www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 01-07-08 - n. 234

da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=69652
 
Dietro la balcanizzazione dell’America Latina
 
di Decio Machado - Diagonal
 
01/07/08
 
Dopo i referendum autonomisti a Santa Cruz, Beni e Pando in Bolivia, è stato aperta la strada ad un progetto di balcanizzazione dell’America Latina che lascia molti interrogativi per il futuro
 
La richiesta autonomista dei prefetti della cosiddetta “mezzaluna” boliviana (Santa Cruz, Beni, Pando y Tarija), che vuole scalzare il potere del presidente Evo Morales, sta seminando pericolosi precedenti nel resto dell’America Latina. In tal modo, l’asse Santa Cruz (Bolivia), Zulia (Venezuela) e Guayaquil (Ecuador), cerca di spaccare il processo d’integrazione regionale. La particolarità di quest’asse autonomista è che quelle stesse regioni sono forti bastioni dell’opposizione ai presidenti Morales, Chávez e Correa. Inoltre, sono regioni ricche di risorse naturali (petrolio e gas) e rappresentano una parte importante del PIL dei rispettivi paesi.
 
Rigoberto Martínez, ricercatore associato della Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali, dichiara a Diagonal: “Tutto questo movimento è il prodotto di una serie d’istituzioni che propiziano il libero commercio in regioni ricche, promuovendo le autonomie come una semplice strategia di destabilizzazione dei governi progressisti e pianificando il controllo delle oligarchie locali sulle risorse naturali”.
 
Zulia, Stato petrolifero
 
L’idea del separatismo circola nello Zulia dal XIX secolo. Oggi, nonostante il paese sia una repubblica unica e indivisibile, i piani secessionisti promossi dall’opposizione, sembrano riprendere posizione nel quadro politico nazionale.
 
Il presidente Hugo Chávez denunciava lo scorso 30 maggio: Lo Zulia è terra di petrolio, di gente allegra e fortunata. Ma bisogna anche ricordare che dietro a tutta questa bellezza geografica, storica e culturale che vi si può incontrare, proprio lì si trova l’epicentro del piano separatista contro il Venezuela, e quel piano si espande verso Táchira e Mérida”.
 
E continuava così: “Seguendo l’esempio della Bolivia, gli oppositori della rivoluzione bolivariana hanno ideato un piano secessionista che ora si estende verso lo Stato di Apure, in quello che hanno chiamato la “mezzaluna venezuelana”.
 
Per il presidente venezuelano, l’intenzione separatista sarà attivata nel caso l’opposizione ottenga governi regionali “strategici” nelle elezioni del prossimo novembre.
 
Il gas secessionista boliviano
 
A parte quanto sta accadendo in Venezuela, è in Bolivia dove i settori autonomisti sono più potenti. Lo scorso 4 maggio a Santa Cruz si è svolta la prima consulta autonomista. Nonostante la vittoria del “sì”, si ricordi che quel referendum è stato convocato fuori dalle regole costituzionali dello Stato e che non ha avuto l’avallo della Corte Nazionale Elettorale boliviana, e neppure dei controlli elettorali.
 
Il primo giugno si sono svolti referendum allo stesso modo in Beni e Pando, con l’obiettivo di convalidare gli statuti redatti dai comitati civici locali. Vari rappresentanti dell’oligarchia di Santa Cruz, come il presidente del Comitato Civico “Pro Santa Cruz”, Branko Marinkovic, si sono recati in queste regioni per appoggiare la causa dell’autonomia.
 
Nelle votazioni svoltasi in Beni e Pando sono stati registrate violenze con feriti. In queste circostanze è stato assassinato con otto proiettili, Carlos Ali, simpatizzante del MAS e oppositore delle consulte autonomiste. Gli scontri sono avvenuti fra chi si opponeva al referendum e il gruppo d’assalto dell’Unione Giovanile di Santa Cruz, questi ultimi percorrevano le strade armati, intimidendo la popolazione.
 
La proposta secessionista del Comitato Civico di Santa Cruz non ha bisogno di commenti:
 
“Saranno sotto il dominio del Dipartimento, della regione o della nazione cui corrispondano, tutte le risorse naturali contenute nel suolo e sottosuolo. Ogni concessione delle stesse ad imprese nazionali o multinazionali sarà di competenza di istanze giuridiche o esecutive a livello del dipartimento regionale”.
 
Secondo Ramiro Vinueza, direttore del giornale ecuadoregno “Opción”, legato al Movimento Popolare Democratico, “...questo regionalismo e localismo reazionario è esacerbato da interessi del capitale finanziario internazionale e dalle multinazionali del petrolio, che pretendono di sostituire il cosiddetto centralismo della capitale boliviana col centralismo delle grandi multinazionali.
 
I separatisti vogliono negoziare con quelle “autorità” le enormi risorse naturali possedute dalla regione, da cui ricaverebbero solo miserabili privilegi, ma assicurerebbero una posizione dominante nei confronti dei popoli poveri e sfruttati”.
 
Guayaquil, capitale dell’opposizione
 
Ai primi di maggio, l’ambasciatore boliviano a Quito, Javier Zárate, ha denunciato che gruppi dell’opposizione stanno coordinando in Ecuador e Venezuela referendum autonomisti come quelli organizzati in Bolivia. A Diagonal il presidente ecuadoregno Rafael Correa ha dichiarato:
 
“Quello che sta succedendo in Bolivia non è un’azione isolata, ha il supporto di paesi stranieri che vogliono destabilizzare la regione, oltre all’appoggio delle elites separatiste di Guayaquil e dello Zulia in Venezuela”.
 
Guayaquil è considerata la città più prospera e popolata dell’Ecuador, bastione della destra che si oppone a Correa e il cui sindaco Jaime Nebot, si propone alla cittadinanza di Guayaquil per il suo progetto di privatizzazione dell’amministrazione pubblica municipale. Il suo progetto autonomista è un piano economico, politico e sociale di carattere locale e non nazionale: cerca di trasformare Guayaquil in una piattaforma d’esportazione di beni e servizi, senza passare dallo Stato centrale.
 
Nell’attualità, Nebot cerca di stabilire con i 25 sindaci esistenti nella provincia di Guayas la formalizzazione di un progetto autonomista che potrebbe estendersi lungo la costa ecuadoregna, includendo nei suoi obiettivi la confinante provincia di Manabí, la cui seconda città più importante è Manta. In questa città si trova la base nordamericana più importante del continente, quella che sarà smantellata a fine del prossimo anno, secondo quanto dichiarato dal presidente Correa, e la cui unica possibilità di sussistenza sarebbe attraverso un processo secessionista o la caduta del governo.
 
Chi finanzia il separatismo?
 
La Bolivia è un buon esempio. L’avvocatessa venezuelana - statunitense Eva Golinger ha dimostrato, appena un mese fa, con i documenti, che il governo degli Stati uniti ha trasferito 120 milioni di dollari all’opposizione dal 2005.
 
Il governo statunitense ha usato vari organismi, fra cui il National Endowment for Democracy (NED) e l’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID).
 
Le motivazioni ufficiali erano finanziamenti contro il narcotraffico. Questa trasmissione di capitali è avvenuta fra organizzazioni di tutti i generi, incluse quelle studentesche, giornalistiche e d’aziende mediatiche, partiti politici, imprenditori e altro. L’obiettivo era preciso: provocare il fallimento dell’Assemblea Costituente. I mezzi ampi: gruppi d’estremisti, movimenti per le autonomie, scioperi “civici”, mobilitazioni permanenti nelle sette regioni del paese, violenza di strada, fino ad appelli per la caduta del governo. Tutto ciò è palpabile nella maggioranza dei media in mano alla destra, ed è caldeggiato da attivi protagonisti politici della dissidenza che spingono verso uno scontro interno e l’intervento esterno.
 
Nel 2007 vi sono stati attentati dinamitardi contro il consolato del Venezuela ed una residenza dei medici cubani a Santa Cruz, senza dimenticare l’intento di attaccare un aereo venezuelano nell’aeroporto di quella città. Tra l’altro, c’è stata una serie d’attentati compiuti da una coppia di statunitensi e la detenzione di una funzionaria USA che portava con sé casse di munizioni per la sua sede diplomatica, secondo la spiegazione ufficiale dell’ambasciata.
 
Nel mese d’aprile, prima del referendum, gli USA hanno erogato in varie regioni boliviane, attraverso l’USAID e le imprese Casals & Associates, ben 13,3 milioni di dollari a 379 organizzazioni della “società civile”, partiti dell’opposizione e progetti separatisti.
 
CONFILAR: Un progetto secessionista in un continente in trasformazione
 
La Confederazione Internazionale per la Libertà e l’Autonomia Regionale (Confilar) è stata creata il 19 settembre 2006 a Guayaquil (Ecuador), ed ha come missione, da quanto si evince nel suo atto di fondazione, “diffondere in America Latina e nel mondo, l’ideologia di libertà e autonomia mediante fori, corsi, stage, seminari, conferenze e altri mezzi di diffusione”.
 
La Confederazione ha dato esplicito appoggi ai quattro dipartimenti “autonomi” boliviani (Santa Cruz, Tarija, Beni y Pando).
 
L’iniziativa è stata di Alberto Mansueti, vicepresidente del “Movimiento Rumbo Propio para el Zulia” e direttore della “Conferenza Liberale Ispanoamericana”. Durante l’evento è stato designato come presidente della Confilar, Carlos Dabdoub, ex candidato alla vicepresidenza della Bolivia e segretario dipartimentale dell’Autonomia e Costituente del governo di Santa Cruz. Segretario generale è stato nominato José Luis Tapia. Tapia è membro dell’Istituto della Libera Impresa e direttore esecutivo della Conferenza Liberale Ispanoamericana, riceve donazioni su un conto bancario in Georgia, Stati Uniti, a tra i suoi “assessori accademici” ci sono due noti ideologi della destra latinoamericana come Carlos Alberto Montaner, ricercato per attività terroristiche a Cuba, e Álvaro Vargas Llosa, direttore del Centro Prosperità Globale dello Independent Institute degli USA.
 
La sua creazione è stata sottoscritta da organizzazioni di Bolivia, Ecuador, Guatemala, Perú e Venezuela, ed è stata scelta Santa Cruz quale città in cui svolgere il secondo incontro, quello del settembre 2007.
 
Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, lo scorso 3 maggio in un suo messaggio radio ha denunciato gli intenti separatisti che questa Confederazione promuove in Bolivia, spiegando che le sue azioni sono sostenute dalle elite di Guayaquil e dello Zulia, in Venezuela. Correa ha anche precisato che è finanziata da gruppi che cercano di creare dei problemi ai governi progressisti e scatenare la balcanizzazione dell’America Latina.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR