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L’obiettivo dell’Unione Mediterranea: addomesticare gli arabi
 
Abd al-Bari Atwan, traduzione di UNIMED
 
17 luglio 2008
 
Numerosi fattori condivisi accomunano i paesi delle due sponde del Mediterraneo, a cominciare dall’olio d’oliva, dalle spiagge soleggiate e dal colorito olivastro dei suoi abitanti, per finire con una storia piena di guerre e di invasioni, ora provenienti da nord (l’impero romano ed il colonialismo moderno) ora da sud (le conquiste musulmane in Spagna), ora nate dall’oriente (gli ottomani che giunsero alle porte di Vienna) ora dall’occidente. Civiltà e imperi furono fondati sulle rovine di quelli che li avevano preceduti.
 
Il dialogo fra i popoli del Mediterraneo e fra i loro condottieri è avvenuto il più delle volte con la spada, e le cose sono andate avanti in questo modo fino alla metà del secolo scorso, quando la sponda meridionale e quella orientale del Mediterraneo furono assoggettate al colonialismo francese, britannico e italiano. Oggi si affaccia all’orizzonte un tentativo di 'cambiare gli strumenti’ al fine di realizzare gli stessi obiettivi in una maniera che potrebbe sembrare più civile, all’apparenza.
 
Il presidente francese Nicolas Sarkozy, con il suo invito rivolto ai leader di 35 paesi, vuole porre le basi di un nuovo raggruppamento politico ed economico all’ombra della sua leadership: l’Unione per il Mediterraneo. Egli afferma che l’obiettivo principale che sta dietro questo progetto è quello di rinsaldare i rapporti fra questi paesi, in base ad una nuova visione. Tuttavia, l’agenda nascosta dell’iniziativa di Sarkozy può essere riassunta nel desiderio di quest’ultimo di rafforzare la leadership della Francia in Europa, di ristabilire l’antico ruolo francese nell’area mediterranea arabo-islamica – ed in particolare in Nordafrica – e di integrare in maniera indiretta Israele nell’area mediterranea e mediorientale, legittimandone la presenza e normalizzando i suoi rapporti con i paesi arabi mediterranei che finora hanno esitato a muovere passi in questa direzione.
 
Sarkozy vuole rafforzare il ruolo del suo paese a livello regionale, europeo e mondiale, rivolgendosi a sud, dove si trovano le antiche colonie francesi, allo stesso modo in cui il cancelliere tedesco Angela Merkel ha rafforzato il ruolo e il prestigio della Germania in Europa rivolgendosi a est, verso i paesi dell’Europa orientale, aprendo loro le porte dell’Unione Europea.
 
I paesi arabi, ed in particolare quelli del Maghreb, che hanno fallito clamorosamente nel loro tentativo di riunirsi in un raggruppamento regionale che tutelasse gli interessi dei loro popoli, sono stati i più rapidi ad accettare l’invito dello 'zio francese’ a prendere parte all’Unione Mediterranea, nella speranza di ricavarne qualche vantaggio, confermando così un complesso profondamente radicato, quello della "debolezza del colonizzato di fronte al colonizzatore".
 
In particolare, se i paesi del Maghreb hanno fallito fra di loro – pur essendo composti da popoli fra loro omogenei, pur credendo in un’unica fede, pur avendo una storia comune di asservimento al colonizzatore proveniente da nord – e non sono riusciti a stabilire fra loro una cooperazione, a realizzare l’integrazione, ad abolire le barriere doganali, a trattare con i paesi vicini come un blocco unico, riusciranno, invece, questi stati ad integrarsi in una nuova entità economica e politica, insieme a paesi e popoli che li ritengono inferiori e che li considerano la fonte di tutti i mali, dall’immigrazione clandestina al terrorismo?
 
Noi siamo a favore di qualsiasi rapporto di cooperazione fra i paesi del Mediterraneo meridionale ed orientale e i paesi del Mediterraneo settentrionale, a condizione che tale cooperazione avvenga su una base di parità e salvaguardi gli interessi condivisi di entrambe le parti, senza alcuna forma di supremazia e senza ridar vita ad un rapporto fra 'padrone e schiavo’. Tuttavia, ciò a cui assistiamo attualmente è il riproporsi di una visione egemonica europea che guarda ai paesi del sud come a un enorme serbatoio da sfruttare a livello commerciale e umano, e come ad un’occasione d’oro per spartirsi i relativi profitti.
 
Di fronte a queste affermazioni, vi è chi obietta che rivolgersi a nord e rafforzare la cooperazione con l’Unione Europea significa aprirsi a riserve di investimenti e di tecnologia, ed approfittare di conoscenze scientifiche moderne in tutti i campi. Questo è vero, ma allo stesso tempo non sarà concesso, poiché i finanziamenti sono sempre condizionati alle riforme interne a livello politico ed economico, al rispetto dei diritti umani, alla creazione di uno stato di diritto basato su istituzioni democraticamente elette, all’insegna della trasparenza e della libertà, e assoggettate a strumenti di controllo, ad una costituzione salda, e ad una magistratura indipendente. Si tratta di condizioni che non sono soddisfatte dalla maggior parte dei paesi arabi mediterranei, sia nel Levante arabo sia nel Maghreb, con l’eccezione del Libano.
 
Ci auguriamo che questi paesi, i cui leader stanno accorrendo a Parigi per prendere parte al banchetto mediterraneo di Sarkozy, guardino all’esperienza turca e ne traggano la dovuta lezione. La Turchia si è tolta il velo e la barba, ha abrogato le leggi islamiche, compresa la pena di morte, ha fondato vere istituzioni democratiche, ha realizzato un progresso economico molto più rapido di molte economie europee, ma malgrado tutto questo sta ancora mendicando un posto nell’Unione Europea – ed essa aveva aderito molto presto alla NATO, mentre molti paesi dell’Europa orientale, che sono stati ammessi recentemente al club europeo, erano ancora membri del Patto di Varsavia.
 
E’ paradossale che Sarkozy, e prima di lui Mitterand, Chirac e Giscard d’Estaing, siano (o siano stati) fra i maggiori oppositori all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, e che oggi Sarkozy – il più accanito fra questi oppositori – voglia chiudere definitivamente la porta in faccia alla Turchia, aprendo la 'finestra’ dell’Unione Mediterranea.
 
L’Europa ha bisogno dei paesi arabi e dei paesi islamici (Turchia e Albania) del Mediterraneo più di quanto questi ultimi abbiano bisogno di lei. Questi paesi, che costituiscono quasi la metà dei paesi mediterranei, rappresentano degli enormi mercati per i prodotti europei, e possiedono grandi riserve di petrolio e di gas (Libia e Algeria) di cui l’Europa ha bisogno, e di cui non può fare a meno. Per di più, dai paesi arabo-islamici dipendono due aspetti che rappresentano una grave minaccia per la stabilità dell’Europa: l’immigrazione e il terrorismo. Senza una seria cooperazione in tale ambito da parte di questi paesi, l’Europa rischia di scivolare nel caos.
 
E’ triste notare come nessuna di queste importanti carte da giocare, in mano ai paesi arabo-islamici del Mediterraneo, sia riuscita a porre Sarkozy e gli altri leader europei nella posizione di dover scegliere fra questi paesi e lo stato ebraico, e come, al contrario, i leader di questi paesi si rechino umiliati e sottomessi a Parigi, e si accingano a sedere allo stesso tavolo con Shimon Peres, il presidente di Israele, e Ehud Olmert, il suo primo ministro. E non ci stupiremmo se essi dovessero scambiare strette di mano e sorrisi con questi ultimi.
 
Dodici paesi arabo-islamici del Mediterraneo su un piatto della bilancia, e soltanto Israele sull’altro. Dov’è la parità di cui si parla, all’interno della nuova Unione Mediterranea, e quale proficua cooperazione è possibile instaurare alla luce della smaccata parzialità a favore di uno stato che occupa i territori di almeno altri tre paesi membri (Palestina, Libano e Siria), che commette massacri quotidiani ai danni dei loro popoli, e che ha inviato le proprie forze armate a distruggere la capitale di uno di essi (il Libano) appena due anni fa?
 
Mentre Sarkozy festeggia la nascita della sua nuova creatura mediterranea, i libanesi – e con loro tutti gli arabi – commemorano proprio in questi giorni il secondo anniversario dell’aggressione israeliana al loro paese, e visitano le tombe dei loro cari disintegrati dalle bombe e dai missili israeliani.
 
L’adesione di Israele a questo nuovo raggruppamento regionale deve essere condizionata alla fine della sua aggressione, al suo ritiro da tutti i territori arabi occupati, ed all’applicazione delle risoluzioni della legalità internazionale. La sua adesione incondizionata va invece respinta, e costituisce un disonore per il paese promotore di questa iniziativa e per i paesi invitati.
 
La sventura maggiore, della cui entità i leader arabi che prenderanno parte alle celebrazioni dei prossimi due giorni non si rendono ancora conto, si verificherà quando, un dato giorno, essi si risveglieranno con Israele alla presidenza di questo nuovo organismo mediterraneo. La presidenza è infatti periodica e bipartita: un presidente europeo, ed un presidente arabo. Ciò significa che il diritto di Israele alla presidenza è legittimo da un punto di vista giuridico. Ma in quel momento cosa faranno i leader arabi, a cominciare dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, passando per il presidente egiziano Hosni Mubarak, e finendo con il presidente siriano Bashar al-Assad?
 
Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano "al-Quds al-Arabi"