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Gaza: per il diritto e la giustizia internazionale
di Fabio Marcelli [vicesegretario associazione internazionale dei giuristi democratici]
23/01/2009
Per vari, interminabili giorni, le forze armate israeliane, dotate di armamenti sofisticati e micidiali, alcuni ancora in fase di sperimentazione, si sono accanite contro la popolazione di Gaza, causando la morte, secondo il Palestinian Center for Human Rights, di 1.285 persone, delle quali 1.062 civili, fra cui 280 bambini.
Motivazione ufficiale di tale attacco è stato il lancio di alcuni missili dal territorio di Gaza a quello israeliano. Secondo vari osservatori, però, l’attacco era da tempo pianificato e fa parte di un progetto di pulizia etnica complessiva della popolazione palestinese. Sempre nell’ambito di tale progetto sarebbe ricompreso il blocco ermetico del territorio, che non ha permesso per lungo tempo neanche l’arrivo dei beni di prima necessità.
Secondo gli stessi osservatori colpisce il cinismo del governo israeliano, che ha scelto con cura i tempi dell’offensiva, avendo riguardo da un lato agli ultimi giorni della nefasta presidenza statunitense di George W. Bush e dall’altro all’incombere delle elezioni israeliane, nelle quali punta ad affermarsi la destra oltranzista del Likud a spese dell’attuale coalizione Kadima-Laburisti. Le scelte fatte da quest’ultima parrebbero quindi rappresentare un compromesso, inaccettabile per i suoi esiti, con le posizioni oltranziste espresse dalla destra che, in alcune sue componenti, come quella di Lieberman, non si perita di caldeggiare lo sterminio totale della popolazione della Striscia di Gaza mediante armi atomiche.
Come che sia, non può essere sottaciuta, dal punto di vista del diritto internazionale, la grave violazione da parte di Israele di elementari principi di proporzionalità nella risposta e l’uso di armi con effetti letali ed indiscriminati in un’area ad alta densità di popolazione, fra cui quelle al fosforo bianco, come accertato da Amnesty International. Beninteso anche il lancio di missili da parte delle milizie palestinesi costituisce una violazione del diritto internazionale e in alcuni casi può costitire un crimine. Ma le violazioni e i crimini compiuti da Israele sono di entità incomparabilmente più grave. Sono state usate armi letali che hanno causato massacri fra la popolazione civile. Sono stati deliberatamente colpiti ospedali, ambulanze ed edifici dove le Nazioni Unite ospitavano profughi, provocando un gran numero di vittime. Sono stati deliberatamente impediti i soccorsi. Israele si è reso inoltre colpevole della violazione dei suoi doveri di Potenza occupante, applicando una punizione collettiva a un territorio che giuridicamente deve considerarsi tuttora occupato, dato che mantiene il controllo sulle frontiere (alternativamente dovrebbe considerarsi l’attacco un atto di aggressione, ovviamente altrettanto proibito dal diritto internazionale).
Di fronte a tali crimini, che siano qualificati come crimini di guerra o contro l’umanità, urge una risposta adeguata della comunità internazionale. Tale risposta, a ben vedere, è l’unica alternativa al permanere e aggravarsi del conflitto, all’estendersi ed approfondirsi del solco di odio che le azioni belliche hanno scavato. Infatti, come ben recita uno slogan la cui saggezza non potrà mai essere abbastanza sottolineata, “non c’è pace senza giustizia”. E’ stato ipotizzata, al riguardo, la creazione di un Tribunale internazionale specifico che potrebbe essere costituito su decisione del Consiglio di sicurezza o, qualora questo, come probabile, si trovi nell’impossibilità di operare per il veto di un membro permanente, della stessa Assemblea generale. Si tratterebbe dell’unico modo per giudicare e punire i crimini, dato il rifiuto israeliano di sottoscrivere l’Accordo istitutivo della Corte penale internazionale, che neanche l’Autorità nazionale palestinese e l’Egitto hanno del resto firmato. In determinati Paesi resta inoltre aperto il ricorso alla giurisdizione nazionale, qualora essa presenti forme di universalità. Come passo preliminare va richiesta, come fatto ultimamente da tre organizzazioni non-governative , tra le quali la Federazione internazionale dei diritti umani, che hanno spedito una missione nell’area dopo la cessazione delle ostilità, la costituzione di una Commissione internazionale di inchiesta che accerti in modo particolareggiato le violazioni commesse. Tale missione ha a sua volta del resto ribadito la necessità di punire gli autori dei crimini e di togliere immediatamente e con effetti permanenti il blocco a Gaza.
Giova peraltro ricordare che Israele si è reso colpevole di altre violazioni e in particolare, come accertato dalla Corte internazionale di giustizia nel suo parere relativo al muro dell’8 luglio 2003, deve rispettare, anche in relazione a tale vicenda, il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e i propri obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani. La stessa Corte internazionale di giustizia, in tale occasione, ha affermato che tutti gli Stati sono obbligati a concorrere nell’imporre il rispetto di tali diritti ed obblighi.
Quella che pare necessaria ed urgente è quindi, in ultima analisi, una ferma presa di posizione della comunità internazionale che porti ad un mutamento da parte israeliana della politica fin qui perseguita, della quale il massacro di Gaza costituisce l’ultimo frutto velenoso.
Occorre in particolare, in tale ottica, garantire il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette e l’avvio di un dialogo effettivo tra tutte le parti in causa, compresa Hamas, possibilmente nell’ambito di un governo palestinese di unità nazionale come più volte richiesto dal leader storico dell’OLP tuttora incarcerato da Israele, Marwan Barghouti. Un altro punto importante è l’istituzione di una forza internazionale di interposizione e di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite lungo i confini del 1967, come protezione per la popolazione civile.
Su tutti questi temi i giuristi democratici sono fortemente impegnati a livello nazionale, europeo e internazionale (cfr. i siti web www.giuristidemocratici.it; www.ejdm.de; www.iadllaw.org). I giuristi democratici invieranno prossimamente una missione nell’area per documentare i crimini e le loro conseguenze. Per dare maggiore forza e risonanza a questo tema vanno organizzati, come è stato già autorevolmente proposto, tribunali di opinioni che preparino il terreno per l’intervento per tribunali veri e propri.
Questo è il momento di soccorrere i feriti e i superstiti, forzando finalmente l’odioso blocco israeliano a Gaza, ma anche di far valere con fermezza responsabilità che non possono restare impunite, nell’interesse supremo della pace e della giustizia.
L’iniziativa su quest’ultimo tema si inserisce peraltro in una più ampia strategia volta a modificare radicalmente l’atteggiamento delle parti in causa, in primo luogo del governo israeliano, creando le premesse per una pace stabile nell’area.
Il necessario intreccio fra pressioni esterne efficaci, comprese sanzioni di tipo economico o altre misure pacifiche, ed appoggio al campo pacifista che in Israele continua ad esistere, seppure per il momento in modo minoritario, unitamente al rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite, paiono costituire, in effetti, l’unica strada per arrivare a una pace giusta e definitiva nell’area medio-orientale, che deve essere basata sulla piena realizzazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. L’unica strada per garantire pace e sicurezza a tutti coloro che risiedono in quest’area tormentata, dalla quale dipendono per molti versi i destini del Mediterraneo e del mondo intero. Solo in tal modo si potrà allontanare lo spettro dello scontro di civiltà e assicurare una pacifica convivenza a tutti i popoli della regione.