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- osservatorio - mondo - politica e società - 07-11-08 - n. 249
Rassegna di imperialismo umanitario
Critiche oneste e lucide per la sinistra occidentale
di Pascual Serrano - Le Monde Diplomatique
05/11/2008
Negli ultimi anni, parte delle forze progressiste internazionali hanno equiparato gli interventi umanitari con la solidarietà che tradizionalmente caratterizza la sinistra. Questo libro, del belga Jean Bricmont, si occupa di smantellare quest’idea con una lucidità agghiacciante. Al fine di esercitare ingerenze militari, il potere usa qualunque tipo di argomenti.
Ad uso e consumo della popolazione meno politicizzata e all’oscuro della politica internazionale, viene agitato lo spauracchio del terrorismo o di armi distruttive in mano a pericolosi dittatori. Alla élite ed agli intellettuali, invece, le azioni militari vengono presentate come interventi umanitari che legittimano l’ingerenza. Pertanto, buona parte dell’etica della sinistra contempla la necessità dell’esportazione della democrazia e i diritti umani attraverso gli interventi militari del primo mondo, riducendola al relativismo morale e all’indifferenza per la sofferenza. Sicché finisce con l’essere proprio questa sinistra ad interiorizzare “l’ideologia della guerra umanitaria come un meccanismo di legittimazione”.
Eppure basta ricordare la legislazione internazionale, lo stesso preambolo della Carta delle Nazioni Unite che stabilisce la priorità di “preservare le future generazioni dal flagello della guerra”, per cui è fondamentale il “rispetto della sovranità nazionale e la non ingerenza nelle questioni interne degli altri Stati”. Evidentemente, il primo passo della guerra è inviare un esercito in un altro paese senza il consenso di quest’ultimo. E’ un errore ritenere che vi siano governi buoni (che possono invadere) e cattivi (che meritano di essere invasi e destituiti). Accettando questa opzione, cioè l’invasione legittima, autorizziamo la legge del più forte.
Il Brasile (democratico come gli USA) invaderebbe l’Iraq per instaurare la democrazia? Accetteremmo che la Siria bombardasse in modo preventivo Israele? Ricordiamoci che la Siria è già stata attaccata varie volte da Israele, quindi un suo attacco preventivo sarebbe fondato.
Non dimentichiamoci che il potere si è sempre presentato come altruista. Dire che si bombarda la Yugoslavia per impedire la pulizia etnica, che si invade l’Afghanistan per difendere i diritti delle donne o si occupa l’Iraq per portare la democrazia e liberare il paese da un dittatore, non è molto diverso dal discorso della Santa Alleanza per reprimere le idee illuministe che ispirarono la Rivoluzione Francese, o quello di Hitler che invase i Sudeti cecoslovacchi per difendere la minoranza tedesca. Sembra che questa sinistra dal fervore internazionalista umanitario dimentichi che in tempi recenti l’interventismo occidentale (vale a dire quello statunitense) è quello che ha appoggiato Suharto contro Sukarno, i dittatori guatemaltechi contro Arbentz, Somoza contro i sandinisti, i generali brasiliani contro Goulart, Pinochet contro Allende, l’apartheid contro Mandela, lo Sha contro Mossadech e i golpisti venezuelani contro Chavez.
Il cinismo interventista è arrivato così lontano da presentarsi come la difesa della democrazia.
Ma se si trattasse davvero di democrazia, si dovrebbero ascoltare le costanti condanne dei paesi non allineati, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale. Si veda il caso di Cuba, il cui embargo è costantemente condannato da tutti i paesi delle Nazioni Unite. Se per democrazia intendiamo ascoltare l’opinione pubblica, qui abbiamo un esempio di come applicarla senza l’invio di soldati.
Paragonare gli interventi attuali, per umanitari e democratici che sembrino, con gli esempi storici di internazionalismo come furono le Brigate Internazionali durante la Guerra Civile è, secondo Bricmont, una terribile sciocchezza. Quando noi oggi diciamo: “dobbiamo intervenire per…”, non è che andiamo sul posto fisicamente come fecero valorosamente e generosamente quei brigatisti, ora il “noi” significa dire che ci andranno le forze armate dei paesi potenti. Non si può confrontare l’interesse per la democrazia dei brigatisti internazionali, con quelli dell’US Air Force, come la storia di quest’esercito dimostra. E poi è ben diverso il valore in campo; i brigatisti diedero la vita, noi diciamo che bisogna intervenire seduti comodamente nel sofà di casa nostra.
Secondo l’autore, vi è poi un'altra importante differenza tra l’internazionalismo proletario e l’attuale umanitarismo interventista. Allora c’erano interessi comuni tra i movimenti sindacali, anarchici, comunisti o socialisti, che ritenevano di dover far fronte comune fra lavoratori contro un nemico comune. Ma ora, “in termini di obiettivi politici, cosa hanno in comune la sinistra con il Dalai Lama, con l’Esercito di Liberazione del Kosovo [UCK], con i separatisti ceceni, con Natan Sharansky e Vaclav Havel?”. Tutti questi hanno avuto l’appoggio della sinistra occidentale. D’altro canto, nel caso di una solidarietà materiale protagonista e diretta, si può controllare lo sviluppo di quest’intervento, appunto come capitava con le Brigate Internazionali, ma i difensori dei diritti umani via intervento militare, “non hanno influenza, neppure moderata, sulla forza che appoggiano, cioè l’esercito degli Stati Uniti”.
Un altro errore è pensare che una società democratica sia garanzia che la sua presenza militare in altri paesi sia rispettosa dei diritti umani. Dai tempi del colonialismo ad oggi, le invasioni seguite dall’uso della tortura e da quel campo di concentramento che è Guantanamo, ha dimostrato che non è vero. Frequentemente si richiama il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale come esempio di passività di fronte alle dittature, una storia da cui dovremmo imparare la lezione secondo cui la pacificazione non è sempre valida. Ma quello che accadde con l’espansionismo nazista non corrisponde a ciò che permettiamo oggi, ossia che un paese invada con l’argomentazione altruista che lo fa per proteggere certe nazionalità minoritarie. Le Nazioni Unite sono state create apposta, per impedire la guerra di tutti contro tutti in nome della difesa di minoranze etniche.
L’errore di fondo è crederci superiori, tanto da crederci in diritto di violare la carta fondativa delle Nazioni Unite ed ignorare la sovranità dei paesi. E’ vero che i diritti umani sono un valore universale, ma esigiamo dai paesi del Terzo Mondo il rispetto di quegli stessi diritti umani che noi non rispettavamo quando eravamo al loro stesso livello di sottosviluppo. Non riusciamo a capire che la corruzione poliziesca non può sparire se la polizia non guadagna abbastanza da vivere, né smetteranno le coltivazioni illecite se i contadini muoiono di fame coltivando mais, o che la mancanza di libertà di stampa è irrilevante per chi non sa né leggere né scrivere ed ogni giorno muoiono migliaia di bambini per denutrizione.
Tutto ciò, che fino a qualche decennio fa era ovvio, la sinistra se l’è dimenticato, il che suppone una vittoria del concetto neoliberale dei diritti umani. Gli intellettuali occidentali non smettono di ripetere che le nazioni del Terzo Mondo devono risolvere i loro problemi come si fa nel mondo sviluppato, senza capire che questa situazione di sottosviluppo dovrebbe essere confrontata con quella europea e statunitense che esisteva un tempo. Così lo sviluppo cinese (sfruttamento lavorativo, lavoro infantile..) è lo stesso che esisteva in Inghilterra ai tempi di Dickens. Dimentichiamo che la nostra ricchezza, confort e democrazia si basano, in primo luogo, su di uno sfruttamento di risorse naturali che non può essere imitata nel resto del mondo. Vogliamo che la Cina rispetti i diritti umani come noi, ma ci stupisce che consumi tanto latte e cereali come facciamo qui, perché destabilizza il mercato mondiale. Inoltre, dimentichiamo che nessuna delle violazioni e degli abusi del Terzo Mondo possono essere confrontati con la crudeltà di ciò che hanno fatto i paesi ricchi all’epoca del colonialismo.
Lo stesso vale quando questi intellettuali di sinistra vogliono porsi al di sopra del bene e del male con le loro posizioni equidistanti del tipo: “Né Milosevic né la NATO”, “Né Saddam né Bush”, quando l’unica cosa da fare è denunciare la violazione della legalità internazionale da parte di una potenza che invade. Jean Bricmont ritiene che volersi collocare al sopra delle parti è solo una dimostrazione di buone intenzioni senza un vero impegno, per evitare di sbagliare, a costo di non offrire nessuna alternativa concreta per il mondo reale.
“Ovviamente, se non facciamo nulla che possa avere qualche effetto sulla realtà, così non correremo nessun rischio ed eviteremo che ci accusino di appoggiare Stalin o Pol Pot”. E da questa morale così immacolata e così incapace, la sinistra si permette di trovare dei difetti in un Chavez vociferante, in un Castro protagonista o in un Lula troppo moderato, e questo capita con qualsiasi governante che si trovi a dover, necessariamente, tenere i piedi per terra.
L’autore propone in alternativa a questa posizione opportunista, “difendere il diritto internazionale contro l’egemonia statunitense”. Quando gli intellettuali di sinistra esprimono pubblicamente il loro appoggio, non si sa bene in che cosa consista quell’appoggio, non si differenzia tra appoggio passivo ed attivo. Siccome “la maggioranza di noi non ha né armi né segreti da dare alla causa con cui simpatizziamo”, il nostro “appoggio” è tutto sentimentale, immeritevole e meschino come quello del tifoso di calcio che tifa con una birra in mano a casa sua.
Questo costume viene dai tempi dell’Internazionale Comunista, quando c’era un centro rivoluzionario che ascoltava e diffondeva le nostre opinioni fino all’altro capo del mondo, qualcosa che oggi non c’è più.
Secondo Bricmont, “un minimo di modestia dovrebbe farci comprendere che appoggiare una resistenza che non ci costa niente non è tutto, perché in realtà è quella resistenza che sostiene noi. Dopo tutto, questa resistenza è molto più effettiva bloccando l’apparato militare statunitense, almeno temporaneamente, che i milioni di manifestanti che hanno marciato pacificamente contro la guerra e che, sfortunatamente, non hanno potuto né fermare i soldati né le bombe dei loro stessi governi.” Per l’autore è chiaro che il suo non è un discorso per rimanere a casa “a coltivare il nostro giardino”. Perché la gente che critica il fatto che non siamo intervenuti in Ruanda, dove circa 8.000 persone sono morte in cento giorni, non si sente responsabile di fronte al fatto che lo stesso numero di persone muore in Africa ogni giorno, tutto l’anno, a causa di malattie relativamente facili da curare? C’è una differenza tra intervento e cooperazione, e per cambiare la nostra mentalità ci vorrebbe più modestia e meno arroganza. La nostra superbia ci fa pensare che il primo mondo può aggiustare tutti i conflitti del globo, da qui il dilemma che in Iraq la situazione ci suggerisca l’uscita delle truppe occupanti. “Sarebbe molto più realista ammettere che non abbiamo soluzioni ai problemi, e che di conseguenza, la migliore cosa che possiamo fare è non immischiarci”. L’opzione più raccomandata sarebbe “cooperazione pacifica, non ingerenza, rispetto della sovranità nazionale e soluzione dei conflitti mediante la mediazione dell’ONU”.
La conclusione è che “l’ideologia dell’intervento in nome dei diritti umani è stato lo strumento perfetto per distruggere i movimenti pacifisti e i movimenti antimperialisti”. Le organizzazioni per i diritti umani, prima di queste invasioni, chiedono che si rispettino le leggi della guerra, invece di denunciare l’illegalità dell’invasione. E’ un po’ come se chiedesse ai violentatori di usare il preservativo.
Ma nonostante le dure critiche, la conclusione del libro esprime una speranza. I media e gli intellettuali dominanti non sono poi così potenti, hanno perso il referendum della Costituzione Europea in Francia, hanno perso ogni elezione in Venezuela e negli USA non sono riusciti ad impedire che la maggior parte della popolazione si opponesse all’invasione dell’Iraq.
Basta constatare la facilità con cui gli Stati Uniti fecero cadere Mossadeqh o Arbentz negli anni cinquanta con quello che sta succedendo in Iraq oggi, per non dire nulla di Venezuela e Iran.
Non resisto, devo riportare il paragrafo finale: “Tutti quelli che preferiscono la pace al potere, e la felicità piuttosto che la gloria, dovrebbero essere grati ai popoli colonizzati della loro missione civilizzatrice: liberandosi dal giogo hanno reso gli europei più modesti, meno razzisti e più umani. Speriamo che il processo continui e che gli USA siano costretti a seguire la stessa via. Quando la nostra causa è ingiusta, la sconfitta può essere liberatoria”.
Jean Bricmont. “Imperialismo Umanitario. L’uso dei Diritti Umani per vendere la guerra”
El Viejo Topo. Barcellona 2008.