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- osservatorio - mondo - politica e società - 27-10-08 - n. 247
Un nuovo 12 ottobre
di Carlos Mamani Condori
23/10/08
E’ passato il tempo in cui il 12 ottobre [ricorrenza del 12 ottobre 1492 NdT] era festeggiato come il “Giorno della Razza”, e in cui gli indios erano obbligati, con cinismo, a festeggiare omaggiando Cristoforo Colombo. Il genocida veniva ricordato come un eroe, un padre fondatore della nazionalità.
La prima generazione dei leader indios (Constantino Lima, Salvador Palomino…) che ebbero la possibilità di condividere il loro pensiero nell’ambito di una sollevazione continentale, denunciò il colonialismo degli stati latinoamericani; i programmi di acculturazione e assimilazione dell’indigenismo allora furono definiti un vero etnocidio, una forma più sottile di genocidio.
La resistenza al colonialismo fu identificata come il paradigma delle lotte indigene, l’indianità affrontò con coraggio e chiarezza di pensiero il compito della decolonizzazione, e si prese in considerazione la necessità della presa del potere.
Nel decennio degli anni 70’ i popoli si diedero al compito febbrile dell’organizzazione, costruendo le storiche organizzazioni indigene nazionali del continente. Il popolo organizzato divenne protagonista di ribellioni e blocchi stradali per sensibilizzare i gruppi di potere (i bianchi) sull’esistenza di popoli e culture diverse dalla creola ispanica. L’organizzazione ha contribuito alla crescita della coscienza, che a sua volta ha richiesto la costruzione della memoria storica: Chi siamo? Dove andiamo? Inizi degli anni 90’, vigilia dei 500 anni di resistenza, si forma il paradigma indio della ricostruzione. L’invasione, il colonialismo, si sono espressi mediane la distruzione dell’unità politico territoriale. Il Tawantinsuyu fu squartato come il corpo di Tupa Amaru Inka, e il destino del Qullasuyu non fu diverso. Francisco del Toledo, il viceré colonizzatore, lasciò in piedi solo la marka/llaxta trasformandolo in un paese di confine. Dopo l’indipendenza, i creoli presero d’assalto l’area per impossessarsi delle terre delle comunità e per sottomettere definitivamente gli indios. La decolonizzazione non poteva avere altra strada che quella della ricostruzione, come nel mito di Inkarri (re Inka) la testa si unisce al corpo per creare pachakuti, la società indigena ristabilisce le sue istituzioni sociali: lo ayllu come cellula che ricostruisce il tessuto sociale.
Ora i popoli indios si ribellano per tutta l’estensione del continente col fine di ricostituire le loro istituzioni politico-territoriali, il diritto all’autogoverno come unica via di preservare la loro unità, cultura, identità. A Sud il popolo mapuche è diventato il simbolo della lotta per la ricostituzione del suo territorio e al nord i popoli indios della Colombia attraverso l’Organizzazione Nazionale Indigena Colombiana (ONIC) sono impegnati nel difendersi da un governo nemico dei diritti dei popoli autoctoni riconosciuti dalla legislazione nazionale e dai trattati internazionali. Intanto, in Bolivia e Ecuador il riconoscimento costituzionale dei diritti dei popoli indigeni richiede strategie di unità e capacità di tolleranza a fronte delle provocazioni razziste, come quella del massacro avvenuto l’11 settembre a El Porvenir. Quest’anno il 12 ottobre è servito ai popoli colombiani per cominciare la Resistenza Indigena e Popolare, mentre in Bolivia il 13 ottobre le organizzazioni contadine indigene cominciavano una marcia che è terminata oggi a La Paz, per la celebrazione della legge che vara il Referendum con cui si potrà approvare la Nuova Costituzione Politica dello Stato. Il 24 ottobre, a Santa Cruz de la Sierra si ritroveranno le organizzazioni nazionali del continente in solidarietà col Presidente Evo Morales, anima del processo di cambiamenti che sta portando avanti. Il giorno della Razza si sta dimenticando. I popoli, le nazioni indigene sono in marcia per i loro obiettivi: la ricostituzione. Da Nord a Sud, noi popoli indigeni, voltiamo pagina.