo Nguyen Giap. La guerra e la politica, Mazzotta Editore, Milano 1972, p.15
[25] EDWARD HERMAN, Dal Vietnam all’Iraq, Swans, 30 aprile 2003
[26] JOHN PILGER, Hanno le mani coperte di sangue, ZNet, 29 gennaio 2003. p.4
[27] Si veda l’interessante inchiesta svolta da Rai News 24.
[28] HELENA COBBAN, “Nuovissimo manuale del perfetto soldato” in Le Monde Diplomatique, marzo 2007
[29] DAVID GOLD, Bassa occupazione, crescita modesta: le spese militari logorano l’economia, Count Down, n.8 2002
[30] Il miliardario Soros paragonava la fluttazione dei cambi ad una “palla da demolizione” (wrecking ball) e parlava di atteggiamento “da gregge” degli investitori. Si veda GEORGE SOROS, The crisis of global capitalism, New York, Pubblic Affaire, 1998
[31] IMMANUEL WALLERSTEIN, L’analogia con il Vietnam, ZNet, 1 settembre 2007
[32] Intervento del Professor Francesco Torri, Università di Torino, 19 marzo 2008
[33] Rimando agli ultimi articoli apparsi da poco; su Repubblica segnalo i seguenti articoli redazionali: In fiamme l’oleodotto di Bassora del 27 marzo 2008, Iraq: Sadr, si a negoziati ma Maliki lasci Bassora del 26 marzo 2008, Almeno 40 morti in sconti a Bassora, 20 a Sadr City del 27 marzo. Su Il Manifesto: s.d.q., La battaglia di Bassora si estende a Nassiriya, del 29 marzo 2008, Giuliana Sgrena, Guerra a Bassora, cuore del petrolio, 26 marzo 2008, Matteo Bosco Bortolaso, 4000 morti inutili, tranne che per Bush, 25 marzo