www.resistenze.org
- osservatorio - mondo - politica e società - 05-09-08 - n. 240
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR
Consumo e compassione
di Santiago Alba Rico - La Calle del Medio (Cuba)
05/09/2008
L’8 agosto del 2007, sette pescatori tunisini hanno salvato 44 naufraghi nelle acque del Mediterraneo e li hanno portati nell’isola di Lampedusa, in Italia, a poche miglia da dove si trovavano. Lì i salvatori hanno avuto quello che si meritavano: sono stati incarcerati 32 ore, ed ora attendono il risultato di un processo che potrebbe condannarli fino a 15 anni di carcere per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Le leggi del mare e dell’umanità obbligano a soccorrere il prossimo: le leggi della UE lo proibiscono e castigano la compassione.
In verità la compassione non è nemmeno necessario proibirla. Alla fine del mese di luglio un’immagine terribile ha fatto il giro del mondo. Era la fotografia di due bagnanti italiani, seminudi sulla sabbia di una spiaggia napoletana, che bevevano e mangiavano placidamente a pochi metri dai cadaveri di due adolescenti zingari che erano morti affogati di fronte a tutti, senza che fossero soccorsi da nessuno. Le cose stanno così, i compassionevoli li si manda in prigione, gli indifferenti li si ricompensa con cibo, bibite ed ogni tipo di paccottiglie.
Perché non è l’ignoranza o la paura che impedisce di reagire di fronte al dolore del prossimo; è che il dolore del prossimo, in ogni modo, ci fa piacere.
Ancora in Italia, ancora alla fine di luglio, centinaia di visitatori facevano la coda in un luna-Park di Milano per avere in cambio di un solo euro un’esperienza estrema a basso costo: una finta esecuzione in cui un manichino - molto realistico - si contorceva e urlava, fumante, incatenato a una sedia elettrica. Padri e madri, gioiosi, condividevano lo spettacolo con i loro figli, e il proprietario della macchina esultava vedendo aumentare di minuto in minuto i suoi guadagni.
Si dirà che si trattava di una simulazione innocente e che nessuno moriva davvero arrostito; ma è certo che ciò che provava lo spettatore non era il sollievo per il fatto che in realtà non ci fosse nessun uomo seduto su quella sedia, ma il fatto che sembrasse proprio così. Quindi il desiderio inconscio che così fosse, o la disillusione che fosse tutto finto.
In Iraq, i torturatori statunitensi nella prigione di Abu-Ghraib si facevano fotografare ingenuamente vicino alle loro vittime irachene imitando proprio i visitatori di Disneyland (o delle Piramidi). Sabrina Hartmann, l’angelico sergente assassino, non era niente di molto diverso dalle madri e dai bimbi di Milano. La sua purezza terrificante, frivolmente turistica, non esprime la malvagità umana né gli orrori senza tempo della guerra; piuttosto mette in luce l’infantilismo crudele di una società definita di “consumo”, in cui uno non può mangiare cioccolatini a Madrid senza riprodurre la schiavitù dei 284.000 bambini schiavi che raccolgono cacao in Africa Occidentale, e in cui, contemporaneamente, l’immagine di un’esecuzione o una scena di tortura produce lo steso piacere di un cioccolatino. Non c’è nessuna differenza, o ve n’è molto poca, fra i torturatori in Iraq e i visitatori del luna-Park di Milano; il fatto è che le camere di tortura e i parchi di divertimento tematici sono triviali esperienze di consumo capitalista, integrati in un orizzonte comune, lo dimostra il fatto che gli occupanti che hanno distrutto l’Iraq, ora sulle sue rovine, nel centro di Bagdad, stanno per costruire una filiale di Disneyland, in modo che i figli dei torturati e scomparsi possano consumare divertimento made in USA.
Se ci pensiamo bene, l’indifferenza dei bagnanti italiani, con i loro sandwich in mano, è molto simile a quella di coloro che nel Terzo Mondo muoiono d’inedia, senza un urlo, disinteressati a tutto ciò che non sia pura sopravvivenza biologica. La carestia estrema e l’estrema abbondanza producono gli stessi sintomi: la necessità del cannibalismo e il disprezzo per tutti i legami umani.
Per eliminare la compassione non c’è bisogno di leggi e di carceri; dopo la fine della seconda guerra mondiale l’Europa e gli USA si sono dedicati - paradosso capitalista - ad alimentare la fame dei loro cittadini, trasformando tutti gli oggetti in merci, cioè in cose da magiare che eccitano, e non calmano l’appetito. Nessun etiope, nessun haitiano, ha mai avuto tanta fame come un consumatore medio occidentale: non ci mangiamo solo il pane e la carne, ma anche le automobili, le lavatrici, i telefoni cellulari, i corpi, i monumenti, i paesaggi, le immagini, ad una velocità che lascia fuori ogni piacere che non abbiano a che fare con la distruzione immediata (ed ciò che etimologicamente vuole dire la parola “consumo”). Questo è già un modello universale e modella le teste di tutti, inclusi - o soprattutto - quelli che non possono accedere al mercato.
Per mangiarsi un mango o una bistecca bisogna distruggerli; per amare un corpo, un bambino, un quadro, un libro, un albero, bisogna conservarli. In Spagna ci sono più telefoni cellulari che abitanti e gli spagnoli cambiano modello ogni sei mesi; ogni sei mesi muoiono 200.000 congolesi per estrarre il coltan necessario per fabbricarli. Ma una madre aspetta nove mesi per la gestazione di un bimbo; un innamorato ha bisogno di anni per esplorare il corpo dell’amata; un poeta ha bisogno di decenni per fare una metafora; un popolo impiega secoli per costruire una storia; e un dio qualunque occupa millenni per costruire un mondo. Distruggere un mango con i denti è molto gradevole, soprattutto quando lo di fa in compagnia; ma distruggere in solitudine - con gli occhi e il portafoglio - i vestiti, gli elettrodomestici, le case - sempre più in fretta, sempre più in fretta - non produce piacere: produce solo fame. E la fame è incompatibile con la civiltà.
I soldati di Abu-Ghraib non si sono formati nell’esercito ma a Disneyland; i bagnanti di Napoli e i visitatori del luna-Park di Milano non si sono formati in guerra ma davanti alla televisione e nei centri commerciali. Per questo, quella gente tanto normale è tanto pericolosa.